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Giuseppe Iannozzi

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    Il tarlo. Le indagini del Maresciallo Licata

    Salvatore Galvano

    Recensione di:

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    Iannozzi Giuseppe, detto Beppe o anche King Lear, è un giornalista, scrittore e critico letterario. E’ famoso per non fare sconti a nessuno. Il suo motto è: “la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.”


    'Il Tarlo', un military thriller di Salvatore Galvano

    ‘Il Tarlo’, un military thriller di Salvatore Galvano

    Il tarlo. Le indagini del maresciallo Licata (Ciesse edizioni) è il primo romanzo di Salvatore Galvano ed è anche il primo giallo che vede protagonista il Maresciallo Licata. Val la pena di soffermarsi su questo personaggio: Licata è un uomo vicino alla pensione, con un indiscutibile fascino e carisma che attira le donne, giovani, molto giovani e no. Licata riesce ad essere simpatico, senza affettazione alcuna, come il fin troppo popolare commissario Montalbano di Andrea Camilleri, non dimenticando però di essere un segugio, un moderno Sherlock Holmes, sempre attento a ogni particolare, a ogni minimo indizio e a ogni virgola fuori posto. Licata è un personaggio integerrimo tanto nella vita privata quanto in quella professionale: non concede alcuna scusante al prossimo suo né a sé stesso, assume su di sé la responsabilità tutta delle indagini che segue e mai permette a un sentimentalismo di farlo dirottare verso una pista sbagliata. A tutto ciò si aggiunga poi che Licata è naturalmente bello, quasi uguale a un attore, a un maturo Richard Gere, con il solo vizio di aggiustarsi da solo le basette.

    Salvatore Galvano, con Il tarlo, consegna ai lettori un personaggio nuovo, un uomo tutto d’un pezzo ben lontano dai tanti stereotipi che costellano la letteratura di genere: il Maresciallo Licata è personaggio sì di finzione, ma perfettamente credibile, invischiato nella realtà quotidiana e negli accadimenti che la infangano. Non siamo dunque di fronte all’ennesimo Maigret un po’ tanto burbero o ad improbabili Gorilla che dividono la loro propria identità con “il Socio”. Pur prendendo l’autore spunto da alcuni grandi scrittori di gialli quali Arthur Conan Doyle, Georges Simeon, Raymond Chandler, Salvatore Galvano punta soprattutto a modelli letterari più alti quali Friedrich Dürrenmatt, Dashiell Hammett e Jeffery Deaver.

    All’interno del Ministero della Difesa, nel corso di un giro di perlustrazione di routine, viene rinvenuto il corpo esanime di un generale. Tutto farebbe pensare a una morte naturale, ma Licata non ne è affatto convinto: ci sono dei particolari, forse insignificanti, che a lui non sfuggono. Licata non può fare a meno di interrogarsi: conosceva bene le abitudini del generale e la sua morte improvvisa, seppur senza evidenti segni di colluttazione, è tutt’altro che naturale. Licata ne è certo e, come sempre, vuole scoprire la verità nella sua interezza. Sarebbe facile lasciar dire ad altri che il generale è morto per cause naturali, è però Licata uno che non mente né a sé stesso né alle istituzioni presso cui serve. Pensava Licata che sarebbe giunto alla pensione senza dover ancora confrontarsi con il male, con certi squallidi inghippi, così pensava, eppur, in fondo al suo cuore, ben sapeva che così non sarebbe stato.

    Il tarlo. Le indagini del maresciallo Licata di Salvatore Galvano è un romanzo che rivela l’indubbio amore (incondizionato) dell’autore nei confronti dell’arma dei Carabinieri, ma è soprattutto un giallo educato, con un pizzico di malizia, che non scade mai nella banalità né in un costrutto pulp fine a sé stesso. E non è poco davvero.

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    Salvatore Galvano

    Salvatore Galvano

    Salvatore Galvano è un ingegnere campano e lavora come dirigente presso una Pubblica Amministrazione.

    Ha conseguito le lauree specialistiche in Scienze Strategiche, Scienze Internazionali e Diplomatiche e Scienze Politiche. Ha conseguito, altresì, un master in Studi Internazionali Strategico-Militari e un master di II livello in Scienze Strategiche. Coltiva numerose passioni: il modellismo ferroviario, la filatelia, i “gialli”.

    “Il tarlo” è il suo primo romanzo “giallo”, ma ha già pubblicato“La logistica aziendale in ambito militare” (1992, Esse – CASERTA).

    Il tarlo. Le indagini del maresciallo LicataSalvatore Galvano – CIESSE Edizioni – Collana: Black & Yellow- Genere: Military Thriller – Pagine: 208 – Prima edizione 2015 – ISBN Libro: 978-88-6660-160-9 Prezzo: 16 Euro – ISBN eBook: 978-88-6660-161-6 – Prezzo: 4 Euro

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      “L’Arca dell’Alleanza”, un Thriller Storico di Carlo Santi

      L’Arca dell’Alleanza

      di Carlo Santi

      Intervista all’autore

      di Iannozzi Giuseppe

      La Recensione di Beppe

      Fonte: Blog di Beppe Iannozzi

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      1. Carlo Santi, “L’Arca dell’Alleanza” (Ciesse edizioni) è il tuo ultimo lavoro, un romanzo storico. Al centro del tuo romanzo c’è la cosiddetta Arca dell’Alleanza, ovvero una costruzione che sarebbe stata ordinata da Dio a Mosè. Si parla dell’Arca nella Bibbia, ma essa è una leggenda. Carlo Santi, com’è possibile scrivere un romanzo storico basandosi su un fatto meraviglioso?

      L’Arca dell’Alleanza è un manufatto certamente “meraviglioso”, ma anche reale. L’Arca viene citata in molti documenti storici rilevanti, primo fra tutti un’autentica Torah (la legge ebraica) risalente al VII secolo a.C. e conservata, ancora oggi, presso un museo inglese. L’Antico Testamento, La Bibbia, i Vangeli più o meno apocrifi, la Torah ebraica e persino il Corano parlano dell’esistenza dell’Arca dell’Alleanza con dovizia di particolari che coincidono fra loro e che ne indicano con chiarezza caratteristiche e poteri. Anche alcuni documenti rinvenuti nei luoghi che un tempo corrispondevano alla splendida Babilonia citano l’Arca come un’arma potentissima, capace di uccidere migliaia di persone. Il potere dell’Arca lo conoscevano pure i Filistei, per averlo sperimentato direttamente dopo averla sottratta agli Ebrei, tanto da essere costretti a restituirla perché li stava sterminando a uno a uno.

      Non a caso nel libro ho inserito le note a piè di pagina per dare al lettore la possibilità di verificare che non tutto è frutto della fantasia dell’Autore. Dopodiché possiamo discutere su quanto siano storicamente validi i testi religiosi, che siano essi canonici, apocrifi o agnostici.

      Va chiarito che il termine “Storia” corrisponde alla “memoria cronologica di fatti e avvenimenti passati, pubblici o di grande rilievo”. In altre parole la Storia è il ricordo degli avvenimenti, non gli avvenimenti in loro stessi. Molti dati storici derivano da scritti religiosi, magari perché in epoche antiche solo gli uomini appartenenti alle organizzazioni religiose possedevano la cultura sufficiente per testimoniare gli eventi. Che sia esistito Ponzio Pilato al tempo di Gesù lo sappiamo dai Vangeli, non esistono documenti romani che citano tale personaggio. Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici, quindi non vedo perché dare per certa la sua esistenza e mettere in dubbio altri personaggi biblici o un manufatto come l’Arca che viene citato da diverse fonti, anche di matrice non religiosa.

      Possiamo dibattere sull’esistenza di Gesù, di Mosè o di qualsiasi altra figura biblica, ma allora dovremmo dubitare anche di Abramo, Davide, dello stesso Salomone o di Giosia, tanto per citarne alcuni.

      Ma chi possiede una conoscenza così profonda per dire che tutti costoro non sono mai esistiti? E che prove portano a dimostrazione e a sostegno del loro scetticismo?

      Giuseppe (Beppe) Iannozzi

      Uno storico dovrebbe mettere in relazione vari documenti, valutare coincidenze e ottenere risposte certe, senza tralasciare nulla. Noi siamo arroganti, pretendiamo di sapere tutto e invece non sappiamo nulla, se non quello che c’è poco più in là del nostro naso. In quest’ottica si inserisce l’Arca: non la vediamo, per cui non esiste. Questo modo di approcciare le questioni non è né scientifico né storico. Ci sono troppe cose che non vediamo, eppure esistono mentre altre non le comprendiamo e, forse, non le comprenderemo mai a causa della nostra arroganza o chiusura mentale.

      Gesù, rivolgendosi ai suoi fratelli con cui condivideva il sapere, disse loro:

      “In verità vi dico, sulla cima della curva del sapere c’è ancora molto spazio. Così tanto da accogliere tutti coloro che solo abbiano il desiderio di raggiungere davvero la verità di tutti, non quella che viene reputata migliore per pochi”.

      Dio ha precluso l’Arca alla vista dell’uomo perché quest’ultimo ne ha fatto un uso improprio di violenza e distruzione, ma ciò non significa che sia leggenda o che non sia mai esistita. Anzi, considerando che è stata costruita per volere divino, di certo esiste tutt’ora.

      Un esempio lampante di leggenda riguarda invero il Santo Graal, da tutti sempre agognato e dato per vero, eppure non vi sono documenti di rilevanza storica che ne provino l’esistenza, al contrario dell’Arca.

      1. Ogni popolo ha il suo proprio Dio. Di Gesù Cristo non v’è però prova storica alcuna che sia mai esistito. Eppure sono tanti i romanzi che, ieri come oggi, si scrivono sulla figura di Cristo, su Dio e persino sulla morte di Dio. Qualcuno dice che Gesù avesse in realtà un fratello gemello (Il buon Gesù e il cattivo Cristo – Philp Pullman); il professore canadese di studi religiosi Barrie Wilson e lo scrittore israelo-canadese Simcha Jacobovici hanno da poco dato alle stampe “Il Vangelo perduto”, secondo cui Gesù avrebbe sposato Maddalena e da lei avrebbe avuto ben due figli; c’è poi Dan Brown che lavorando di fantasia, già prima di Wilson e Jacobovici, aveva ipotizzato che Gesù avesse avuto dei figli. Enumerare tutti gli studi e i romanzi scritti su Cristo e Dio sarebbe impossibile e, in ogni caso, non conveniente. Carlo Santi, “L’Arca dell’Alleanza”, in che filone letterario rientra? Siamo di fronte a un semplice romanzo, o è invece più giusto dire che il tuo lavoro contiene delle comprovate verità storiche?

      La sacra Sindone, custodita a Torino

      Chi sono io per dire che Dio o Gesù esistono o meno? E chi può affermare con certezza assoluta il contrario?

      Sarei supponente se dicessi che il mio libro contiene verità nascoste ai più. L’Arca dell’Alleanza è un romanzo basato su fatti storici, anche se mai compresi fino in fondo e tutt’ora avvolti da un alone di mistero. Poi è condito da un pizzico di thriller ed è anche un po’ un saggio, visto che cito fonti e documenti. Ho tentato di mettere ordine negli avvenimenti storici e teologici, che siano essi appurati o controversi, senza però tralasciare un’approfondita ricerca scientifica affrontando anche argomenti ostici, come l’esoterismo e la geometria sacra. Ma è pur sempre un’opera di fantasia, mai e poi mai mi permetterei di dire che ho la verità in tasca.

      Per la cronaca: l’esistenza di Gesù è stata documentata da una fonte pagana nel II secolo d.C., poi sono stati scoperti i Vangeli che testimoniano gli ultimi istanti della sua vita. Che Gesù fosse sposato è quasi un dato certo o, almeno, dovremmo fare un ragionamento logico e coerente che sosterrebbe la tesi del suo matrimonio. Gesù era ebreo e predicava la religione. A quel tempo la legge ebraica imponeva che coloro che predicavano fossero sposati. È pleonastico pensare, a questo punto, che Gesù fosse effettivamente sposato. In molti Vangeli, anche se non riconosciuti dalla Chiesa, si cita l’amore incondizionato che Gesù provava per Maria Maddalena che, peraltro, aveva una grande influenza anche nei confronti degli Apostoli (vedi IL QUINTO VANGELO).

      Infine, che Gesù fosse sposato con Maria Maddalena non lo dicono Dan Brown o Wilson e Jacobovici, costoro non hanno inventato nulla, bensì tale notizia è citata nel Vangelo agnostico di Filippo Apostolo. Il versetto 55 del Vangelo secondo Filippo recita: “La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli allora dissero: ‘Perché ami lei più di tutti noi?’ Il Salvatore rispose chiedendo loro: ‘Perché? Non amo voi tutti come lei?’”.

      Gesù e Maria Maddalena

      Perché la Chiesa ripudia l’idea che Gesù fosse sposato e avesse dei figli?

      La risposta è scontata: perché la Chiesa vuole Gesù “divino” e non un semplice uomo “terreno”, con tanto di moglie devota e figli al seguito. Eppure Filippo è sempre stato considerato il quinto Apostolo per importanza. Caso strano i Vangeli canonici sono quattro, compreso quello di Marco Evangelista che, tra le altre cose, non era nemmeno un Apostolo, bensì un discepolo di Paolo e, in seguito, anche di Pietro. Quello di Filippo sarebbe stato troppo deviante rispetto all’impostazione che la Chiesa si è sempre data da due millenni a questa parte.

      Possiamo affermare, quindi, che l’argomento merita ancora parecchia attenzione e che la verità in tasca non è detenuta da nessuno, almeno finora.

      1. Il Caos. Prima di Dio c’era il Caos. Ne “L’Arca dell’Alleanza” il Caos ricopre un ruolo non poco importante. Carlo Santi, ma quale Dio avrebbe creato Dio? E tu, Carlo Santi, sei un uomo di fede, o sei invece un darwinista-razionalista convinto?

      «C’è un fatto, o se volete una legge, che governa i fenomeni naturali sinora noti. Non ci sono eccezioni a questa legge, per quanto ne sappiamo è esatta. La legge si chiama “conservazione dell’energia”, ed è veramente una idea molto astratta, perché è un principio matematico». (Citazione tratta da “La fisica di Feynman” Volume I di Richard Feynman.)

      Il principio di conservazione dell’energia, corretto in principio della conservazione di massa- energia dopo la comparsa della teoria di relatività di Einstein, può essere parafrasato più o meno così: “Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

      Quindi sulla base di questa legge fisica e matematica la domanda scontata è: cosa esisteva prima del Big Bang?

      Se qualcuno me lo sa dire con precisione, allora potrei anche azzardare qualche ipotesi sull’esistenza di Dio.

      Sono per la libera circolazione delle idee, non per la dissacrazione del credo altrui, altresì sono un credente “non praticante”. Questo mia impostazione mi consente di credere senza limiti ma anche senza ostacoli dettati da regole o norme religiose. Io vivo da credente, chi non lo è vive secondo i suoi principi, ma penso lo faccia con qualche convinzione in meno che potrebbe condizionarlo a non riflettere oltre certi schemi preconfezionati.

      Infine io ricerco la mia Fede ogni giorno, a volte scrivo i miei libri per tentare di dare risposte alle domande che inseguo da anni.

      1. Tommaso Santini è a capo del Sanctum Consilium Solutionum, ovvero dei Servizi segreti vaticani. Questi Servizi segreti, stando a quanto tu, Carlo Santi, asserisci nel tuo romanzo storico, esisterebbero da centinaia di anni. Parrebbe che sia stato Pio V, nel 1566, a fondare il primo Servizio segreto, dal quale, ben presto, sorse la corrente ideologica della Santa Alleanza. Esistono o non esistono gli 007 del Vaticano? E se esistono, in quali missioni sono impegnati? Giovanni XXIII, Papa che ricercava il dialogo, fermò le attività dei Servizi segreti vaticani. Perché?

      Tommaso Santini, il personaggio principale della saga legata al “Risolutore” Tommaso Santini

      Il personaggio di Tommaso Santini e il “Sanctum Consilium Solutionum” sono chiaramente una mia invenzione, ma il tutto ha la sua logica. Io considero la Città del Vaticano uno Stato, e lo è senza dubbio visto che cura la sua diplomazia in oltre 160 Paesi che lo riconoscono come tale e non solo come sede del Pontefice e fulcro della Religione Cattolica. Anzi, direi che rappresenta un “popolo” formato da quasi due miliardi di persone nel mondo. E come ogni Stato ha il sacrosanto diritto di difendersi e di tutelare i propri interessi, ivi compreso mantenere per sé i propri segreti. La Chiesa Cattolica ha molti nemici, ne sono la prova le dichiarazioni dell’Isis di questi ultimi tempi, per cui va difesa anche attraverso la “prevenzione” e, per prevenire al meglio, è necessario conoscere in anticipo le mosse e le intenzioni di chi vuole danneggiare lo Stato e i suoi rappresentanti.

      Chi ha il compito di prevenire, come lo vogliamo chiamare?

      Agenti segreti o servizi d’intelligence che siano, servono uomini addestrati, determinati, e d’azione per poter prevenire qualsiasi fenomeno volto a minare la stabilità dello Stato del Vaticano. Quindi sono convinto che ci sia un organismo deputato allo scopo e, visto che il Vaticano custodisce con cura i suoi segreti due volte millenari, direi che tale organismo, sempre se esistente, riesce a svolgere il proprio lavoro in modo assolutamente ottimale.

      1. Tommaso Santini, essendo una sorta di 007, ha licenza di uccidere. Un uomo di Dio, che crede in Dio, che crede in Gesù Cristo, come può uccidere un suo simile, anche se poi i suoi peccati li confessa, chiede perdono a Dio e viene assolto dal Papa in persona?

      A questa domanda rispondo citando un passaggio del libro in cui il protagonista Tommaso Santini giustifica il suo modus operandi asserendo che: “…ci sono segreti che non possono e non devono essere divulgati, ci sono Stati che vanno tutelati dai nemici, religioni che vanno difese e interessi che non possono essere condivisi. Infine, il Papa è il successore di Pietro, l’emanazione di Cristo in terra. È uno degli uomini più importanti del mondo e rappresenta la Chiesa Cattolica. È giusto preservare a ogni costo ciò in cui crediamo. E questi interessi non possono essere difesi porgendo l’altra guancia, l’uomo è troppo malvagio per usare solo atti di misericordia, a volte serve essere punitori e, nell’applicare tale alternativa, non si può lesinare nell’uso dei mezzi più appropriati, al pari dei nostri nemici.”

      ‘Il quinto Vangelo’ (II Edizione 2013), un Thriller Storico di Carlo Santi

      Santini, nell’espletamento dei suoi doveri, è protetto dalla ‘Indulgenti Arum Doctrina’ o Manuale delle indulgenze. Questa pratica esiste ancora oggi e può essere totale o parziale, viene riconosciuta dal Diritto Canonico ed è normalmente concessa dal Romano Pontefice. Un tempo gli uomini d’armi della Santa Sede, come i Templari o gli Ospitalieri (o l’odierna Guardia Pontificia), sovente ricorrevano ad atti di violenza per tutelare gli interessi del Papa, della Chiesa o dei Cristiani, contravvenendo così a uno dei Comandamenti più Sacri: non uccidere. Per questo motivo era tradizione che il Papa assicurasse la Indulgenti Arum all’intera crociata, o ai singoli condottieri che si erano distinti in battaglia, annullando in toto ogni peccato, anche il peggiore che potesse essere stato commesso. In periodi successivi all’epoca dei Templari, cioè dopo il XIV secolo d.C., l’indulgenza plenaria o parziale veniva discutibilmente garantita ai regnanti o ai nobili previo versamento di ingenti somme di denaro. Ben presto, però, questa usanza venne meno per le forti opposizioni interne alla Chiesa. A molti sarà forse sfuggito, ma nel 2013, in occasione della sua elezione a Pontefice, Papa Francesco ha concesso l’Indulgenza plenaria a tutti coloro che hanno seguito il Conclave, anche attraverso l’utilizzo di mezzi di comunicazione quali: Tv, radio e persino social network.

      Quindi perché non garantirla anche a uno come Tommaso Santini che difende il Papa e la Chiesa dai malvagi? Per questo a Santini viene riservata una particolare indulgenza plenaria, totale e perpetua affinché possa espletare i suoi doveri senza alcuna limitazione, se non la propria coscienza che viene “purificata” attraverso la preghiera incessante e, a volte, anche con la punizione corporale tramite autoflagellazione (vedi IL QUINTO VANGELO).

      1. Santini, volente o nolente, si trova in una situazione non poco difficile, che, forse, lo condurrà fra le braccia della morte. Il suo compito prevede infatti di fermare la forza distruttrice dell’Arca dell’Alleanza. L’Arca ha un potere distruttivo enorme, divino, atomico. Dopo non poche traversie e battibecchi con vecchi e nuovi compagni, Santini, ottenuto il nulla osta dal nuovo Papa, decide di recuperare l’Arca, affinché la vita sulla Terra, così come noi la conosciamo, non finisca. Tuttavia non immagina che proprio all’interno del Vaticano, una persona molto vicina al Papa, sta tramando contro, per degli scopi tutt’altro che nobili. Se dunque esistono sul serio i Servizi segreti del Vaticano, è giusto sospettare che alcune figure all’interno di questa organizzazione siano dei personaggi deviati che si adoperano affinché progrediscano sempre di più le guerre fratricide nel mondo?

      Domanda ostica, a cui rispondo con il mio pensiero personale. Come in ogni comunità complessa, e la Chiesa cattolica ne è la somma rappresentazione, gli intrighi di palazzo e le alleanze venivano sempre gestite dai Cardinali di opposte fazioni. Molto spesso le politiche della Chiesa non venivano discusse all’interno delle sedi opportune, bensì nei meandri dei corridoi della Santa Sede e, a volte, imponevano scelte non condivise dal Papa che, pur essendo il monarca assoluto, le assumeva per convenienza e per non rompere l’equilibrio e l’armonia faticosamente conquistate dal precedente Pontefice.

      Il potere di un Papa è illimitato e la legge dello Stato Vaticano gli garantisce l’autonomia decisionale e legislativa che, però, va ponderata sulla base della forza di cui dispone e, per ottenere un simile risultato, servono tempo e uomini fidati da inserire nei posti chiave. Fino ad allora anche il Papa dovrà fare i conti con le resistenze opposte, o minoranze che dir si voglia.

      Così ha sempre funzionato la Chiesa Cattolica, non vedo perché oggi debba essere diverso.

      1. Perché proprio l’Arca dovrebbe rappresentare il “sapere universale” e non la Pietra Nera (al-ḥajar al-aswad), ad esempio? Carlo Santi, come giustifichi il fatto che ogni religione ha i suoi simboli e che tutti si sentano in diritto di essere loro e solo loro i custodi del “sapere universale”?

      Rischiando di essere considerato blasfemo dagli islamici, la Pietra Nera sembra essere un meteorite, anche se a nessuno è mai stato permesso di esaminarla.

      Parliamoci chiaro, l’Islam è una religione “giovane”, nata nel VII secolo d.C. e il Corano si è ispirato alla Torah, l’antica Bibbia ebraica di epoca mosaica, inserendo qualche piccolo accorgimento per differenziarlo, seppur di poco.

      Per questo penso che mettere l’Arca a confronto con un “meteorite”, seppur “calato dal cielo”, sia un paragone esageratamente deviante.

      Non lo dico io, ma le Sacre Scritture: “l’Arca è il Nous, chi conosce i suoi segreti può governare il motore originario dell’universo. Essa interviene a mettere ordine nel caos ed è responsabile della creazione e della differenziazione degli elementi. Non si mescola alla materia, ma la domina e la dirige creando un cosmo nel quale si dispiegano la bellezza e l’ordine della natura. Solo chi ha ricevuto in dono quel sapere potrà controllarla e trarne giovamento, altrimenti sarà sempre e solo uno strumento di distruzione e di morte.”

      L’Arca è, infine, la Testimonianza dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico. Essa è stata costruita secondo uno specifico obiettivo e la sua matrice è di duemila anni prima della Pietra Nera islamica. A questo punto, che ogni religione faccia riferimento a simboli specifici non garantisce la detenzione del “sapere universale”.

      Uno dei principali Comandamenti dice di non “idolatrare” nessun oggetto e nemmeno di dargli un significato che possa, in alcun modo, sostituire o rappresentare Dio e, in questo contesto, nemmeno l’Arca può esserlo.

      1. Nei Servizi segreti vaticani opererebbero anche laici e donne, persone insospettabili e di grande cultura umanistica e scientifica, che hanno anche dei legami sentimentali, una famiglia e dei figli. Dobbiamo forse temere che questi (fantomatici) Servizi segreti vaticani, un giorno o l’altro, potrebbero sovvertire l’ordine del mondo e della Chiesa cattolica?

      Se il riferimento è nei confronti del personaggio Tommaso Santini e del suo SCS, va precisato che “Il Risolutore” è tenuto alla totale dedizione e all’assoluta obbedienza al Papa. Il rituale di nomina del “Risolutore” prevede un giuramento solenne, una prova di lealtà e il riconoscimento del potere di vita e di morte esercitato dal Papa nei suoi confronti e degli uomini e donne della sua squadra.

      Comunque sia, dubito che un’agenzia d’intelligence possa essere più forte e influente di chi la governa.

      1. Potrebbe essere “L’Arca dell’Alleanza” un libro scomodo a una certa frangia di cattolici? “L’Arca dell’Alleanza” è un romanzo storico che affronta temi importanti seppur contestualizzati in un thriller storico. Si parla difatti di spionaggio e di controspionaggio anche nei paesi esteri, e non solo in quelli che hanno stretti rapporti con il Vaticano e con il cattolicesimo. Non è un libro innocuo come quello di Tullio Avoledo, che, lavorando di fantasia, colloca l’Arca in uno scantinato. Il tuo lavoro è molto più articolato, molto più prezioso e quindi, per certi versi, pericoloso per quanti vorrebbero che certi segreti rimanessero tali. Non temi la censura o la rabbia di qualche cattolico fondamentalista?

      Non credo di dissacrare alcunché con i miei libri, anzi, testimonio la Fede incrollabile dei personaggi, seppur condita da atti di violenza estrema che però, il più delle volte, sono giustificabili dal compito e dal ruolo imposto alla squadra dell’SCS.

      Certo, tocco temi che molti cattolici ortodossi non vorrebbero affrontare, ma è un passaggio obbligato quando si deve interpretare la Storia dal punto di vista della coerenza documentale. Ogni scritto è legato a uno scrittore in carne e ossa, con le sue limitazioni e debolezze. Per cui chi scrive la SUA verità a volte la devia, più o meno artatamente, secondo la propria convenienza. Che Hitler fosse cattivo lo hanno scritto i vincitori della guerra, non i tedeschi o gli sconfitti. A quel punto la Storia sarà quella raccontata da una parte. Per carità, è pur sempre una parte importante della Storia, ma non rappresenta tutti e tutto.

      Quello che tento di fare con i miei scritti è di analizzare vari punti di vista per poi metterli insieme con coerenza e correttezza storica. Per fare ciò mi baso su fatti ineccepibili e documentati, facendo ipotesi corrette e logiche per dare una risposta coerente alle tante domande rimaste irrisolte o ancora poco chiare.

      Mi sono chiesto perché l’Arca sia stata creata e, soprattutto, a quale scopo. In quattro anni ho trovato molte delle risposte che cercavo, quelle serie e non fantasiose, per questo mi sono dovuto cimentare con le arti magiche, esoteriche, religiose e ho voluto avventurarmi nella storia della massoneria, o affrontare argomenti come la geometria e la musica sacra. In più, non si può parlare e comprendere l’Arca se non si conoscono le basi fondanti di materie come la chimica o la fisica nucleare, oppure la fisica quantistica e la matematica. Con l’Arca si è aperto un mondo che per me era assolutamente sconosciuto, si parla di teletrasporto, di auto levitazione, di energia elettrica e sonica, si parla di campi elettromagnetici, di vibrazioni della Terra, dei campi magnetici e degli elementi naturali. In pratica per conoscere l’Arca si deve andare oltre la comprensione umana perché questo particolare manufatto, creato per volere di Dio, racchiude in sé il mistero della Creazione. Ma non solo: è la testimonianza dell’esistenza di Dio, non a caso la vera denominazione biblica del manufatto è “Arca della Testimonianza”.

      Come avrai capito, ho rispetto per gli argomenti trattati, per questo dico che non ho timore di alcun fondamentalismo. Cosa questa che, tra l’altro, aborro in modo assoluto.

      1. Nei primi mesi del 2012 esplode lo scandalo Vatileaks. Il 30 maggio 2012, Benedetto XVI dichiara: “Gli eventi degli ultimi giorni riguardo alla Curia e ai miei collaboratori hanno portato tristezza nel mio cuore… Desidero rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che ogni giorno, con lealtà e spirito di sacrificio e in silenzio, mi aiutano nel compimento del mio ministero”. Se ne può forse dedurre che Ratzinger, così come i suoi predecessori, abbia sostenuto con volontà di ferro gli 007 del Vaticano! Quello che Vatileaks ha evidenziato è che la Curia sarebbe interessata in giri sporchi, un paese potenzialmente interessato nel riciclaggio di denaro. Forse a metter fine al mondo cristiano non sarà il potere dell’Arca dell’Alleanza, bensì quello degli scandali interni alla Chiesa, che, solo oggi con Papa Francesco, si stanno risolvendo. Qual è la tua opinione in merito, Carlo Santi?

      La Chiesa Cattolica esiste da più duemila anni e ne ha fatte di cotte e di crude. Papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa più volte per gli errori perpetrati dalla Chiesa in passato e Papa Francesco sta ponendo in essere molti cambiamenti che porteranno di sicuro a una modernizzazione del pensiero Cattolico.

      Questo modo di “armonizzare” nel tempo il concetto della Chiesa garantirà ancora molti anni di assoluto e incontrastato governo dei Cattolici.

      Permettimi una battuta: c’è Tommaso Santini che tutela gli interessi del Papa e della Chiesa. Finché c’è lui, possiamo stare tranquilli.

      1. Carlo Santi, su quali fonti storiche ti sei documentato per scrivere “L’Arca dell’Alleanza”? E sono queste fonti accessibili a tutti, o sono invece, per così dire, materiale che solo certi eruditi sanno e vogliono scovare tra vecchi e polverosi incunaboli?

      Ho passato quattro anni a documentarmi al meglio, volevo sapere tutto quello che era possibile conoscere dell’Arca. Non solo testi religiosi, ma anche ipotesi più o meno scientifiche. Non ho disdegnato neppure argomenti mistici e misteriosi che ben si legano all’arcano manufatto. Questi quattro anni sono passati così, fra lavoro, scrivere altri libri e, nel contempo, studiare i tantissimi documenti che parlano dell’Arca, le Sacre Scritture o leggere libri sull’argomento oppure guardare decine di documentari. Per giungere infine a elaborare una storia credibile, basata su fatti ineccepibili e documentati, facendo ipotesi logiche per rendere reale anche le ipotesi più fantasiose. Credo di essere abbastanza abile nel creare storie basate su fatti reali fino al punto che non si distingue facilmente dove finisce la realtà e comincia la fantasia. C’è un detto a cui mi ispiro: “una mezza bugia contiene comunque una mezza verità.”

      Il libro, come ho già detto, è quasi un saggio. Forse non è per tutti ed è stata una scelta voluta. È soprattutto per chi non si ferma all’apparenza, ma va oltre o, almeno, cerca di farlo.

      1. “L’Arca dell’Alleanza” fa parte di una trilogia, ma è un romanzo che può essere letto in tutta tranquillità anche se, eventualmente, il lettore si fosse perso i precedenti due libri, “Il Quinto Vangelo” (Ciesse edizioni, 2013) e “La Bibbia oscura” (Ciesse edizioni, 2010). Carlo Santi, con questa trilogia storica (di fantareligione), oltre a portare piacere letterario ai tuoi lettori, ti sei forse anche prefisso di illuminare il popolo su certi aspetti della Chiesa e della figura di Cristo sconosciuti ai più?

      I miei libri sono e vogliono essere principalmente di intrattenimento. La saga legata a Tommaso Santini è un po’ la mia coscienza critica nei confronti di alcuni aspetti della mia Religione. Mi piace pensare che le mie riflessioni siano uno spunto per i lettori. Leggendo IL QUINTO VANGELO o LA BIBBIA OSCURA o L’ARCA DELL’ALLEANZA ognuno può condividere o meno i pensieri e le riflessioni proposte, ma ciò non toglie che questi romanzi possano far discutere e pensare.

      Se sono riuscito in questo intento, allora ne sono felice e l’obiettivo è stato raggiunto.

      1. Carlo Santi, tu oltre ad essere un valente scrittore, sei anche un editore: che cosa ne pensi dell’attuale panorama editoriale italiano? Non mi pare goda di buona salute. E la colpa non è (tutta) da imputare ai lettori, seppur pochi. Grandi e piccoli/medi editori faticano non poco a piazzare le nuove proposte. Sono però sempre reperibili, in quantità esagerate, certi libelli scritti da starlette dell’ultimo minuto e showgirl, da calciatori e pseudo cantanti, oltre ai soliti quattro autori (che non nominiamo onde evitare di fargli della pubblicità gratuita) che scrivono romanzetti qualitativamente al di sotto di una qualsiasi Liala.

      Premesso che l’Italia è all’ultimo posto come lettori in Europa e viene subito dopo la Korea del Nord nel Mondo, all’editoria manca innanzitutto la qualità delle opere pubblicate.

      Poi esiste il problema della distribuzione. I grandi distributori editoriali sono tutti di proprietà delle grandi case editrici che detengono il monopolio letterario. Queste ultime hanno cartiere, centri stampa, librerie, riviste, quotidiani e, cosa non di poco conto, finanziamenti statali. Il che le porta ad affrontare costi minimi, quasi 4/5 volte meno di un editore piccolo o medio costringendo quest’ultimo ad affrontare la distribuzione con alti costi di gestione, oltre a molte altre difficoltà dettate dall’anonimato mediatico in cui è relegato.

      È dura, pressoché impossibile, che un libro di un esordiente pubblicato da una casa editrice minuscola possa arrivare a essere “letto” dal grande pubblico (relativamente parlando). Nota che non ho detto che possa arrivare sugli scaffali di una libreria, all’epoca di internet un libro scritto da chiunque può arrivare a tutti, basta far sapere che esiste.

      E qui arriviamo alla nota dolente: la qualità, appunto. In Italia si pubblicano circa 90mila titoli all’anno. Se facciamo un calcolo, non ci stanno 90mila libri in una libreria, per cui emergeranno solo coloro che hanno una certa visibilità, cioè i soliti noti. Per cui solo il 9% dei 90mila libri vedranno gli scaffali di una libreria. È strategico, da parte dei grandi gruppi, continuare a monopolizzare il mercato, noi piccoli editori siamo così costretti a farci spazio a fatica, arrancando in un mercato di oligopolio, convinti che la qualità possa fare la differenza, prima o poi.

      Servirebbe incentivare la lettura, quella di qualità, e chi lo può fare sono le scuole, le biblioteche civiche, le associazioni culturali, lo Stato e non solo ed esclusivamente le librerie che, tra l’altro, stanno chiudendo una dietro l’altra. Serve incentivare la lettura in ogni sua forma, anche quella digitale. Il 3% del PIL della Francia è determinato dalla cultura, un valore addirittura più alto dell’industria automobilistica. In Italia la cultura è all’ 1,1%, risultando ultimi in Europa, peggio perfino della Grecia che investe l’1,2% della propria ricchezza. Se non si cambia registro, non si andrà da nessuna parte e se non si estirpa il fenomeno dell’editoria a pagamento, siamo perduti.

      Ma non demordo, spero solo che si cambi rotta. Per adesso io mi “limito” a pubblicare opere e autori di qualità che non farebbero brutta figura nemmeno con il più blasonato degli editori.

      Come si sa, “la speranza è l’ultima a morire”. (Tralascio quel detto che dice: “chi vive sperando…”).


      Giuseppe (Beppe) Iannozzi

      Iannozzi Giuseppe, detto Beppe o anche King Lear, è un giornalista, scrittore e critico letterario.

      E’ famoso per non fare sconti a nessuno.

      Il suo motto è: “la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.”

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        Beppe Iannozzi è un critico severo e "diabolico". La sua bella recensione de L'ARCA DELL'ALLEANZA fa capire che l'ultimo Thriller Storico di Carlo Santi ha superato una prova difficile.

        L'Arca dell'Alleanza, un Thriller Storico di Carlo Santi

        L’Arca dell’Alleanza, un Thriller Storico di Carlo Santi

        Fonte: Blog di Beppe Iannozzi

        Carlo Santi ha, fuor di dubbio, la rara e preziosa qualità di saper scrivere senza mai annoiare il lettore. Nei suoi romanzi la suspense è sempre alta. Non c’è tempo per distrarsi, perché l’autore inghiotte letteralmente il lettore nella “sua” storia, e lo fa in maniera così convincente che è impossibile, una volta iniziata la lettura di un suo romanzo, prendersi un attimo di pausa. Questo accade perché Carlo Santi fa abile commistione di veridicità storica e fantasia, senza mai scadere nella banalità, senza mai scegliere la strada della semplicità seriale.

        L’Arca dell’Alleanza è uno di quei rari romanzi che spogliano la Letteratura dei suoi cliché per compiere una sorta di miracolo, dar vita a un thriller storico che nulla ha da invidiare ai più commerciali e banali thriller sfornati, a ritmo serrato, da altri autori, magari più conosciuti ma non per questo più bravi. L’autore scrive per far divertire il suo pubblico. Grazie a uno stile pulito e a una sapienza narrativa lineare, Carlo Santi riesce là dove sono in tanti a fallire: creare dal nulla e dal caos una storia, che è, allo stesso tempo, romanzo d’avventura e saggio storico. Gli elementi avventurosi si sposano con elegante perfezione a quelli fantastici, per cui, alla fine, risulta quasi impossibile distinguere la realtà dalla finzione.

        E’ il caso di sottolineare, senza tema d’esser io in qualche modo smentito, che Carlo Santi è uno scrittore da combattimento, amabile quanto Tullio Avoledo, coinvolgente e irriducibile più e meglio di Ken Follett e Dan Brown.

        Giuseppe (Beppe) Iannozzi

        Giuseppe (Beppe) Iannozzi

        Iannozzi Giuseppe

        Iannozzi Giuseppe, detto Beppe o anche King Lear, è un giornalista, scrittore e critico letterario.

        E’ famoso per non fare sconti a nessuno.

        Il suo motto è: “la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.”

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          Lo scrittore e critico letterario Iannozzi Giuseppe, detto Beppe, intervista il nostro autore Gianni Fontana

          Cover_LeParoleFonte: Il Blog di “Beppe” Iannozzi

          Le parole non dormono maiGianni Fontana

          Pagine: 224 – Ciesse edizioni – Collana: BLACK & YELLOW

          ISBN Libro: 978-88-6660-088-6 – ISBN eBook: 978-88-6660-089-3

          1. Gianni Fontana, Le parole non dormono mai (Ciesse edizioni), è il tuo ultimo parto letterario. Reca una dedica atipica: “A Umberto Eco che mi ha fatto scoprire quale potente magia si nascondesse nelle parole”. Prima che Eco ti facesse scoprire la “magia”, che cos’erano per te le parole?

          Gianni Fontana

          Gianni Fontana

          Nel 1973 avevo deciso di dare una tesi sullo strutturalismo, argomento astruso ai più, professori compresi. Forse per questo non avevano battuto ciglio quando l’avevo presentata, tantomeno quando l’avevo discussa due anni dopo. Tra gli autori che in quel periodo avevano scritto sull’argomento, c’era anche Umberto Eco con il suo “La struttura assente” pubblicato nel 1968. Prima di quella lettura le parole per me erano pietre, intese come solido materiale da costruzione per teorie. Con il tempo sono diventate elementi giocosi da maneggiare con cura poiché la loro efficacia sta nel contesto in cui vengono usati. “Una risata ci seppellirà”.

          2. Il tuo romanzo è basato perlopiù su tanti trabocchetti, su giochi di parole, sulla semantica. Diego Morra, giornalista, ha da tempo dimenticato il piacere sublime di correre dietro una notizia e di “essere la notizia”. La notte di Capodanno un omicidio: un vigilante, Carrisi, viene fatto fuori, il suo cranio viene letteralmente fracassato, forse con un martello. Ha forse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e per questo motivo è stato ‘punito’. Diego, che lavora in qualità di addetto stampa presso la Securomnia, un Istituto di Vigilanza Privato, per la prima volta dopo tanti anni, è costretto ad arginare i danni di immagine che la Securomnia potrebbe subire.Gianni Fontana, tu sei anche un giornalista: è vero che se senti l’odore dell’inchiostro, della carta stampata, quando sei bambino, non te potrai più liberare? Per quale (assurdo) motivo?

          Chi non è mai stato vicino a una rotativa quando arrivava l’ordine “si stampi”non potrà mai capire il gusto dell’inchiostro. Era la nemesi di una fatica. Non soltanto occorreva scovare la notizia, ma la si doveva scrivere rispettando scrupolosamente la lunghezza del testo, un’abilità che si è persa dopo l’avvento del computer. All’epoca il foglio di un giornale era come la superficie di un orto da suddividere accuratamente per le diverse coltivazioni di ortaggi. A volte, per soddisfare le priorità dell’ultimo momento, si era obbligati ad ampliare la notizia oppure a ridurla notevolmente in pochissimo tempo. “E’ la stampa bellezza!”. Peccato che sia soltanto un bel ricordo.

          3. L’agente Carrisi viene trovato esamine nel parcheggio del Palaservice, là dove prestava servizio. Carrisi sembrava essere una persona affidabile, nonostante non fosse mistero per quasi nessuno che era un donnaiolo impenitente. Sulle prime, si pensa a un omicidio passionale. Però, più le ore passano e più la storia si fa ingarbugliata: la Securomnia rischia non solo di fare una figuraccia, ma anche di perdere importanti clienti. Diego torna così a essere un giornalista, o forse sarebbe più giusto dire che, finalmente, si cala nei panni del giornalista che investiga. Oggi, molto più di ieri, i giornalisti cercano anche di essere degli investigatori, non a caso, in tivù, a quasi tutte le ore, imperversano tanti programmi di approfondimento su omicidi irrisolti. Tu, Gianni Fontana, pensi che certi programmi televisivi possano essere di qualche utilità alle indagini ufficiali in corso? Anche Diego Morra, nonostante non ami granché la tivù, è costretto a seguire i notiziari su un vecchio televisore, che gli restituisce delle immagini tendenti al rosa. Questo particolare mi ha incuriosito: avresti voglia di approfondire?

          Ho vissuto a lungo con un televisore del genere. Come il protagonista anch’io non gradisco un certo tipo di consumismo che fa degli oggetti non già la soddisfazione di un bisogno bensì l’estensione della propria vanità. Penso che i programmi che seguono queste vicende, qualora non vendano fuffa, servano a risvegliare la memoria di qualche spettatore o ad ampliare la rete degli informatori. In fondo la deontologia di un giornalista lo fa somigliare a un sacerdote legato al segreto del confessionale. Peccato che questa garanzia sia stata sfruttata per costruire quella che è stata definita la macchina del fango. A che cosa serve seguire i notiziari? Ad allenare l’attenzione, ovvero a ripulire il nocciolo della notizia dalla ridondanza gossippara o dalla semplificazione della propaganda.

          4. Diego Morra potrebbe essere Gianni Fontana? Quanta della tua esperienza è confluita nel personaggio principale de “Le parole non dormono mai”?

          Molta esperienza e una manciata di fantasia. Come dice il direttore editoriale di Adelphi Roberto Calasso chi scrive deve conoscere le cose di cui parla per accompagnare il lettore in ambienti o in situazioni di cui ignora l’esistenza. Io ho voluto portare i lettori nel mondo pressoché sconosciuto dei giornalisti (sovente considerati di serie B) che curano le relazioni esterne di una società, di un’associazione o di un partito politico. Non faccio per vantarmi, ma lo faccio, l’archivio KGB di Diego Morra è stato portato ad esempio in un corso per aspiranti giornalisti.

          5. In “Le parole non dormono mai”, protagonista a tutto campo è l’informazione, l’informazione massificata e pianificata, ma anche quella gossippara… Par quasi che i protagonisti siano tutti, nessuno escluso, vittime di un feedback informativo non poco sgangherato. E’ forse questo il secolo che più di altri sta producendo una mole impressionante di notizie! L’informazione dovrebbe renderci tutti più liberi; e però, più si guarda ai mass media con occhio critico e più si ha netta l’impressione che in realtà così non sia. Qual è la tua opinione? E, soprattutto, Diego Morra è un bravo giornalista, o è soltanto un mestierante che cerca, in tutti i modi, di scoprire chi ha assassinato Carrisi per sopravvivere a sé stesso?

          Troppa informazione crea confusione poiché riduce la memoria degli avvenimenti a una marmellata dove tutto diventa senza sapore, quasi quanto un piatto privo di gusti decisi. Diego Morra è un giornalista di vecchio stampo, cresciuto con la schiena dritta e dritta la vuole mantenere. Per cui definirei il personaggio un giocoliere costretto dagli avvenimenti a equilibrismi e a piccoli sotterfugi pur di arrivare al risultato che si è prefisso senza farsi troppo male.

          6. E’ questa una domanda che rivolgo a un po’ tutti: “Le parole non dormono mai” è semplicemente un giallo o vuole anche essere qualcosa di più, che so, magari un’investigazione intorno al mondo del giornalismo?

          Qualcosa in più. Un bel giro dentro alla comunicazione e i suoi meccanismi.

          7. In “Le parole non dormono mai” le vicende si svolgono tutte, o quasi, in orari impossibili, intorno al crepuscolo o nel corso della notte più fonda. I protagonisti, loro malgrado, sono costretti a fare le ore piccole. Gianni Fontana, il titolo del romanzo lo hai scelto tu in prima persona o è stato deciso da qualcun altro? Potresti spiegare qual è il suo significato?

          Il mondo dell’informazione è notturno perché i crimini prediligono l’oscurità. Il titolo è la parafrasi di una celebre frase del film Wall Street pronunciata da Gordon Gekko: “Il denaro non dorme mai”. Sono le parole rimaste impigliate tra le sinapsi del protagonista che lo porteranno infatti a scoprire l’autore di un femminicidio. Il titolo l’ho proposto io. L’editore l’ha accettato. Secondo me ha fatto bene. Quelli di riserva erano. “Tre trentenni” oppure “Il colore delle parole”.

          8. Con J. Assange ed E. Snowden il modo di fare informazione, in rete e sulla carta stampata, sta cambiando in maniera radicale: si parla di giornalismo scientifico. Tuttavia Diego Morra e i personaggi che gli ruotano attorno seguono ancora il vecchio metodo; in particolare, Diego ha proprio sotto gli occhi la soluzione per scoprire l’assassino e il suo movente, eppure non la vede se non all’ultimo minuto. Che cosa ci insegna questo?

          J. Assange ed E. Snowden sono degli ottimi ladri, dei moderni Robin Hood che rubano le informazioni ai potenti per restituirle ai noi, poveri ignari, costretti a vedere soltanto la superficie del mare dell’informazione. Diego Morra invece ha di fronte dei fenomeni cui deve fornire una spiegazione. Anche se le parole non dormono mai, hanno bisogno di qualche evento che le inanelli nel filo appropriato per diventare significanti e quindi comprensibili. In questo caso l’elemento scatenante è la filastrocca di un libro per ragazzi e, in seguito, una frase sentita durante una discussione semi seria sul Manzoni.

          9. Le tue donne, siano esse dark lady o vittime innocenti, sono fragili, insicure, votate alla distruzione della loro femminilità: perché?

          Ho conosciuto e frequentato molte donne. Alcune erano così e altre tutt’altro. Quelle del romanzo mi sembravano le più indicate a giustificare la nascita e il seguito della storia.

          10. “Le parole non dormono mai” è ambientato in una Torino notturna, a tratti crepuscolare, in bilico fra la tradizione e la tecnologia. A tuo avviso, Gianni Fontana, Torino è ancora un capoluogo che possa offrire qualcosa ai suoi abitanti, nonostante l’assenza della Fiat e di tutte quelle aziende che le facevano da corollario?

          Ogni epoca ha le sue pecche e i suoi fascini. La Torino operaia era noiosamente concreta ma possedeva un senso dell’ironia invidiabile. L’attuale sembra vivace, sicuramente più interessante ma a volte ammantata di troppa fuffa.

          11. Domanda banale ma necessaria, Gianni Fontana: quali sono stati i tuoi autori di riferimento scrivendo “Le parole non dormono mai”? Per quali motivi?

          I giallisti di riferimento sono tre. Il piatto base è Rex Stout, poi un pizzico di Umberto Eco e una spolverina di Conan Doyle. Quello che cercato di costruire è un personaggio in cui convivono sia Nero Wolfe sia Archie Goodwin. Un giallo di parole e di gambe, insomma. Poco sangue e molti duelli verbali. Sono quelli che prediligo perché sono i più cruenti poiché provocano squarci indicibili nelle anime.

          12. Tra i tanti autori contemporanei che oggi scrivono un po’ di tutto, passando con nonchalance dal romanzetto rosa al romanzo storico, quali sono quelli che apprezzi di più.

          Credo che soltanto i grandi scrittori siano in grado di farlo. Sugli altri preferisco non esprimere giudizi.

          13. Leggendo il tuo lavoro, non ho potuto fare a meno di accostarlo a certi classici di Georges Simenon. Sbaglio?

          Non posso rispondere a questa domanda. Anche a costo di dire un’eresia, non ho mai letto Simenon. Mentre ricordo il personaggio televisivo, un uomo armato soltanto di pipa, di buona memoria e di parole feroci.

          14. Gianni, te la sentiresti di offrire ai lettori un motivo valido per leggere “Le parole non dormono mai” piuttosto che un altro libro?

          Uno solo. Ho sempre voluto scrivere per far divertire il lettore, senza mai annoiarlo, neppure per un istante. Per questo non mi reputo uno scrittore, bensì un buon narratore.


          Gianni Fontana è nato in provincia di Torino il 7 aprile del 1951.

          Laureato in Psicologia Sociale, ha insegnato nei corsi di lingua italiana per stranieri. Come giornalista ha collaborato con le riviste nazionali “Percorsi” e “Studi e Ricerche”. Coordinatore redazionale in diversi settimanali locali, per qualche anno ha diretto le testate del periodico “Il giornale del Comune” e del mensile “Oltre”. Ha gestito inoltre gli uffici stampa di alcune aziende della cintura torinese. Attualmente lavora come consulente di comunicazione e organizzazione aziendale.

            0 1748

            Cover_Il_muro_di_luceIl muro di luce (Ciesse edizioni), ultima fatica dello scrittore maniaghese, Emiliano Grisostolo, lo si potrebbe forse etichettare, in maniera piuttosto semplicistica, come un romanzo di mera fantascienza; e però non siamo di fronte a un costrutto narrativo basato sulla sola fantasia, Grisostolo mescola infatti tanti elementi junghiani che disegnano un quadro sociale di incertezze, quello attuale; la stabilità di coppia, l’incertezza lavorativa, il precariato, la paura di essere soli nell’universo. Ecco dunque che l’alieno che Grisostolo mette nero su bianco è (forse) più umano di quella umanità, che, dalla notte dei tempi, scruta il cielo nella speranza di scorgere un seppur minimo segno di un Dio, d’un Demiurgo, di una civiltà superiore ma simile alla nostra.

            L’abusato cliché dei viaggi spaziotemporali, serve allo scrittore per introdurre il lettore nella realtà sociale degli anni della Guerra Fredda; nel tentativo di mascherare la tensione fra URSS e USA, molti scrittori adottarono i marziani (e gli alieni, provenienti da un po’ tutti i pianeti del sistema solare e non), che nei loro romanzi (perlopiù da edicola) finivano con l’essere i nemici dell’umanità. Impossibile non ricordare “L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney, la “Guerra dei mondi” di Herbert George Welles, “I figli dell’invasione” di John Wyndham;  ma meglio di tutti, le contraddizioni della società americana, le evidenziò Philip K. Dick in alcuni romanzi, che non è possibile definire a pieno titolo di fantascienza: “L’uomo dai denti tutti uguali”, “Il paradiso maoista”, “Voci dalla strada”, “Mary e il gigante”.

            Emiliano Grisostolo

            Emiliano Grisostolo

            Il muro di luce di Emiliano Grisostolo è molto più vicino alla letteratura mainstream dickiana che non alla fantascienza;  ed è questo un pregio della storia narrata e non, come qualcuno potrebbe pensare, un punto a sfavore del romanzo. Grisostolo compara la società degli anni Sessanta con quella odierna, arrivando alla conclusione che nulla è veramente cambiato, vale a dire che la società è rimasta ferma, non si è socialmente evoluta, né l’etica è cambiata d’una virgola: sempre le forze governative usano la violenza e la tortura contro chi vorrebbe dare inizio a un mondo ideale, se non perfetto comunque prossimo a sfiorare una democrazia reale, per una parità di diritti e di possibilità uguali per tutti.

            L’alieno, molto umanizzato disegnato da Grisostolo, non è però malvagio, tutt’altro: è esso un portatore di pace, che vorrebbe salvare la Terra da una immane catastrofe, grazie anche a un manipolo di coraggiosi riunitisi intorno alla Resistenza. Un vecchio professore, che negli anni ’40 mise a punto una straordinario congegno per viaggiare nel tempo, raggiunta la veneranda età di 90 e passa anni, si trova suo malgrado costretto, ancora una volta, a dover fare i conti con chi vorrebbe utilizzare le sue scoperte per scopi bellici. Il professore può contare sull’aiuto incondizionato dell’alieno Kio – un essere che somiglia molto a un bambino e che per certi versi ricalca le delicate fattezze dell’ET creato da Carlo Rambaldi –, ma anche sulle sue visioni, delle vere e proprie esperienze sinestesiche che lo istruiscono. Non sarà facile per nessuno dei personaggi coinvolti capire e fronteggiare la minaccia che alligna su di loro, ma, alla fine, alieni e umani avranno maturato una coscienza di sé che mai avrebbero sospettato.

            Il muro di luce di Emiliano Grisostolo, nonostante qualche perdonabile ingenuità dal vago sapore new age, è una più che piacevole lettura che fa viaggiare il lettore con l’immaginazione inducendolo a riflettere sul destino di questa nostra umanità, in questo così tanto incerto momento storico dove l’unica certezza è che qualcuno ci spia, e non dal cielo!

            Il muro di luce – Emiliano Grisostolo – CIESSE Edizioni – Genere: Sci-Fi/Fantastico – Pagine: 192 – Collana: SILVER – 1ma edizione: febbraio 2014 – ISBN Libro: 978-88-6660-114-2 – ISBN eBook: 978-88-6660-115-9 – Libro euro 15,00 – eBook euro 5,00

            Link articolo originale

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              Cover_Enfer-Small

              Fonte: Blog Giuseppe Iannozzi, detto Beppe

              1. “L’orgoglio della donna/ giace sotto l’ombra/ del proprio peccato”: questi versi riassumono il leitmotiv della tua ultima fatica EnferFabrizio Corselli. Un lavoro molto diverso rispetto alla poesia cui ci hai abituati. Ma di questo ne parleremo più avanti, nel corso dell’intervista. Ora mi preme da te sapere una cosa: non trovi che i versi citati abbiano una impronta spudoratamente decadentista?

              Sì. Vuoi per il tipo di contesto adottato sia perché mi allontano da idee tipicamente romantiche, che comunque sono state sempre presenti nella mia poetica, avvicinandomi di più alla visione dei poeti maledetti, all’incitamento del rifiuto della morale borghese fino alla figura del poeta veggente, solitario. Le “visioni” di Morel sono comunque ben diverse. Anche nella dimensione strutturale vi è l’esaltazione del verso libero e della musicalità quale nuova eco capace di costruire nuovi mondi, nuove esistenze. Da questo punto di vista, Verlaine è straordinario. Ci si concentra di più sui desideri, sulle pulsioni dell’anima e meno sulla fisicità del reale che limita invece l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni. Morel dà adito alla sua anima dannata, anche se ciò lo porta all’autodistruzione.

              2. Enfer è opera erotica più vicina alle inclinazioni del Marchese de Sade o a quelle di Octave Mirbeau?

              Enfer nasce dalla mia passione per il periodo libertino, questo è chiaro, e nella fattispecie dall’amore che ho nei confronti dei testi de sadiani; primo fra tutti la Justine. Ben lontano invece dal “Giardino dei supplizi” di Mirbeau e da “Le undicimila verghe” di Apollinarie; questi non sono riusciti ad appassionarmi così tanto come ha fatto il Divin Marchese, in lui mi ritrovo maggiormente, a livello letterario. In particolar modo adoro il suo concetto di trasgressione retorica e le sue azioni iperboliche nell’atto sessuale. Seppur “erotico” il tema libertino lo considero in ogni modo un genere a sé stante. Ha temi e contesti propri che affondano le proprie radici in un determinato periodo storico, uno schema che è molto preciso, entro il quale riesco a muovermi meglio. Anche a livello di personaggi tipici, Enfer è molto distante dalla figura di Casanova o di Don Giovanni.

              3. Enfer celebra Thanatos (θάνατος) ma anche Eros (Ἔρως). Par quasi che siano facce d’una stessa medaglia. Concependo Enfer, tu, Fabrizio Corselli, hai cantato e la pulsione di vita e la pulsione di morte. In “Al di là del principio di piacere”, Freud sosteneva che “La mèta di tutto ciò che è vivo è la morte”, per arrivare alla conclusione che “esiste un netto contrasto fra le ‘pulsioni dell’Io’ e le pulsioni sessuali, poiché le prime spingono verso la morte e le seconde verso la continuazione della vita”.

              Delicata come questione. Diciamo che la maggior parte degli atti sessuali, soprattutto inseriti all’interno dei riti pagani, stanno a simboleggiare la fertilità, così anche azioni come lo sparagmos, lo smembramento, di cui Orfeo è il caso più eclatante nella mitologia, senza tralasciare il paradigma mitico di Horus. L’unione di Eros e di Thanatos può essere semplificato, in maniera sbrigativa e un po’ presuntuosa, nel diretto rapporto fra gli opposti, in quella che è la legge enantiodromica di Eraclito, in cui immancabilmente un principio si trasforma nel suo opposto, come lo è il suono nel silenzio, e di cui la Poesia si nutre, ritrovando il suo apice in quel silenzio metaforico che assenza non è ma Suono assoluto. Principio peraltro ripreso dai poeti maledetti, un dire tacendo in cui la privazione si veste di una forte carica metaforica, sottraendo oltremodo il sentimento alle leggi del cuore.

              Oltre all’Eros e Thanatos, c’è anche un particolare che mi differenzia dalla letteratura de sadiana, per quanto io possa prenderla a modello, tralasciando la sua retorica ed etica del coito, ed è proprio la presenza dello smarrimento, della vertigine del bello, cosa che invece manca in de Sade, come Simone de Beauvoir ben evidenzia nella postfazione della Justine “mai la voluttà appare nei suoi racconti come smarrimento di sé, estasi, abbandono… nell’eroe sadico, la maschia aggressività non è attenuata dalla comune metamorfosi del corpo in carne; nemmeno per un attimo egli si perde nella sua animalità: rimane così lucido, così cerebrale che invece di disturbarlo nei suoi slanci i discorsi filosofici sono per lui un afrodisiaco”. Cosa che non succede invece in Morel. Soprattutto, poi, lo smarrimento, la vertigine è necessaria in quanto elemento costitutivo della Poesia, strumento per raggiungere il sublime ed effetto finale che la Poesia stessa cerca di causare nel lettore (il sublime ha il fine di creare la vertigine nel lettore).

              4. In Enfer il piacere è carnale ed è mortale, il più delle volte anale. Con elaborate immagini poetiche metti a nudo il vizio del libertino Alexandre Morel e quello della sua vittima Madeleine. Ambientato in un’epoca per certi versi ancora oscura nonostante Voltaire abbia già da tempo portato il lume nelle menti di molti, Morel segue e rispetta una regola solamente, quella di amarsi torturando con il suo fallo le fanciulle. Solo finzione letteraria, o c’è in Morel anche uno specchiamento di te poeta?

              Tralasciando la parte delle azioni fisiche, che lascio nel mistero più completo demandando il tutto alla fantasia o alla malizia del lettore, dico subito che Morel è la proiezione del mio lato oscuro. Soprattutto in esso si rispecchiano alcune mie componenti individualistiche quali una velata misoginia che mi ha sempre caratterizzato, e l’assenza di fede cattolica. Situazione quest’ultima che mi ha aiutato abbastanza nella trattazione della negazione della morale cattolica stessa e nel suo esplicito attacco da parte di Morel, per ovvie questioni ideologiche del movimento libertino. Va distinto il libertinaggio dal vero e proprio movimento filosofico; il primo, più popolare, è diventato soltanto una degenerazione dei costumi morali, con una particolare attenzione all’atto sessuale e alla soddisfazione dei propri piaceri smodati.
              La frequenza del sesso anale, e non solo questo, derivano invece da alcune considerazioni che De Sade espone in maniera precisa nella Filosofia del Boudoir, proprio sulla pratica dell’entredeux, e che ho accolto con grande enfasi a livello compositivo. Un’altra situazione frequente, che aggiungo e che molte lettrici hanno fatto notare, è l’uso delle dita rispetto all’amplesso vero e proprio.

              5. In Enfer descrivi fin nei minimi particolari pratiche sadomaso ferali. Hai esperienza diretta di qualche esercizio sadomaso da te descritto, o ti sei limitato a riversare in poesia esperienze altrui?

              No, niente di tutto questo. Ho una fervida immaginazione e ho letto tanto. La capacità del poeta è anche quella di saper “vivere” certe situazioni a livello immaginativo, costruendone ogni minima tessitura sensoriale. La pratica sadomaso è poi ben diversa da un atto copulativo.

              6. Enfer è in parte poesia e in parte prosa. Lo stile da te adoprato è volutamente antiquato. Perché questa scelta, quando sarebbe stato forse più semplice scrivere una storia di ordinaria follia bukowskiana punto e basta?

              La risposta è più semplice di quanto si possa pensare. Troppo spesso nel delirio dell’impronta editoriale, nell’esaltazione delle sue regole come se fossero leggi universali acclarate e condivise, si dimentica la parte più importante, soprattutto quello che ne paga le conseguenze, ossia l’autore. Questi è un individuo con le sue angosce, le sue paure, le sue preferenze soprattutto. Dico questo, perché ci si dimentica troppo facilmente delle scelte personali. Io provengo dal poema, e sono un “poeta neoclassico”, lo stile immancabilmente è marcato. Ho scelto la Francia del 1793 perché mi piaceva, semplice. Inoltre Enfer segue anche una linea ben precisa a livello linguistico, cercando di essere il più vicino possibile allo stile del tempo, qui vi è pertanto una contestualizzazione con il periodo storico. Questo discorso potrebbe generare anche altre questioni sul problema dell’adeguatezza del linguaggio al periodo corrente, ma non è la sede giusta. Provo allergia nei confronti dell’affermazione “scrivi come si scrive oggi”. Il concetto di modernità può appartenere senza alcun problema anche a un testo scritto mille anni orsono.
              Secondo me, anche il mio esser troppo poetico nella vita quotidiana, mi porta a trovare una maggiore corresponsione con i periodi precedenti. Mi viene detto spesso “tu dovevi nascere nell’Ottocento”. Chissà.

              7. Narrando le avventure di un libertino bell’e fatto, impossibile da redimere, non temi di poter essere accusato di maschilismo? Oggi si ha paura del sesso, più di ieri, e si ha paura di chi ne parla. Le scrittrici italiane non amano parlare di sesso e se una scrittrice ne parla in maniera esplicita, come Isabella Santacroce, il rischio c’è ed è… La scrittura al femminile evita di raccontare il sesso. E’ purtroppo tornata in auge la convinzione che il sesso sia una cosa sporca!

              No, di ciò non ho paura. Comunque non mi sono mai posto il problema. Quando scrivo un’opera nulla mi trattiene. Mi sono sempre considerato un libertino dell’Immaginario. Nessun tampone lessicale, nessun problema di scorrettezze diplomatiche o etiche. Oggi si ha paura a parlarne, ma in pubblico, nel privato ognuno è libero di fare ciò che vuole, e spesso il sesso occupa una buona parte dell’interlocuzione. Soprattutto l’imperante presenza di battute e doppi sensi è un chiaro anelito a volerne parlare, ma ci si deve limitare o si è considerati “ossessivi”, “maniaci”, con frasi del tipo “ma pensi solo a quello?” e così via. Io ci gioco continuamente, anche in pubblico, senza alcun problema. Sono abbastanza irriverente di natura, e soprattutto il mio linguaggio esorbita. Ciò è dato anche dal fatto che ci siamo disabituati ad ascoltare termini quale “cazzo”, “fica”, “vagina”, ce li hanno sempre propinati come tabù lessicali, e al solo proferirli la reazione è un innocente quanto disturbante fastidio. Sporco il sesso perché te lo fanno vivere così, si dovrebbe fare più educazione sessuale nelle Scuole. Inoltre, in Italia i moralisti sono troppi, e spesso della peggiore specie; sono quelli che predicano e poi in segreto compiono atti a dir poco detestabili. Poi non parliamo dei preti e della morale cattolica.
              Della Santacroce ho apprezzato tantissimo V.M.18, soprattutto perché riprende con esiti positivi la tradizione de sadiana, cosa che non posso dire del libro della Melissa P. Comunque la Santacroce è un caso a parte, per fortuna. Dici che la scrittura femminile evita di raccontare il sesso, io invece vedo un’inversione di tendenza. Esso però viene trattato come qualcosa di troppo personale, come se appartenesse solo a loro, e come se loro stesse avessero l’esclusiva nel detenere lo scettro di tale genere. Poi c’è scettro e scettro.
              Per il lavoro che faccio, è divertente vedere tante mamme ipermoraliste e iperprotettive nei confronti dei propri figli e poi incrociarle con la copia di 50 sfumature in bella vista, che trasborda dalla propria borsa quasi ne rappresentasse un vessillo.

              8. Il peccato. Esiste il peccato in poesia? Con la sua verga, Alexandre Morel è un poeta, un poeta infernale ma pur sempre un poeta. C’è chi le poesie tenta di scriverle sull’acqua e c’è chi invece usa la donna per dar corpo alla poesia.

              Il peccato in Poesia non esiste. L’unico peccato che ci può essere è quello di trattenersi dall’esprimere tutto ciò che l’anima e la lingua poetica sono in grado di esprimere. Il testo è una zona franca, un paradiso artificiale nel quale lo scrittore può dare adito ai suoi primigeni e controversi istinti, a ogni sua pulsione e perversione, a ogni sua azione crudele. Ogni ansa testuale trattiene il pathos e la tensione che agita l’anima, perfino dannata, di chi gode del privilegio dell’espressione versificatoria, per poi farla defluire in molteplici affluenti e nervature. La scrittura è dendritica, ha infinite connessioni nervose. Ogni mezzo è lecito. In Poesia c’è liquidità al pari dello sperma che desidera venir fuori da quel tanto agognato fallo che diviene nelle mani del poeta strumento non solo di piacere ma di piena soddisfazione della propria componente diegetica. Vive libero e felice all’interno del testo, esso è il propriochoros apemon, il proprio luogo sicuro ove nulla è proibito, dove perfino il crimen, l’omicidio, lo stupro e il sangue divengono elementi della propria nuova esistenza. Come già ho scritto nel saggio breve “Apologia del pensiero impuro”, pubblicato sul numero 37 della rivista Atelier, si assiste a «una coscienza offuscata dalla paura di confrontarsi faccia a faccia con le proprie paure, con i più intimi desideri rinnovati e perpetuati all’interno di codesta gabbia versificatoria d’impenetrabile solitudine libertina, trasformata con lenitiva progressione in un inossidabile ed incestuoso luogo dove poter professare l’elogio del tradimento, dell’eccesso altresì della più pura trasgressione. Una misura che più non si ritrova in alcun sistema metrico, di conseguenza non appartenente al poetare, ma in un canone che scopre a poco a poco il suo equilibrio nel capovolgimento dei principi dicotomici del Bene in Male, del Piacere in Dolore, e dell’Ingenuità in Malizia, ma soprattutto della Virtù in Vizio. Un rovesciamento di principi, velati e oscurati dal continuo incedere di una incoerente castità romantica che, pur silenziosamente, soffoca la nascita di ogni “libero” o “pudico disio” capace di professare e commettere ogni sorta di crimini del cuore».

              9. Per quale ragione hai dato alla tua opera il titolo Enfer? E’ forse un riferimento ad Arthur Rimbaud, a “Une saison en enfer”?

              Perché ciò che si consuma all’interno della cella della prigione della Conciergerie è assimilabile a una vera e propria bolgia infernale, al ciclico ripetersi di alcuni tormenti e di alcune pene inflitte. Morel oltremodo inveisce contro Madeleine ricordandole chi è lei e la fine che merita qual dispensatore al pari d’un guardiano degli Inferi. C’è ritualità in Enfer, c’è il fuoco della dannazione senza alcun pentimento, c’è l’ardimento poetico che divampa al pari di un incendio. La prigione si trasforma in un luogo dove esercitare il proprio potere, dove le leggi del “sopra” non esistono. Soltanto una coppa cerimoniale ad avviare il rito di metamorfosi di quel libertino.
              Come detto precedentemente, ho fatto riferimento ai poeti maledetti, e soprattutto il poema in prosa Une Saison en Enfer di Rimbaud è uno dei miei preferiti.

              10. C’è una morale in Enfer? A me pare di ravvisare che tu, Fabrizio Corselli, non abbia voluto indicare nessuna condotta morale, hai invece preferito raccontare di Alexandre Morel e di Madeleine senza porti dei limiti.

              Non c’è una morale in Enfer, e anche gli stessi personaggi sembrano non averne, o comunque mostrarla in maniera così evidente. Come ben dici, ho preferito raccontare di Morel e di Madeleine. Non ci sono limiti in Enfer, se non quelli dell’Ineffabile. Anche qui la Poesia impera sui personaggi, non diviene dispensatrice di morale ma soltanto uno strumento nel perseguire i propri fini, stempera e tempera l’indole di Morel ma non lo influenza; ne diventa però complice. Del resto, Enfer non è un’opera sull’amore, e di “romantico” ha ben poco, se non visibile in qualche pallido rigurgito versificatorio. Ho pensato ad Enfer più come a un’opera grottesca. Sul piano erotico, io sono di base una persona irriverente ma con brio, anche nella vita quotidiana.
              Sulla questione dei limiti, avrei molto da dire, soprattutto m’infastidisce il fatto che alcuni scrittori bravi debbano cadere rovinosamente sulla libertà espressiva, limitando e ridicolizzando la composizione per una falsa pudicizia che risulta a dir poco nauseante. Da qui, ecco che nascono testi di una banalità disarmante, ai confini del fanciullesco (esempi pratici, reali, letti con i miei occhi, la “farfallina”).

              11. Enfer è dedicato a Heléne. D’obbligo chiederti se trattasi di una dedica reale, o se siamo invece di fronte a qualcos’altro.

              Di Heléne non posso svelare l’identità, rovinerei il mistero del libro. Dico soltanto che non è un personaggio fisico.

              12. Chi sono i lettori ideali della tua opera Enfer? Non è di certo una opera adatta a tutte/i, ma forse dicendo ciò sono io che cado in fallo!

              Enfer è un’opera a destinatario specifico. L’opera è nata per un pubblico femminile, e in esso trova le sue ragioni, le sue potenzialità semantiche e metaforiche. Tutta la struttura sensoriale funziona pienamente con una donna. Ciò non significa che esso rappresenti un dono, anzi.

              13. Enfer è fuor di dubbio una opera erotica, ma, a mio avviso, diversa dai tanti libri (più o meno commerciali e innocui) che oggi vengono portati sul mercato. Per strano che possa sembrare sono soprattutto le donne a scrivere di sesso; e sono forse passati i bei tempi in cui Charles Bukowski scriveva poesie per portarsi a letto le donne! Arthur Schnitzler, Charles Bukowski, Henry Miller oggi vendono perché sono entrati, a pieno diritto, tra i Classici. Anche la commedia erotica all’italiana è pressoché scomparsa dalle sale cinematografiche. Secondo te, Fabrizio Corselli, l’erotico oggi in Italia chi lo scrive? Chi è il potenziale lettore d’un libro che parla di sesso esplicito?

              Secondo me, Enfer risulta molto diverso dagli altri libri perché nasce da un atto di passione e amore più che da un progetto di marketing, il quale presuppone l’essere aderenti a una serie di richieste ben precise; in particolare quelle che regolano la censura all’interno di una casa editrice: per esempio, “l’età del personaggio deve avere almeno 18 anni di età”, e così via. L’età iniziale di Madeleine era di dodici anni. Poi l’ho cambiata per altri motivi, la Ciesse mi ha dato piena libertà, non ho avuto alcun tipo di censure. Molti mi dicono tuttora “dai, hai scritto erotico perché con 50 sfumature c’è stato il boom, e adesso tutti si buttano su tale genere”. Veramente no. Soprattutto perché già avrei fatto l’errore più grande: scegliere la Poesia, che è un genere che non vende; questo, parlando a livello editoriale. Affermazione peraltro abbastanza triste. La Poesia c’è, venderà di meno, ma c’è. Non si deve permettere all’editoria di sopprimere un genere letterario in toto e alla radice. Il fatto che venda poco non significa che dobbiamo disinteressarcene. Secondo poi, ho scritto Enfer nel 2003, evolvendosi nel tempo, e ampliandolo su richiesta dell’Editore. Oggi l’erotico lo scrivono tendenzialmente le donne, perché l’Editoria ha deciso così “si accettano soltanto manoscritti di genere erotico scritto da donne”, restringendo e altresì costringendo il campo. Anche se spezzo una lancia in favore della Lite Editions che lavora molto bene su questo genere, e pubblica anche tanti autori maschi. Inoltre anche il campo di lettura è dominato sempre dalle donne, più della scrittura. In maggioranza gli uomini sono invece troppo primitivi, onestamente ricevono più soddisfazioni da un giornaletto porno che da un libro di letteratura erotica. Per fortuna non sono tutti così. Per adesso, Enfer è letto da donne e solo donne mi scrivono in privato per discutere del libro. Magari cambierà qualcosa più avanti.

              Fabrizio Corselli, definito dalla critica italiana “Il Cantore di Draghi”, è uno scrittore di poesia a carattere epico-mitologico e un saggista. Nato a Palermo nel 1973, vive e lavora come educatore a Settimo Milanese.

              In qualità d’insegnante di composizione poetica, a partire dal 2001, cura a livello didattico una serie di progetti letterari volti a promuovere la Poesia presso scuole, biblioteche, librerie e associazioni. È autore del primo poema fantasy italiano dal titolo Drak’kast – Storie di Draghi, a cura di Edizioni della Sera di Roma. Presso la stessa, cura la Collana Hanami (Haiku).

              * * *

              Titolo: ENFER – Autore: Fabrizio Corselli
              Editore: CIESSE Edizioni – Genere: Opera poetica
              Pagine: 80 – Collana: BLUE
              Prefazione: Luca Cenisi
              Anno/Mese: marzo 2013
              ISBN Libro: 978-88-6660-080-0
              ISBN eBook: 978-88-6660-0081-7

              Prezzo Libro: Euro 8,00
              Prezzo eBook: Euro 3,00

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