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Bruno Elpis

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    Julian Assange

    Julian Assange: terrorista informatico o paladino della libertà d’informazione?

    Nemico del potere politico o amico di qualche superpotenza?

    Alleato di alcuni importanti testate giornalistiche o strenuo sostenitore dell’informazione senza censure?

    Robin Hood del terzo millennio e amico del desiderio di equità o criminale stupratore che la giustizia deve perseguire?

    Demonio affabulatore o angelo affascinante?

    Chiara Perseghin, nel suo interessante saggio sul personaggio dell’anno 2010, cerca di fornire alcuni strumenti di giudizio al lettore che, come fruitore di notizie, è sempre stordito dalla quantità di informazioni contrastanti che riceve dai mass media. E lo fa con tono leggero, sulla musica di “Rock around the clock”, di “Too much informations” dei Police e di “Do you want to know a secret” dei Beatles, e – al tempo stesso – con la serietà e la professionalità di una giornalista che non possiede la verità nelle sue tasche e quindi propone gli elementi raccolti attraverso un lavoro di ricerca, sempre conservando ‘il beneficio del dubbio’.

    Partendo dall’araldica della famiglia Assange, attraversando l’infanzia nomade di Julien, descrivendo l’equazione esistenziale del fondatore di WikiLeaks con la formula:

    rudimentale commodore + modem = hacker

    Chiara Perseghin ricorda alcune tappe fondamentali delle crociate dell’Orlando Furioso dell’era virtuale: Guantanamo, scientology, il sistema bancario islandese, l’imperialismo e le violenze in Afganistan, l’ipocrisia politica americana, perfino il Vaticano …

    Devo ammettere che, prima di leggere questo saggio su Assange, avevo le idee molto confuse. Forse perché ero ancora condizionato dall’idea semplicistica che un hacker è un terrorista, forse perché nei giudizi ci lasciamo sempre influenzare (ma perché rimaniamo, in fondo, sempre degli inguaribili bambini?) da esperienze semplici ed elementari: chi non detesta virus e troyan che quasi quotidianamente ci complicano o ci impediscono connessioni e comunicazioni?

    Il lavoro di Chiara Perseghin – che, oltre alle competenze e alle abilità richieste dalla cronaca, utilizza alcune armi della sensibilità femminile: la curiosità, la lucidità, la capacità di analisi e … qualche indulgenza al gossip – ha il grosso merito di informare e far riflettere. Di scuotere e di stimolare lo spirito critico. Perché la verità non è sempre quella che viene spacciata come tale. Vero …

    … Bruno Elpis?

    Chiara Perseghin

    Cinque domande a Chiara Perseghin

    1.          Qual è stato il motore di questa ricerca su un personaggio così controverso?

    Un paio d’anni fa, quando esplose il fenomeno WikiLeaks e Assange, tutti parlavano delle rivelazioni. Eravamo ancora all’inizio della storia e non c’era alcun libro che parlasse né di WikiLeaks né tantomeno di Julian Assange. Cominciavano allora ad uscire i primi saggi redatti dai giornalisti americani delle testate chiamate a dar voce alle scoperte di Assange.

    Certo, non sarei sincera se non ammettessi che un po’ di colpa ce l’ha avuta anche il fascino di Assange. Poi la curiosità di andare oltre quello che ci raccontavano, in modo molto spesso scarno, i nostri quotidiani italiani. Ho cominciato così a pensare se non potessi in qualche modo raccontare, in modo semplice e agile, qualcosa in più su Julian Assange. Ci ho provato.

    2.    E’ stato complesso districarsi nella mole di informazioni e di fonti? Quanto è durato il tuo lavoro di documentazione e di analisi?

    Per quanto concerne le fonti, come avrai notato, alla fine del saggio c’è una corposa sitografia. Dovendo raccontare la storia dell’hacker più famoso al mondo, la maggior parte delle notizie si trovano soprattutto online. Mi sono procurata anche quei saggi americani cui facevo riferimento nella domanda precedente. In ognuno c’era qualcosa di interessante: notizie sulla vita di Assange, la trattativa con i media americani, e non solo, per la pubblicazione dei tanti cable forniti da Assange.

    Certo non potevo e non volevo riportare solo una sfilza di rivelazioni, a questo avevano già pensato i giornalisti che potevano disporne. Ho allora cercato quelle rivelazioni che potessero interessare più da vicino il nostro paese e quelle che non potevano essere tralasciata per la loro importanza: Guantanamo, Scientology, fino ad arrivare al disastro nucleare di Fukushima.

    Come ho lavorato? Ho dovuto fare prima di tutto una scaletta degli argomenti che avrei voluto trattare e mano a mano cercare in Rete notizie. E credimi, ce n’erano e ce ne sotto tuttora davvero tante.

    3.    Tu credi alla libertà dell’informazione? Ritieni possibile “il Grande Fratello” digitale?

    La libertà d’informazione è fondamentale. Ė un diritto che tutti noi abbiamo e dobbiamo proteggerlo. Senza l’informazione non saremmo nulla, dei semplici automi che agiscono senza saperne il motivo. Sembra impossibile, ma c’è ancora gente che non si informa, non è interessata a farlo, nonostante sia quasi impossibile non inciampare in un TG, un’approfondimento, un quotidiano della free-press… e poi c’è Internet, il luogo dove la libertà di informazione è maggiormente sentita. Non esistono solo i siti dei quotidiani o delle TV, ma c’è soprattutto Twitter dove è possibile trovare le notizie più disparate e molto spesso quelle più interessanti.

    4.    La tua prossima fatica letteraria sarà un altro saggio-inchiesta o … che altro?

    Questa volta cambio completamente. Ho cominciato scrivendo racconti e mai avrei pensato un giorno di approdare alla scrittura di un saggio.

    Scrivendo racconti, poi, ho sempre avuto una sorta di terrore nei confronti della scrittura di un romanzo. Il racconto si sviluppa nell’arco di poche pagine, un romanzo invece è una cosa più complessa. Dopo aver terminato il saggio su Assange mi sono messa a frugare tra racconti e appunti. Inizialmente pensavo di assemblare una raccolta di racconti noir, in gran parte già scritti. Poi però mi sono imbattuta in un mio racconto lungo. Più di una volta avevo pensato che avrei potuto trasformarlo in romanzo. Insomma, partendo da quel racconto, sto scrivendo una sorta di supernatural thriller ambientato nella Cappella degli Scrovegni di Padova.

    5.     Sappiamo che lavori in RAI. Che rapporto c’è tra la tua professione e il piacere di scrivere?

    Direi che tra il mio lavoro in RAI e la scrittura non c’è alcun rapporto. Come dicevo prima, ho cominciato scrivendo dei racconti, un po’ per gioco, un po’ per sfida, ma il mio lavoro non c’entra nulla. Penso invece che un ruolo fondamentale l’abbia svolto e continui a svolgerlo l’amore per la lettura. Autori come Stephen King, Paul Auster, Philip Roth, Don Delillo, Hemingway, Jack Kerouac, Dan Brown e tanti altri mi hanno accompagnato e continuano a farmi compagnia.

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      Bruno Elpis

      Bianca Moro, la protagonista del romanzo d’esordio di Laura Rico, ha un nome che è un ossimoro. Lei stessa è una contraddizione vivente. Su di lei pesa una nemesi oscura: “Sono maledetta o qualcosa del genere. Tutte le persone che amo e che mi amano sono destinate a morire giovani.”

      Figlia di una madre debole (“Pensavo che avrebbe potuto ribellarsi al suo destino … e invece continuava a farsi trasportare dalla marea, dalla fatalità …”) e di padre sconosciuto (un circense? Uno zingaro?), vive nel casale del dispotico zio, fascista fervente, intorno al quale ruota un’intera famiglia di stampo patriarcale della quale fa parte anche un tenero cugino disabile, nella Abano che già dagli anni venti comincia a conoscere lo sviluppo come centro termale. Bianca cova il germe della ribellione già nella sua mente acerba di bambina: “No, la vita non avrebbe scelto per me. Di questo ero sicura.”

      L’arrivo del circo in paese, anziché essere festoso, rappresenta per la famiglia di Bianca una sorta di nefasta concomitanza (“Il circo è una maledizione per la nostra famiglia – sentii dire a zio Italo – ogni volta che arriva ci distrugge.”): dopo aver portato la misteriosa gravidanza a sua madre, ha segnato la tragica, prematura scomparsa del cugino Lorenzo. Alla quale Bianca assiste impotente: il trauma subito le cagiona una grave afasia (“Scoprii presto la forza del silenzio. Più potente di tante parole e giustificazioni. Il silenzio mi difese dal doloroso ricordo di ciò che era successo …”)  L’ennesimo ritorno del circo, dunque, non promette nulla di buono e richiama alla mente sinistri presagi di nuovi lutti.

      Secondo la tecnica dell’alternanza, la lettura di ogni singola pagina del diario ritrovato dell’amica d’infanzia, l’eterea Dora figlia di un professore dedito alla propaganda anti regime, è l’occasione per infilare sullo spiedo dei ricordi la rappresentazione di una saga familiare  ove l’intreccio si snoda fino alla fine della seconda guerra mondiale: alla quale Bianca assiste con sgomento, nella tenuta francese di Cabris, ove si è rifugiata con l’amato padre dei suoi figli, mentre le persecuzioni razziali divampano.

      La prima parte del romanzo è trasposta attraverso gli occhi infantili delle due amiche, che imparano a conoscersi anche nei nascondigli ove si rifugiano a leggere “Alice nel paese delle meraviglie”. La narrazione sembra figlia e apparentata con “la letteratura femminile, per le poesie della Browning e di Christina Rossetti, che Dora traduceva per me in italiano, o ancora per i romanzi delle sorelle Bronte e di jane Austen.”

      Le pagine qui sono pervase dalle eco della cultura popolare veneta: si tratti – negli aspetti deteriori – di una religione ipocrita fatta di minacce e connivenze con il potere, incarnata dalla repressiva insegnante suor Alberta, o della visione della donna relegata al ruolo di contenitore per sfornare figli. Si tratti dei sapori di fritole e galani, dei pevarini, dei pezzi di fugazza e dei colori di “manciate di caramelle all’orzo”: in mezzo a questi aromi, le due bambine – sfidando le maldicenze – coltivano l’amicizia con Coco, una francese che nella mentalità infarcita di pregiudizi è una strega, perché in sé coagula la diffidenza per il diverso e lo sconosciuto.

      Poi le “piccole italiane crescono”. E si destreggiano con amori incipienti, sognando e partecipando a feste e balli.

      Quando la storia esplode e l’intreccio si sfilaccia per le violenze della vita e del regime, Bianca si ritrova pressoché sola a combattere contro il tentativo che anche la famiglia attua per domare la sua rivolta. E le “piccole donne” appaiono per quel che sono: “Eravamo ballerine di carta … innamorate della vita e forse anche dell’amore; avremmo voluto cambiare il mondo e le sue regole, ma eravamo diverse, inadeguate o, per meglio dire, non conformi …” Come nella fiaba del soldatino di stagno.

      Il romanzo è composito: romantico, nostalgico (il campanon! Chi non ci ha giocato, magari chiamandolo con un altro nome?), arrabbiato, addolorato, speranzoso. Trapassa un trentennio senza momenti di stanchezza e senza cali di tensione. Ci fa vivere l’animo femminile e la condizione della donna, la provincia, la tradizione, la mentalità preconcetta e il suo opposto.

      All’autrice Laura Rico, raffinata creatrice di Bianca e Dora “in posa come fragili ballerine di carta … pronte per il ballo della vita … i fili … retti da un burattinaio invisibile, il pensiero fascista”, per assonanza propongo:

      la ballerina di Rénoir 

      le “ballerine alla sbarra” di Dégas

      Gliele dedica …

      … Bruno Elpis

      (che nei prossimi giorni pubblicherà l’intervista a Laura Rico).

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        Le recensioni di Bruno

        “D’ombra e di luce

        di Francesca Panzacchi

        Decido di commentare il book fotografico di Francesca Panzacchi (“D’ombra e di Luce” di Ciesse Edizioni) non con la prosa, ma componendo alcuni versi. I titoli di alcune sue foto sono indicati in corsivo.

        Un passaggio segreto,

        una scala segnata dal tempo.

        Un’antica dimora,

        arroccata sui precipizi dell’anima.

        E dal bosco

        vedere la villa d’autunno

        o il castello.

        Per sentire

        che son assediato

        d’ombra.

        ***

        Vedere nel campo

        l’elogio del giallo.

        Seguire il volo disteso

        di creature alate

        e raggiungerne il nido.

        Nel riflesso

        stampato sull’acqua

        capire che son fatto

        di luce.

        ***

        Poi il giorno rinasce,

        il mare si tinge di rosa.

        Nella rete

        ancora conservo

        allusioni di fondali

        e conchiglie nel cesto.

        Così intuire

        che sono anche questo:

        d’ombra e di luce.

        Francesca Panzacchi, dopo alcuni fortunati romanzi (“La casa di Sveva”, “Il normanno”, i “Delitti al castello” scritto a quattro mani con Carlo Santi), una raccolta di poesie (“Sospiri”) e un saggio culinar-letterario (“Le ricette del desiderio”), con i suoi scatti fotografici ci regala alcune impressioni da brivido rubandole alla realtà.

        “D’ombra e di luce” è la raccolta delle sue più belle foto, che le sono valse il ruolo di direttrice della collana Light di Ciesse Edizioni.

        _________________

        Cinque domande a Francesca Panzacchi

        Francesca, di fronte a uno stimolo della natura, cosa ti induce a scattare una foto piuttosto che scrivere una poesia?

        Fotografia e Poesia hanno entrambe lo straordinario potere di fermare l’attimo traducendolo in un’emozione che non evapora. Sono magnifici strumenti per eternare la Bellezza e per plasmarla. Io ho bisogno sia dell’una che dell’altra per potermi esprimere al meglio: a volte la stessa immagine che in un primo tempo catturo con l’obiettivo, mi fa comporre versi qualche istante dopo.

        Nella tua arte ritieni prevalente l’intelligenza visiva, la sensibilità femminile, o la fantasia?

        Queste per me sono tre componenti fondamentali del processo creativo. A volte prevale l’una, a volte l’altra, ma solo mescolandole insieme si può dar vita a qualcosa di davvero bello.

        Tra le tue foto ce ne è una che prediligi? Come scegli i tuoi soggetti? Simpaticamente ricordo che oramai hai reso una star… il tuo gatto Merlino!

        Ci sono degli scatti ai quali sono particolarmente legata. Uno di questi è “ninfea onirica”: lo sguardo scivola sulle gocce di luce posate sul’acqua e la bellezza della natura diviene un ponte tra sogno e realtà.

        Spesso ho come l’impressione di non essere io a scegliere… è quasi come se fossero i soggetti stessi a farsi scegliere. A volte basta un dettaglio, un gioco di luce, una particolare angolazione e il desiderio di scattare diventa insopprimibile.

        Merlino è un gatto estremamente egocentrico, dunque adora farsi fotografare e ho l’assoluta certezza che si metta in posa J.

        Ci anticipi qualche progetto futuro? A questo punto, di fronte alla tua versatilità, siamo pronti a tutto…

        Un nuovo libro bolle in pentola: 49% noir e 51% romance, ma proprio non posso dire di più.

        Ci regali una tua foto?

        Ma certo che sì! A colpo d’occhio potrebbe sembrare una farfalla… ma se guardate bene sono due 😉

        Ringrazio Francesca anche per le foto che ci ha regalato, ricordando che le prefazioni alle sue opere sono firmate da …

        … Bruno Elpis

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          by Bruno Elpis

          Lo sposo imperfetto” di Monika Crha

          Nell’imminenza della partecipazione di Ciesse Edizioni alla fiera internazionale del Libro di Torino (Stand S40 Padiglione 3), oggi commento il romanzo “Lo sposo imperfetto” di Monika Crha, ambientato proprio nella città ospite della più grande manifestazione italiana dedicata all’editoria.

          La vicenda, a prima vista, sembra la storia di un tradimento, consumata appunto dallo “sposo imperfetto”, Marco Conti, ai danni della moglie Giulia e, più in generale, della famiglia, composta dai due coniugi e dal figlioletto Andrea.

          La vicenda viene raccontata dallo stesso Marco a Carla, incontrata in modo apparentemente casuale sulla panchina in un parco. La donna rimane folgorata dalla straordinaria bellezza del fedifrago. Ma la relazione clandestina tra Marco e Francesca, narrata nei suoi dettagli a Carla, è soltanto la punta di un iceberg, perché la storia riserva un’evoluzione sorprendente o – secondo un’altra immagine che mi piace attribuire alla vicenda – ingigantisce secondo la legge dell’effetto valanga. Il rapporto tra i personaggi infatti non è soltanto il classico colpo di fulmine e procede in modo complesso, sorretto dalle complicate leggi che governano l’agire e la psicologia umana. Tingendosi di ogni sfumatura del sentimento: nella potenza dell’incontro, nella passione, nella carnalità. In equilibrio dinamico tra i protagonisti che oscillano tra i poli opposti del “nec tecum, nec sine te vivere possum”.

          Una curiosità: della bellezza del protagonista, la scrittrice di origine croata fa soltanto un cenno all’inizio del romanzo: “E mi venne subito in mente il David di Michelangelo, ma con i lineamenti più affilati”. Poi, a romanzo inoltrato, attraverso gli occhi innamorati di Francesca il lettore viene raggiunto dalla profusione di particolari che confermano l’originalità descrittiva e la sensibilità artistica di Monika: “Non sono teneri, gli occhi di Marco, o incantati. … Hanno invece una certa inflessione verso la curiosità e la malinconia perché sembra abbiano perso un sogno da qualche parte e lo stiano cercando.”

          Coerentemente con lo spessore della storia, la prosa di Monika Chra avviluppa il lettore: ipnotica, plastica (tra l’altro ho letto che l’autrice “mette in opera installazioni e sculture in marmo”), a tratti anche ruvida e aspra. Perché l’autrice sa scolpire – non soltanto con le mani, ma anche con le parole – le sue creazioni. E le loro interconnessioni, che ora assumono le tonalità delle “Liaisons dangereuses” di Laclos, ora le sfumature delle “Affinità elettive” di Goethe.

          Nel finale si accumulano mille domande.  Tipo: “Perché a Torino ci sono donne che piangono. Per strada.” O ancora: è possibile amare due persone nello stesso tempo? E quali sono i legami e le catene che, a volte, concretizzano i rapporti personali e familiari? Nell’alternanza incalzante dei punti di vista e nella dialettica espositiva: di Francesca, di Giulia, di Marco e di Carla. Appuntamento dunque a Torino, alla fiera dell’editoria, per incontrare Ciesse Edizioni e libri affascinanti come questo. Con il saluto di …

          … Bruno Elpis

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            L’Istituzione “Città di Suzzara” ha istituito e organizzato il Premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca, relativo a opere di scrittori italiani, da assegnare a un’opera con le caratteristiche e secondo le modalità sotto indicate.

            Il Premio è riservato a romanzi gialli nell’accezione generale del termine, dal thriller al noir al poliziesco dal mystery alla detection story. Sono escluse le raccolte di racconti e i racconti lunghi pubblicati singolarmente (sotto le 50 pagine di foliazione effettiva del testo), nonché le ristampe e le riedizioni.

            Queste le opere CIESSE in concorso:

            1. Non ti svegliare di Stefano Visonà
            2. Il carnevale dei delitti di Bruno Elpis
            3. Quei due sulla collina di A. Borio e M. Raschér

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              Bruno Elpis

              Grazie per aver accettato questa intervista doppia. Ritieni di avere una personalità predominante o recessiva?

              Francesca: Predominante, ma adoro fingermi recessiva.

              Carlo: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Comunque assolutamente predominante.

              Prima di commettere i vostri delitti al castello, ciascuno di voi si è dedicato a un genere ben preciso: rosa-noir per Francesca, giallo-storico per Carlo. Vi riconoscete in questa mia colorazione del vostro scrivere?

              Francesca: Assolutamente sì, ma io ho come una sete continua di sperimentazione che mi porta a spaziare da un genere all’altro. Il thriller mi ha sempre attratto molto, era nell’aria che prima o poi ne scrivessi uno.

              Carlo: Mi riconosco sul giallo, ma il mio colore preferito è il nero, dove cova il mistero, la paura, l’incognita, l’oscuro, l’indefinito…

              Francesca Panzacchi

              Com’è stato per ciascuno di voi emigrare in un genere diverso da quello di provenienza?

              Francesca: Divertente, impegnativo, stimolante.

              Carlo: Novità interessante, c’è sempre da imparare.

              Vi chiedo una sinossi in tre righe della vicenda.

              Francesca: Una giovane nobildonna toscana si ritrova implicata in un caso di omicidio. Il commissario che indaga su di lei è un tipo piuttosto interessante e tra i due si crea un legame indecifrabile, scandito da continui colpi di scena.

              Carlo: Il poliziotto che si innamora della probabile assassina, quanto può essere obiettivo? Questa domanda mi ha incuriosito e intrigato. Direi che la sinossi sta tutta qui.

              E una retrospettiva, sempre in tre righe, di come vi siete trovati a lavorare con il vostro partner.

              Francesca: Io mi sono trovata molto bene a lavorare con Carlo, da lui ho imparato come si fa a creare la giusta dose di suspense.

              Carlo: Con Francesca non ci sono problemi, entrambi conosciamo i nostri rispettivi stili di scrittura, sapevamo come rapportarci e, in effetti, non ci siamo delusi.

              Come vi siete ripartiti la narrazione? Immagino vi sia stato un disegno, quello della trama, condiviso da entrambi … Avete discusso molto?

              Francesca: La trama è cambiata durante la stesura anche se, sostanzialmente, l’idea alla base del romanzo è rimasta quella iniziale. Abbiamo cercato di suddividerci i capitoli in base alle nostre rispettive preferenze, integrando successivamente l’uno le parti scritte dall’altra e viceversa.

              Carlo: Abbiamo steso il progetto e poi l’abbiamo sviluppato. Magari abbiamo cambiato qualche dettaglio durante la scrittura, ma la storia è esattamente come l’avevamo pensata, dalla prima all’ultima riga.

              Carlo Santi

              Ritenete che il romanzo scaturito dalla vostra collaborazione sia un’opera armonica? Io, che vi conosco come autori, avendo letto le vostre precedenti opere, vi confesso che ho letto “I delitti al castello” cercando d’indovinare in ogni pagina chi l’avesse scritta. E credo, forse in modo presuntuoso, di essere riuscito a individuare la mano maschile e quella femminile …

              Francesca: Abbiamo cercato di rendere questo romanzo il più armonico possibile, senza però annullare i nostri stili individuali, facendo della complementarietà un punto di forza.

              Carlo: L’importante è la coerenza narrativa. Non è difficile capire che il personaggio maschile è di mio riferimento, quello femminile di Francesca. Ma, attenzione, non tutto della contessa è stato scritto da Francesca e non tutto del commissario è stato scritto da me.

              Dopo questa esperienza, scriverete ancora insieme?

              Francesca: Solo se me lo proponesse Carlo, dato che sono stata io a chiedergli di scrivere Delitti al castello.

              Carlo: Io avrei già in mente il sequel di Delitti al castello, se dovessi scriverlo non può che essere Francesca la mia naturale partner. Però ora devo terminare un lavoro mastodontico e impegnativo come L’Arca dell’Alleanza, il terzo episodio della saga di Tommaso Santini.

              Quanto c’è del commissario Matteo in Carlo e della bella contessa in Francesca? Ciascuno risponda per se stesso.

              Francesca: Non ho un passato oscuro e non ho un castello, ma confesso che a livello caratteriale Sofia mi assomiglia parecchio. E’ insopportabile, vivace, capricciosa, imprevedibile. E incredibilmente viziata.

              Carlo: Matteo Alfonsi sono io. Come tutti i personaggi principali dei miei libri, posso dare credibilità solo se penso a me stesso. Mi è bastato pensare a cosa farei io nel caso mi trovassi nei panni del commissario Alfonsi e il gioco è fatto. Naturalmente con i limiti di ogni essere umano, quindi, credibile.

              Adesso incrociamo la domanda. Francesca, quali sono le caratteristiche del commissario che ritrovi in Carlo? E per te, Carlo, in quali aspetti la contessa assomiglia a Francesca?

              Francesca: Tutte. 😉

              Carlo: Sarei curioso di sapere la risposta di Francesca: immagino abbia detto che Sofia le assomiglia molto perché capricciosa, viziata e insopportabile. Ho indovinato? J

              Concludiamo con la domanda a piacere. Francesca fanne una a Carlo e viceversa.

              Francesca: Se tornassi indietro accetteresti di nuovo di scrivere con me?

              Carlo: Fammi una critica coraggiosa.

              Adesso ciascuno risponda alla domanda dell’altro …

              Francesca: Sei più testardo di Alfonsi.

              Carlo: Ti aspetto al varco quando sarà il momento del sequel?

              Ringrazio Francesca e Carlo per la simpatiche risposte che ci hanno fornito. A questo punto, l’appuntamento con loro è rimandato alla lettura dei “Delitti al castello”, con la prefazione di …

              … Bruno Elpis

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                Bruno Elpis

                Il mio interesse per le favole credo sia palpabile anche nel romanzo che ho pubblicato. Ne “Il carnevale dei delitti”, le favole sono uno degli strumenti che vengono utilizzati sia per rappresentare i delitti, sia per decodificarli.

                Potete dunque immaginare con quale atteggiamento critico io mi sia accostato alla lettura di “Fiabe, favole e altri racconti” di Savina Trapani, scrittrice sensibile e amante della natura.

                La lettura non mi ha deluso: la scrittura di Savina è fluida, immaginifica, colorata.

                In questo commento voglio evidenziare come i racconti confluiti in quest’opera abbiano almeno due elementi di classicità e uno d’importante novità, rispetto alla struttura tradizionale delle fiabe e delle favole.

                Primo elemento di continuità, che colloca i racconti di Savina nell’alveo della classicità, è l’animismo.

                I concetti astratti o le entità della natura sono sempre personificati da una figura umana.

                Così avviene per le stagioni e per chi le governa (il custode delle stagioni) ne “L’inverno che non voleva mai finire” e per una pianta ne “La zingarella e l’olmo(“… l’olmo era in grado di animarsi, ma solo quando nessuno poteva vederlo, in quanto lo spirito del bosco, Arboreo, viveva al suo interno”). Parimenti, ne “L’omino dell’acqua e la pioggia d’oro”, “… il funzionamento di ciascuna nuvola è regolato da una creaturina piccina piccina il cui nome è omino dell’acqua, detto così in quanto è il suo volere a determinare la pioggia.

                La regina dei ghiacci incantati” impersona il gelo, non soltanto climatico, anche quello interiore: “era una donna completamente bianca, di un candore tale da renderla quasi eterea; era una creatura nata dai ghiacci, la sola, infatti, che li poteva governare.”

                Ne “La casa delle bambole” la narrazione comincia seguendo le sorti di un fiocco di neve, anch’esso dotato di anima, e poi “ … si sa, ogni lago ha la sua fata” che ne rappresenta lo spirito vitale.

                Anche il concetto più astratto in assoluto viene raffigurato da un personaggio in carne e … ossa. Così, la Morte de “Il baule dell’antiquario”, paradossalmente, è dotata di vita: “era interamente vestita di nero e un cappuccio morbido le ricopriva il capo, non lasciando intravedere il volto.”

                Se l’animismo è la prima caratteristica tradizionale, la seconda struttura portante delle fiabe di Savina … è la fiaba stessa. Mi spiego meglio: in molti racconti è secondo me evidente come  l’autrice abbia interiorizzato in modo originale la sezione fantastica della letteratura.

                Così, nel già citato “La zingarella e l’olmo”, fa la sua bella comparsa una sirena che impartisce lezioni di canto alla zingarella. Quasi fossimo in una fiaba di Andersen.

                Il ladro dei sogni” si sviluppa intorno a un cardine delle fiabe: “i sogni son desideri” e i desideri sono stelle …

                Ne “Il re che snocciolava piselli” (un altro sovrano che manifesta dimestichezza con i legumi, dopo “la principessa sul pisello”!) c’è soltanto l’imbarazzo della scelta: così il principe segna la strada lasciando cadere i piselli (ricordate Hansel e Gretel, o Pollicino, ove le briciole lasciate sul percorso vengono divorate dagli uccelli?), un incantesimo trasforma il bel principe non in un rospo, ma in un essere orrendo, l’amore è l’unico sortilegio in grado di sciogliere l’incantesimo (come in “Biancaneve” o nella “Bella Addormentata”!) …

                Ne “La regina dei ghiacci incantati” la rosa è il segno dell’amore: lo stesso fiore, su un pianeta lontano, attende il ritorno del piccolo principe. La rosa di Savina viene riposta “all’interno di un piccolo antro creato fra i ghiacci, dove la rosa poteva essere vista, ma nessuno poteva raggiungerla.” Quella di Saint Exupéry fa esclamare al piccolo principe di fronte a un roseto: “Voi siete belle, ma siete vuote. Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho annaffiato. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi … Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”

                In un altro racconto amabile, “Il negozio di giocattoli antichi”, l’amore tra la bambola Chantal e il capitano Braghetto evoca “Il soldatino di piombo” o il “Principe Schiaccianoci”. E l’atmosfera, nella quale i giocattoli si animano, sembra quella di “Toy Story”, anche se non vi sono effetti speciali o spaziali e prevale il  romanticismo dei giocattoli tradizionali.

                “La casa delle bambole” è illustrata con la sagoma di Trilly (sì, sembra proprio lei, la fatina di Peter Pan!) stampata sul disco della luna. E quando le protagoniste rimpiccioliscono … beh, ho naturalmente pensato a Gulliver nella terra di Lilliput. O a Pollicina.

                Se, come credo di aver dimostrato, ho apprezzato la classicità di Savina Trapani, ciò che mi ha conquistato è la sua novità. Soprattutto nei contenuti, ove – come dicevo – è percepibile l’amore per la natura e per ogni essere vivente.

                Basta leggere “Un mondo da salvare” per comprendere come l’autrice utilizza una struttura letteraria – dotando gli animali del dono della parola – per esprimere il suo importantissimo messaggio. Sul quale, rinviandovi alla lettura, non farà alcuna anticipazione …

                Bruno Elpis

                Della stessa autrice, segnalo “Il giardino fatato e altre fiabe” e “Il racconto dei boschi”.

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                  Bruno Elpis

                  Grazie per aver accettato questa intervista doppia, stile Iene. Come ricordi l’inizio della vostra amicizia?

                  Marco: Nasce nel 2005, con l’incontro per curare un progetto scolastico nella scuola di Tombolo dove io, allora, insegnavo.

                  Dino: Siamo nel 2005 quando, appena chiusa la mia carriera, rientro a Tombolo, il paese nel quale sono nato e vissuto. Mi telefona Marco che mi chiede la disponibilità a passare un po’ di tempo a scuola con i ragazzi per affrontare un progetto dedicato agli sportivi eccellenti tombolani. Incontro Marco, stabiliamo il piano di lavoro. Inizia così la nostra amicizia.

                  Qual è stato l’impulso principale che ti ha indotto a scrivere “Gocce”?

                  Marco: L’amore per il calcio e per la verità che, unitamente alla mia curiosità per ciò che l’”Azienda Calcio” produce con i suoi effetti mediatici sul sociale, mi ha spinto a chiedere a Dino il grande sforzo di raccontarMI, raccontarSI e raccontaRE il suo vissuto di calciatore. (ndr. mi piace giocare con il Mi, con il Si e con il Re, intese come note musicali…vedi risposta seguente)

                  Dino: Il piacere di raccontare la mia carriera e di far conoscere la mia verità, il motivo per cui ho smesso così presto di giocare. Tutti continuavano a chiedermi perché   avevo chiuso ancora abbastanza giovane con il calcio. Mi è venuta così voglia di raccontarmi: avevo bisogno, vista la mia indole riservata, di un amico e non di un giornalista al quale parlare. Volevo che la mia vita raccontata fosse trattata senza toni scandalistici, ma contenesse tutti i passaggi utili ad ogni ragazzo che ama il calcio per carpire i significati più nascosti della mia vita.

                  Com’è stato lavorare “a quattro mani”?

                  Marco e Dino

                  Marco: Un po’ come scrivere uno spartito musicale dove le “note” (parole) dovevano aumentare sempre più la carica emozionale per me che scrivevo, per Dino che raccontava e per chi, in futuro, avrebbe letto.

                  Dino: Il primo sforzo è stato quello di ricordare quasi trent’anni di calcio, cercando di marcare gli aspetti più importanti dal punto di vista educativo agli inizi della carriera. Con la vita da Campione, invece, ho voluto trasmettere un messaggio di speranza per i giovani, cercando di cogliere tra i momenti della mia carriera i fatti che hanno determinato gli inizi della mia vita da “campione”. Infine, il capitolo finale “L’ho pagata cara”: qui ho dovuto veramente fare fatica a rimanere freddo nel leggere i fatti che mi sono accaduti e che ancora oggi fatico a riconoscere come gli eventi che, invece, hanno condizionato la fine della mia carriera.

                  Come stai vivendo la fase della presentazione del romanzo “Gocce”?

                  Marco: Con grande emozione! Ogni evento, sono molti ed altri ancora sono già organizzati, mi fa riflettere sull’importanza mediatica che Dino ancora oggi ha. La sua storia calcistica, semplice e complicata al tempo stesso, cattura ad ogni presentazione centinaia (si va, mediamente, dalle 200 alle oltre 400 unità) di persone che, anche grazie all’assidua presenza del grande Pizzul (è già al 4° evento con noi!…e non è finita!…), rivivono le emozioni dalla straordinaria voce del “cantore” Bruno e dalla presenza dal vivo di quel grande Campione che è stato Dino.

                  Dino: Molto bene, visto il successo che il libro sta avendo …purtroppo mi manca tutto il tempo che vorrei avere per curare ancora di più le serate di presentazione….momenti per me molto belli, che mi fanno ancora sentire abbracciato da tante persone che mi vogliono bene.

                  Qual è stato il più bel complimento che hai ricevuto?

                  Marco: Nonostante tutte le recensioni fino ad oggi positive (speriamo che duri così!, tocco ferro..), devo confessarti che quella che mi ha colpito di più è stata di un gruppo di ragazzi della scuola di Tombolo i quali, al termine della presentazione in anteprima del libro, hanno scritto sul sito della scuola un articolo veramente emozionante. Ad onor del vero, devo però mettere al primo posto il complimento più bello per il nostro libro: il tuo invito (nella recensione scritta a 4 mani con D’Agostino) a farlo leggere ai giovani affinché possano così avvicinarsi alla lettura!!. A questo, fa seguito quello di una ragazza che mi ha scritto in privato dicendo che dovrebbe essere inserito nell’elenco dei libri da adottare nelle scuole. Per me, che faccio di professione il docente, puoi ben capire che non esistono complimenti più graditi!

                  Dino: La frase di un ragazzo di terza Media: “solo leggendo il libro ho capito gli sforzi e i sacrifici necessari per arrivare a certi risultati, a scuola, nel calcio, nella vita”. Con poche parole quel ragazzino ha riassunto l’essenza del libro! Inoltre, qualche giorno fa, un ragazzino di quattordici anni mi ha chiesto se può portare il libro “Gocce” all’esame di licenza media, così come Lorenzo (ndr: il figlio di Marco Aluigi) porterà l’opera addirittura all’esame di maturità liceale del giugno prossimo. Questi attestati di stima sono il complimento più bello.

                  Dino Baggio "rincorre" Marcio Santos

                  Tra i romanzi che trattano un argomento ‘affine’ a quello di ‘Gocce’, vi è il best seller di Giorgio Faletti, “Tre atti e due tempi”. L’hai letto? In caso affermativo, cosa ne pensi?

                  Marco: Lo riconosco attuale dato il tema “partite truccate”. E’ un racconto e come tale presenta sfumature non sempre reali. Il mondo del calcio, nel suo insieme, mi sembra utilizzato come “elemento intermedio” per raccontare la storia scritta, come Faletti sa fare, in modo superbo. Il nostro libro, biografico seppur scritto in modo raccontato, non lascia invece spazio alla fantasia dell’autore che deve  solo cogliere le sfumature di una vicenda umana e sportiva che mette al centro un Uomo, un calciatore, un campione: Dino Baggio.

                  Dino: Confesso di non averlo letto.

                  Qual è l’ultimo libro che hai letto? Quali sono i tuoi autori o il tuo genere preferito?

                  Marco:Il quinto Vangelo” (Carlo Santi) e “Tre atti e due tempi” (Giorgio Faletti).

                  L’autore che preferisco è il Ken Follett de “I pilastri della Terra”, l’unico libro che mi ha coinvolto al punto da passare notti intere a leggere. In seguito, lo stesso Follett non mi ha più trasmesso quelle emozioni.

                  Dino: “il pianeta degli dei” di Z. Sictchin.

                  “L’altra genesi”, “Gli dei dalle lacrime d’oro”, “Il dodicesimo pianeta”, “Gli architetti del Tempo”, Il codice del cosmo”, “Il libro perduto del dio Enki” genere storico (rivisitazione: l’altra faccia della Genesi) fanno capire il mio genere preferito e l’Autore (Z. Sictchin)

                  Cosa ne pensi degli ‘stipendi’ dei calciatori?

                  Marco: Penso che siano sicuramente esagerati se rapportati agli stipendi di lavoratori che, per giunta, rischiano ogni giorno di perdere il lavoro stesso. Se però penso al cachet di attori di mezza tacca (vedi “Cinepanettoni”), pseudo cantanti, opinionisti improvvisati (Sanremo docet!), politici e parlamentari (che, tra l’altro, pago pure io) … allora mi sembrano molto meno esagerati. Il calciatore produce uno spettacolo che crea indotto e fa economia. Semmai, al calciatore rinfaccio non tanto il fatto di percepire lauto ingaggio, quanto di fare, spesso, cattiva educazione con comportamenti sbagliati. Non dimentichiamo, infine, che i grandi ingaggi sono di pochi: in serie B e anche in serie A troviamo calciatori con contratti da 40/50 mila Euro: stipendi non certo da fame, ma neppure da nababbi!

                  Dino: Considerato che il mondo del calcio fa vivere tutto lo sport italiano, che i contratti di pubblicità creano business, che le tv vivono di calcio sette giorni la settimana, penso che lo stipendio sia adeguato (salvo casi eccezionali per eccesso) all’interesse che suscita a livello mediatico. Quello che discuto è il gap tra gli stipendi che hanno una forbice troppo larga. Si va dai trentamila euro ai trenta (e oltre) milioni … decisamente uno squilibrio e una spalmatura eccessiva.

                  Come agisce lo star system sulla psicologia di un campione dello sport? Recentemente mi ha molto colpito il caso del ragazzo cinese, Jeremy Lin, che in NBA – avendo casualmente sostituito Carmelo Anthony in una partita dei New York Knicks – è diventato improvvisamente la star del momento … Tutti ne parlano, è l’eroe del basket mondiale. Da sconosciuto che era. In una notte!

                  Marco: …”Se non ci sei non esisti”… mi piace partire dalla citazione contenuta nel film di R. B. Wide, dove un giovane aspirante critico cinematografico inglese è chiamato a New York dal più potente gruppo editoriale di riviste di comunicazione glamour. La sua diventerà una lotta per adattarsi e non farsi “schiacciare”. Credo non sia così semplice, come sembra, diventare all’improvviso personaggio noto e famoso, soprattutto quando si tratta di vivere nel mondo del calcio. Diventarne star significa diventare “stella di un sistema” e, come nell’universo cosmico, ci sono stelle che brillano di luce propria (poche) e altre di luce riflessa (molte). Il mondo del pallone “è abitato” da troppi personaggi che vivono di “notorietà parassitaria”: lo definisco un sistema tentacolare che cerca di avvolgere calciatori, spesso giovani, che si sono “conquistati” quel palcoscenico verde con sacrifici, fatica, abnegazione. Diventano così, spesso, prede di un sistema che li fagocita. Non dimentichiamo, però, che “se non ci sei non esisti”. Insomma, meglio esserci e rimanere il più possibile se stessi per capitalizzare tutto ciò che di bello il calcio, anche se solo per pochi anni, ti dà!

                  Dino: Darò una risposta che potrebbe apparire strana ma, nel caso mio, non è assolutamente cambiato nulla … non sono personaggio, non lo sono mai stato e non lo diventerò mai. Ho vissuto le diverse fasi della mia vita, fino alla celebrità, con assoluta serenità, con una sorta di distacco che mi ha permesso di rimanere me stesso e non mi ha mai condizionato.

                  All’uomo della strada sembra incredibile che un calciatore acclamato, realizzato e ben remunerato possa cedere alle tentazioni della corruzione. Perché succede questo, nel modo del calcio, ad ondate cicliche?

                  Marco: In parte ho già risposto con la domanda precedente. Mi riallaccio a un sistema che fa business, che crea ricchezza per tanti (troppi!) personaggi che col calcio giocato non hanno nulla da condividere. Una moralizzazione del mondo del calcio dovrebbe partire proprio “dall’indotto”: quella piovra tentacolare (che è il potere del denaro), ben descritta nel nostro libro, allunga la sua ombra oscurando quello che per molti è ancora il gioco più bello del mondo! Estirpando un po’ di quell’erba infestante, maleodorante e marcia, sicuramente il prato verde tornerebbe ad essere l’unico palcoscenico, finalmente pulito.

                  Dino: Se prendiamo gli ultimi casi riportati dalla stampa, possiamo scorrere i nomi e chiederci quanti ne conoscevamo: sicuramente ben pochi! Salvo qualche sporadico caso di giocatori noti (ma qui si cade nella patologia del vizio da gioco), possiamo pensare che la maggior parte di calciatori coinvolti apparteneva al mondo sommerso del gioco del calcio. Spesso calciatori che trentamila euro li guadagnavano, forse!, in una stagione, erano le “vittime” più appetibili della malavita che sta ai margini del gioco del calcio. Non si può sicuramente assolvere un calciatore che si “vende”, ma quel calciatore diventa vittima di un ingranaggio che lo rende sempre più vulnerabile. Diventa quasi una vittima nelle mani di chi gioca sporco per davvero!

                  Cosa ne pensi degli sport ‘figli di un dio minore’, ossia di quegli sport ove la fatica è tanta e la retribuzione scarsa?

                  Marco: Fin che si parla solo di sport, credo non esista differenza tra il bimbo che gioca a calcio, piuttosto che a pallavolo, a tennis, a basket … Lo sport è sport e basta: non ci sono “figli di un Dio minore”. Cambia il mio ragionamento quando si parla di lavoro: possiamo forse considerare figli di un dio minore attività come il baseball, il basket, l’atletica (in USA) oppure il tennis piuttosto che l’automobilismo o il motociclismo? In Italia, tanto per dire, lo sportivo che guadagna di più (secondo Forbes) è V. Rossi e non un calciatore così come i primi 5 sportivi al mondo più pagati sono T. Woods (golf), K. Bryant (basket), Le Bron James (basket), R. Federer (tennis) e P.Mickelson (golf). Ciò non vuol dire che non ci siano calciatori che guadagnano cifre elevate, ci mancherebbe altro! Però non vorrei che passasse solo lo stereotipo calcio-denaro: è vero, il calciatore è un professionista che lavora nel mondo dello spettacolo, né più né meno come  tanti altri personaggi. Sicuramente il loro è un lavoro ben retribuito che li porta spesso a fare scelte che penalizzano la famiglia, gli studi, le amicizie. Un calciatore vive alla ribalta magari anche quindici anni, ma quando termina la carriera, spesso, ha poco più di trent’anni e una vita ancora davanti. A pochissimi (vedi i vari Messi, C. Ronaldo, Beckham) sono sufficienti i soldi guadagnati durante l’attività: la maggior parte di loro, come tutti noi del resto, deve inventarsi un lavoro.

                  Dino: E’ questione di business, pubblicità e visibilità che rendono il calcio uno sport unico.

                  Dino Baggio - Ronaldo - Paolo Maldini

                  Qual è il più bel goal di Dino?

                  Marco: Sicuramente il gol fatto al Genoa nel suo primo anno di serie A (parlo da sampdoriano…). Parlando seriamente, il gran gol in rovesciata in Milan – Parma … un capolavoro!

                  Dino: Quella rovesciata contro Milan la considero il mio gol più bello.

                  E il goal più importante?

                  Marco: Nessun dubbio, quello contro la Norvegia ad USA ’94.

                  Dino: Norvegia, ma anche quello contro la Spagna, sempre ad USA ’94.

                  Programmi letterari o sportivi per il futuro: ne hai?

                  Marco: è possibile un’appendice (con Dino) al libro “Gocce”, un romanzo sul mondo del calcio con sfumature fuori dall’ordinario (spero di ultimarlo a breve), poi l’impegno, in qualità di Direttore Generale con la mia Società (collegata al Chievo Verona).

                  Dino: Patentino a Corverciano e futuro nel mondo del calcio (non so ancora a quale livello) e seconda stesura, integrata da parti tecniche, di “Gocce”

                  Se dovessi definire la carriera sportiva di Dino, diresti che …

                  Marco: … è stato uno splendido sogno che neppure loschi figuri sono riusciti a far diventare un incubo…..

                  Dino: … a volte credo che la vita da me vissuta sia solo un sogno durato trent’anni. Rileggendo il libro, ancora oggi, fatico a credere che quella è la mia vita!

                  Se dovessi definire il tuo amico diresti …

                  Marco: “ … che Dino è … umile, sincero, riservato.”

                  Dino: “… che Marco è … preciso, serio, professionale.”

                  Che musica ascolti?

                  Marco: Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni tra gli italiani, America, Jetro Tull, Doors e i mitici Pink Floyd nel mondo.

                  Dino: U2, Renato Zero, anni 80 in genere.

                  Che consiglio daresti a un ragazzo che dimostra talento per il calcio?

                  Marco: curare molto la tecnica personale, oggi optional a vantaggio del fisico, sacrificio, rispetto delle regole di vita, voglia di divertirsi e una grande capacità di sognare.

                  Dino: tecnica, pensare di non essere mai arrivato, ascoltare l’allenatore ma, in campo, mai il genitore. Inoltre, non dimenticare mai che si può arrivare solo dopo molti sacrifici. Arrivare è molto più semplice che restare.

                  Sono solito chiudere le mie domande alla Marzullo. Fatti una domanda a piacere e rispondi …

                  Marco:Nella prossima vita, credendo per un attimo nella metempsicosi, quale animale ti piacerebbe essere?”

                  Sogno spesso di essere un gabbiano, si, il gabbiano  Jonathan Livingstone: amo troppo il mare per non sognare di poterlo sorvolare libero da pregiudizi, libero di pensare, libero di amare!

                  Dino:Se non avessi fatto il calciatore, cosa avresti fatto?”

                  Avrei voluto fare la carriera in Marina. Mi piace vivere rispettando regole, amo la disciplina, l’autorità, l’ordine: questi “ingredienti” mi hanno permesso di raggiungere i risultati sportivi. Ho sempre vissuto la mia vita rispettando quei principi che ne sono diventati i veri pilastri.

                  Ringrazio Marco Aluigi e Dino Baggio: hanno sottratto tempo prezioso ai loro impegni, sportivi e letterari, per rispondere alla domande di … 

                  …  Bruno Elpis

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