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La Gazzetta del Mezzogiorno

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    Recensione a cura di GIANFRANCO DIOGUARDI, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno

    Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno, pagina Cultura & Spettacoli 12/02/2019

    LA VITA STESSA, un giallo di Francesco Franconeri

    CIESSE Edizioni, casa editrice particolarmente attenta alla qualità dei libri che propone, pubblica in questi giorni un romanzo dall’enigmatico titolo La vita stessa, definito «giallo» per la capacità che ha di coinvolgere il lettore grazie a una trama di intensa e crescente tensione che racconta misteriose vicende in luoghi in apparenza del tutto normali, resi inquietanti da eventi che nel giro di due giorni registrano quattro morti e una donna scomparsa.

    Leonardo Sciascia, che di gialli se ne intendeva, nel suo Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (Milano 2018, p. 53), scrive che questo genere di romanzi “è, nel senso più proprio della parola, passatempo”. E La vita stessa si legge per l’appunto come uno svago piacevole seppur impegnativo, il che accresce i misteri che circondano il libro. Il suo autore, Francesco Franconeri, è infatti uno scrittore di complessa personalità letteraria – una personalità che si è andata formando sui grandi temi dell’esistenza attraverso mirabili traduzioni di testi ormai classici di importanti scrittori inglesi e americani.

    Nasce allora spontanea la domanda: come mai uno scrittore letterariamente cosi impegnato si è dedicato al romanzo giallo? Franconeri sembra voler affrontare il difficile percorso indicato ancora da Sciascia: “grandi scrittori […] per divertimento o congenialità, hanno scritto dei «gialli». Greene, appunto. Bernanos. J.L. Borges. Carlo Emilio Gadda.” (Sciascia cit. p. 75)

    D’altra parte, coinvolgendo il lettore grazie all’intensa suspense del racconto, Franconeri propone temi etici oggi troppo spesso disattesi, presentati nella loro drammatica e pericolosa attualità. Non a caso, infatti, in una «nota» iniziale l’autore avverte: “Le vicende raccontate in questo libro sono di fantasia; e di fantasia sono i personaggi che le animano. Vitaliate non esiste come toponimo, né – per esempio – esistono come toponimo Rigolo d’Adda o Pirolo. Ma esistono quei luoghi ed esiste quel mondo. Esistono le persone, dovunque siano. […] Abitiamo tutti la vita, tutti abitiamo Vitaliate.” E uno dei personaggi, il professor Rovati, afferma: “cos’è la vita se non un insieme di storie”.

    Nel romanzo le vicende raccontate e i loro protagonisti assumano un valore profondo e universale – il meccanismo «giallo» funziona e il lettore viene così sollecitato a sentirsi protagonista diretto di realtà che segnano la nostra società e il vivere quotidiano.

    Franconeri utilizza meccanismi narrativi ispirati a Edgar Alan Poe, il grande scrittore americano che nella metà dell’Ottocento dette inizio alla stagione delle storie poliziesche e dell’orrore – un genere poi riproposto nel 1929 in Italia dall’editore Arnoldo Mondadori con i celeberrimi «gialli Mondadori», gialli per il colore della loro copertina, che raccolsero un grande, immediato, duraturo successo confermato dalla pubblicazione di oltre tremila titoli. Ma Franconeri ricorda bene anche la grande lezione di Georges Simenon il cui Maigret ha sempre guardato alla verità umana degli indagati.

    Come spesso accade nei gialli classici il protagonista, “il flemmatico” tenente Silvio Fincato dell’arma dei Carabinieri, è una persona del tutto normale nella vita e nei rapporti con i suoi superiori o con i magistrati inquirenti, abituato ad ascoltare con paziente attenzione le persone che interroga. Persone che poi, nel romanzo, si aprono a riflessioni sulla propria realtà – storie nella storia. La realtà che tutti viviamo emerge allora dall’analisi del difficile «mestiere di vivere», come accade per esempio nell’emblematico capitolo “Storia di un uomo”.

    Ecco allora il tenente Fincato che interroga le donne coinvolte nelle indagini, le quali poi nel loro privato avviano rivelatrici meditazioni personali che l’autore espone in corsivo per non interrompere il conciso ed essenziale racconto delle indagini. Così, Lia Ferrari rimedita sul marito Adriano sindacalista: “La sera tornava a casa sempre più tardi, tre fine settimana su quattro era in giro per congressi, manifestazioni, incontri”, mentre lui spiega “io parlavo e lei sembrava pensare ad altro” ipotizzando che la moglie potesse essere “gelosa del mio lavoro – non perché mi distoglie da lei ma appunto perché ho qualcosa che lei non ha”.

    Giuliana Tagliaferro, invece, racconta i propri complessi freudiani nati quando, bambina, si eccitava ascoltando gli amplessi dei genitori – un’esperienza che negli anni è diventata un’ossessiva dipendenza sessuale: “il sesso di per sé non è una colpa. Anzi. È un dono di madre natura, di Dio per chi ci crede. Ma se diventa malattia, se diventa ossessione, allora non è più un dono, è una condanna”. Una condanna che vedrà il suo amante sgozzato sotto il ponte di Vitaliate. E poi l’anziana Tina – famiglia, figli, i problemi di coppia.

    Anche Fincato, il ligio ufficiale dei carabinieri, si lascia andare ai ricordi che sono un po’ quelli di noi tutti, come quando rievoca la guerra vissuta da ragazzino. E poi luoghi come Milano o Venezia che portano a riflettere di come si sia portati a considerare “solo quello che abbiamo deciso di vedere, quello a cui abbiamo deciso di dare importanza”.

    Soprattutto, sotto la connotazione del giallo il romanzo analizza in forma critica alcuni dei peggiori mali della nostra epoca. È infatti ambientato nel 1973, un periodo determinante per la nostra storia – gli anni di piombo, il terrorismo appunto, le lotte sindacali, la contestazione, l’invasione delle droghe e della spesso malintesa libertà sessuale. Nascono in quegli anni molti dei problemi che oggi opprimono la nostra società – “La vita stessa” racconta l’invidia onnipresente che si traduce in omicidi, suicidi, stupri, per soffermarsi poi sulla nuova delinquenza dedita alla droga, a traffici inquietanti come il commercio di bambini, al loro utilizzo nel lavoro minorile fino allo sfruttamento sessuale e al drammatico mercato degli organi utilizzando reti di pedofili spesso insospettati. E poi l’ondata di pratiche sessuali aberranti – i cosiddetti «scambisti» che spiegano i loro comportamenti come “una moda, una maniera per vincere la noia, per rinverdire ardori […]”, agevolati dalla frequentazione di club privati e discoteche dove predomina l’uso di stupefacenti e alcol.

    Quello raccontato in queste pagine è un mondo purtroppo divenuto attuale, che vede dissolversi il concetto di famiglia nel cui ambito i figli venivano educati su valori essenziale dell’esistenza. Così, nel romanzo, personaggi come il procuratore Molinari o il professore di liceo Rovati possono affermare che fra giovani e genitori “[…] il dialogo non c’è. Il dialogo richiede sforzo, attenzione. I bambini crescono, diventano ragazzi, cominciano a vivere in un mondo tutto loro fatto di idoli, cantanti, mode, divertimenti che non hanno niente da spartire con la famiglia in cui sono cresciuti, con le consuetudini dei genitori”. E vi sono “nelle scuole ragazzini di dodici, tredici anni a cui danno da fumare praticamente gratis per poi avviarli a ben altri consumi”, per cui “c’è da chiedersi cosa combineranno quando saranno loro i genitori, gli imprenditori, i dirigenti di aziende, gli amministratori pubblici”.

    Un giallo coinvolgente, La vita stessa, costruito attraverso storie probabilmente raccolte dall’orecchio attento dello scrittore. Un romanzo la cui particolarità, al di là del ben riuscito meccanismo poliziesco e forse proprio grazie a esso, sta nella capacità di coinvolgere il lettore su temi etici sempre più attuali promuovendo quella condivisione spirituale con l’autore che porta a opporsi a manifestazioni corrotte e masochiste della vigente quotidianità.

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