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Art-Litteram

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    A cura di DAVIDE DOTTO

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    NESSUNO SAPRÀ di ALESSANDRO CHIARELLI

    NESSUNO SAPRA', un Thriller di Alessandro Chiarelli

    NESSUNO SAPRA’, un Thriller di Alessandro Chiarelli

    Prendiamo una città come Ferrara. Un questore dalla vita intensa e dedito agli spassi scompare nel nulla. Gli alti ranghi si agitano, qui è successo qualcosa. Gli uffici confabulano e la gente mormora; magari si è messo nei guai, implicato in cose che è bene non lasciar trapelare. Il lettore non è all’oscuro dell’antefatto. Il questore ha ricevuto delle foto compromettenti in una busta chiusa e anonima che, per fortuna (o sfortuna?) per lui, non è stata aperta da altri, come il protocollo di sicurezza esigerebbe. Va a un appuntamento dal quale non fa ritorno.

    Prendiamo sempre una città come Ferrara. Il procuratore della Repubblica, messo alle strette da un evento rognoso (la scomparsa del questore), non sa che pesci pigliare, dà le istruzioni del caso, e si capisce che vorrebbe dedicarsi ad altro, senza avere tra le mani una simile patata bollente. Fatto sta che anch’egli svanisce nel nulla, e gli incartamenti con il primo stralcio d’indagine dovranno per forza di cose essere passati al procuratore aggiunto.

    Per non parlare del prefetto, un uomo attempato, prossimo alla pensione (manca appena un anno), più di altri adattato all’inerzia della provincia, il quale finisce nel baule di una station wagon, ammanettato e drogato. E questo è quanto.

    Le domande che ci poniamo sono quasi le stesse degli inquirenti: chi è il rapitore, cosa l’ha spinto a sequestrare le alte cariche dello Stato, quale sarà il loro destino? Quasi perché il lettore si intrufola, non visto, nel covo in cui Pallino (il questore), Sciacca (il procuratore della Repubblica), Santinumi (il prefetto) sono rinchiusi, quindi ne sa un po’ di più.

    Seguiamo con interesse le indagini, e subito notiamo qualcosa che ci lascia dubbiosi. C’è timidezza, mancanza di metodo, è assente una figura forte, quella risolutrice. Nessuno sembra dirigere le investigazioni. E il fatto che questo possa dipendere dalla decapitazione dei capi non persuade più di tanto. Insomma: qui si dorme sulle cose, non si brancola soltanto nel buio. A dominare è una sorta di rivalità sterile che pone nel nulla iniziative che sembrano non partire da nessuno, oltre la paura che si aprano gli armadi lasciando fuoriuscire qualche scheletro.

    D’accordo. Il lettore prende atto di questo primo filone: le indagini sono svolte in maniera dilettantesca o quasi. Ci si aspetta l’intervento decisivo di un investigatore tutto di un pezzo, vero, di quelli che non si fermano davanti a niente (e nemmeno di fronte a loro stessi). E infatti eccolo, a metà romanzo. È un magistrato, si chiama Adige Pedron, detto il Monaco. Non è al di fuori delle istituzioni vi si è fatto le ossa: carismatico, freddo, diretto, pratico, agisce con immediatezza e soprattutto con metodo, sciogliendo l’intreccio. È una figura problematica, lascia trapelare una fragilità di fondo che col tempo si è saldata a un imperativo categorico che ne costituisce la scorza, con la quale fronteggia la protervia di una cerchia tentennante di inquirenti.

    C’è una certa corrispondenza tra la decapitazione dei capi (il rapimento) e la decapitazione della città, che potrebbe seguire a una serie di perquisizioni serrate e a interrogatori volti a scoperchiare pentole e scoprire altarini, oltre l’identità, sorprendente, di chi si cela dietro il rapitore.

    Nessuno saprà è un thriller costruito con una buona invenzione narrativa, gioca abilmente con gli ingredienti propri del genere, senza trascurare di puntare il dito sulle insidie rintanate tra le pieghe del potere, contro le quali le stesse istituzioni sono chiamate a reagire. Ciò è in linea con altri thriller della casa editrice (penso al Vampiro di Munch di Alessandro Maurizi, ma anche a Squadra antimafia – I lupi di Palermo di Carlo Santi), ai quali si rapporta indissolubilmente.

    Davide Dotto


    Alessandro Chiarelli

    Alessandro Chiarelli

    Alessandro Chiarelli è nato a Ferrara il 25/05/1966.

    Laureato in Scienze dell’Amministrazione all’Università di Urbino e in Scienze Politiche, Laurea Magistrale, indirizzo sociologico, all’Università di Perugia.

    Svolge l’attività di Sostituto Commissario della Polizia di Stato, quale responsabile dell’Ufficio Minori della Questura di Ferrara. In precedenza ha diretto le sezioni investigative della Squadra Mobile e della Digos nel settore dell’antiterrorismo. Attualmente affianca l’attività investigativa sui crimini sessuali e familiari con attività formative fuori e dentro l’amministrazione.

    Dal 2000 è docente presso l’Università di Ferrara, Facoltà di Lettere e Filosofia, nel Master post-laurea “Tutela, diritti e protezione dei minori” e ricopre la carica di segretario provinciale del Sindacato Italiano appartenenti Polizia (SIAP), nonché membro della Direzione Nazionale.

    Ha pubblicato, nel 2009, il romanzo “Disonora il padre e la madre” presentando il romanzo al Salone del libro di Torino nel 2009 come autore selezionato dalla Polizia di Stato. Con i tipi di Faust Edizioni ha pubblicato “Che io Bruci” nel 2014 e il saggio di criminologia “Il caso Aldrovandi” nel 2015. Ha scritto numerosi capitoli in testi collettanei di natura scientifica e tecnica in collaborazione con le Università di Ferrara e Bologna.


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    Autore: Alessandro Chiarelli

    ISBN Libro: 978-88-6660-168-5 | Pagg. 336 | Euro 18,00 | Collana: Black & Yellow | Genere: Thriller | Anno 2015

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      A cura di Davide Dotto

      L'Arca dell'Alleanza, un Thriller Storico di Carlo Santi

      L’Arca dell’Alleanza, un Thriller Storico di Carlo Santi

      Fonte: Blog ART LITTERAM

      L’arca dell’Alleanza è il terzo romanzo, in ordine di tempo, che ha per protagonista Tommaso Santini. I precedenti sono Il quinto Vangelo e La Bibbia Oscura.

      Tommaso Santini è un frate benedettino a capo del Sanctum Consilium Solutionum, una sorta di Servizi segreti vaticani. Non per questo dobbiamo immaginarci un emulo di James Bond. Per eseguire il suo compito va spesso sopra le righe. Non in forza di una licenza o di una dispensa arbitraria, quanto per una imperante necessità che diviene legge essa stessa (necessitas non habet legem). È un depositario, un custode cui non devono essere legate le mani per non vanificare la sua delicata missione.

      Per chi ancora non lo conoscesse, è una figura determinata, irruente. Non è un integralista, ha piuttosto punti fermi dai quali non transige. È munito di autorità, ma di essa deve rispondere a qualcuno. E quel qualcuno è, in ultima istanza, il Papa cui deve obbedienza, con le responsabilità che ne derivano.

      Garante di se stesso, non ha bisogno di sciorinare credenziali accademiche, a chi gliele chiede, risponde così: «Ho conseguito la terza elementare dopo aver superato brillantemente l’asilo […]però mi sono iscritto ai corsi serali per ottenere il diploma…»

      In apparenza contraddittorio, in realtà è un personaggio complesso e, di fatto, imprevedibile. Contraddittorio non lo è perché una – e una sola – è la direzione che è chiamato a percorrere. Se incontra ostacoli, di qualsiasi genere si tratti, li affronta finché la via non sia di nuovo sgombra. Se non fosse così, dovrebbe lasciare il posto a qualcun altro.

      A lettura ultimata potremmo sentirci autorizzati a parlare di una vera e propria trilogia composita e unitaria. Composita per i temi trattati e per le riflessioni che scaturiscono. Unitaria per il tracciato e lo sviluppo del narrato. Basta considerare gli antagonisti che via via si mettono di traverso dando impulso alle avventure del Risolutore. Partendo dal basso, nel Quinto Vangelo Santini affronta una congrega criminale denominata Il Crepuscolo, fatta di uomini e donne in carne e ossa. Nella Bibbia Oscura invece se la vede contro Belial, il malvagio d’eccezione, incarnazione del demonio.

      E nell’arca dell’Alleanza? Verrebbe da dire Dio stesso, il creatore delle sue creature.

      Protagonista di spicco è piuttosto il genere umano, e con esso ciò che ha creato, costruito e dissipato nel suo andare alla deriva nei secoli dei secoli, accumulando conoscenza ma non la sapienza necessaria a conservarla.

      Cos’è esattamente l’Arca? Prima di tutto un simbolo che rappresenta la divinità e la sua alleanza con l’umanità, o una parte di essa. Alleanza rotta nottetempo, eppure dimostrata, certificata da quel manufatto reale, perduto, che ha lasciato tracce tangibili attraverso i secoli. Essa contiene una testimonianza, ma anche il retaggio di una conoscenza ormai preclusa. E se è preclusa, la potenza che può ingenerare un simile manufatto non può andare nelle mani di chiunque. L’arca dell’Alleanza è vista come un oggetto da possedere, è un bottino conteso. Un’arma.

      «Non capisce? L’Arca è il sapere universale. È stata creata apposta per modificare gli eventi, i metalli, la materia, la natura, la terra e il cielo, donando a chi la custodisce il potere del sapere immenso e non solo della distruzione.»

      Vano è domandarsi chi possa vantare un diritto di qualsiasi genere. Non hanno pregio i sogni di conquista millenari di chi voglia impadronirsene. Tommaso Santini è rigoroso sul punto. L’Arca non appartiene agli Israeliani, ma nemmeno agli etiopi, nemmeno agli europei, né ai russi, né agli americani. Appartiene a chi ha la vocazione di custodirla.

      Snodo principe della storia sono degli eventi incomprensibili e devastanti, tra i quali un potente sisma con epicentro Axum, in Etiopia. A essi seguono altri terremoti, fulmini anomali, epidemie di cancro fulminanti, sintomi che molto hanno a che fare con esposizione a radiazioni. Eppure non c’è traccia di armamenti di un certo tipo, né della deflagrazione di un ordigno atomico.

      Procedendo per esclusione si giunge a una tesi sorprendente: che sia l’Arca dell’Alleanza causa di questi sorprendenti fenomeni?

      Ciò che accomuna questa trilogia, ormai possiamo chiamarla così, è il corredo di riflessioni che nascono a fine lettura, per esempio il dramma che coglie il cuore di un uomo di Chiesa che decida di affrontare la realtà e la storia con tutte le sue sfaccettature.

      Anche in questo romanzo il lettore non è lasciato solo. Gli viene spiegato quanto serve sapere per entrare nei dettagli nel migliore dei modi. Anzi, in questa storia i temi e le implicazioni in campo sono tali che la narrazione segue la struttura del romanzosaggio, nel quale l’invenzione si coniuga con una vera e propria inchiesta. E non può essere altrimenti. Anche perché molti sono gli scritti e i film che parlano dell’Arca (C’è persino chi l’ha immaginata nascosta negli scantinati di un condominio (mi riferisco a Tullio Avoledo – L’elenco telefonico di Atlantide), non si può non pensare al “danno” provocato dalla saga di Indiana Jones et similia.

      Non deve essere stata semplice la ricerca e la documentazione che ha consentito di mettere ordine alla pletora di luoghi comuni e correggere l’immaginario collettivo. Leggere L’arca dell’alleanza di Carlo Santi significa anche mettersi al corrente di certi antefatti e questioni più che millenarie, i quali continuano ad avere il loro peso (non solo simbolico o erudito).

      L’intento del romanzo è quello di chiarire, spiegare, definire a livello storico e scientifico le origini di quella che non può dirsi una semplice reliquia. Una reliquia è ciò che resta di un lontano passato in cui si è giocato tutto, è testimonianza di qualcosa che è stato e non è più. L’arca dell’alleanza è qualcosa di diverso, se vogliamo di scomodo e di inammissibile. È un punto al di fuori del tempo e dello spazio nel quale converge la creazione insieme ai suoi segreti.

      Davide Dotto

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        "L'Oracolo" di Michael H. Sedge

        “L’Oracolo” di Michael H. Sedge

        La sibilla Cumana è, tra le dieci elencate da Varrone, di certo la più famosa. È la somma sacerdotessa dell’oracolo di Apollo, nota per aver accompagnato Enea nel Tartaro (oltretomba). I suoi vaticini venivano offerti nell’antro situato nei pressi del lago d’Averno, in provincia di Napoli, tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli.

        L’incontro tra l’umano e il divino non è mai scevro di conseguenze. È rischioso domandare e ancora di più ricevere risposta. Un reciproco e mistico fascino lega il mortale all’immortale, fino a dar luogo a relazioni che hanno prodotto le metamorfosi tramandateci da Ovidio, o le storie e battaglie narrateci da Omero.

        Il mito di solito viene alla luce a cose fatte, e prelude alla scomparsa di un mondo. Una volta dileguatasi la divinità, morti gli eroi, esso giunge coperto da una fitta cortina temporale.

        Il tempo e la storia, infatti, comprimari di questo romanzo, sommergono in profondi strati pensieri, vite, avvenimenti che tornano in superficie per accenni, frammenti e tracce. Accenni, frammenti e tracce che somigliano molto alle foglie di palma sparse dal vento, le quali contengono divinazioni da ricostruire, da intendere e interpretare, sibilline già sul nascere.

        La sibilla di Cuma, che incontriamo nel romanzo di Michail H. Sedge, è messa a parte della conoscenza celeste, la sua mente umana ha visto ciò che nessun mortale ha mai concepito. Ha appreso i segreti degli Dei, le è stata data la chiave del suo stesso destino, di un futuro che, in quanto predetto,è già stato e non può cambiare.

        Soggiogato da lei, Apollo è pronto a esaudire qualsiasi desiderio abbia nel cuore:

        E io raccolsi un mucchietto di polvere e mostrandoglielo chiesi che, quanti granelli di polvere c’erano in quella manciata, tanti anni di vita mi fossero dati. Sciocca. Non mi venne a mente lì per lì di chiedere che fossero anche anni di gioventù. E tuttavia egli mi avrebbe concesso anche questo, una giovinezza perenne, se avessi ceduto alle sue voglie.

        [Ovidio, Metamorfosi, Libro XIV vv. 136 ss. – edizione Einaudi a cura di Piero Bernardini Marzolla].

        Quanto è lontana la fine? A un certo punto, vecchia di secoli, implora invano che giunga il suo tempo, non potendone più.

        L’immortalità che scende su un mortale è un peso insostenibile. La sibilla in cambio assume su di sé un incarico gravoso che è chiamata a svolgere fino ai nostri giorni e oltre. Per portare a termine il suo compito non può, non deve morire. Il suo corpo, consumato dalla vecchiaia, decrepito e sempre più minuto, è destinato a dissolversi, si ridurrà a un fuscello infinitesimale, finché le rimarrà solo la voce che si insinuerà nei pensieri e nel destino degli uomini. E così mantiene per secoli la sua postazione, proteggendo un antico sepolcro, assalendo i cacciatori di tesori e i trafugatori di tombe.

        Ai nostri giorni ben altro genere di personaggi si fanno vivi tra le pagine, più vicini e meno misteriosi, eppure non privi di ombre. Conosciamo Jennifer e suo marito David; la figlia Angelica; i cognati Jack, Valerie e la figlia Becky. Incuriositi dal salto temporale ci domandiamo cosa, costoro, possano avere a che fare con l’antica profetessa, e in che modo essa emergerà dai secoli.

        Ebbene la sibilla è dove è sempre stata, viva e cosciente tra spoglie, resti, tombe e sacrari, ab aeterno soggiogata dal patto antico di cui lo stesso Apollo sembra essersi dimenticato. Forse Apollo non ricorda nemmeno di averla conosciuta.

        Da questo spunto viene intessuta una storia che declina in modo diverso la contiguità tra la dimensione umana e divina, tra un destino tragico che insegue la sibilla e le atmosfere horror che coinvolgono un’intera famiglia nel nostro tempo.

        Questi quindi i piani di lettura del romanzo:

        • il destino tragico che coinvolge la Sibilla, la quale non ha più a che fare con eroi troiani del calibro di Enea, ma con tutt’altra specie di esseri umani, nei confronti dei quali consumerà una vendetta ancestrale. La sibilla è un mostro partorito dal capriccio di un Dio che è stato capace di causare una sofferenza senza perché e senza rivincita. A conti fatti la sibilla non può ascendere oltre, non ha cioè alcun empireo cui tornare o trovar rifugio se non una tomba, uno scavo;
        • le atmosfere horror che, paradossalmente, hanno spesso un innesco umano: è l’uomo a violare un ordine, un comando antico, un passaggio, un’entrata. Ed è ciò che accade in questa storia: si aggiunga un atroce delitto che si combina a una serie di eventi che ridestano dal torpore la profetessa, o quel che ne resta, pronta a chiudere un conto aperto da millenni.

        Davide Dotto

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          Cover_Il_Vampiro_di_MunchSecondo il principio di Peter in una gerarchia ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Lo stesso soggetto fa carriera, per intenderci, finché manca la spinta a un ulteriore avanzamento. Con questo paradosso si apre e si chiude il romanzo.

          In una precedente indagine Marco Alfieri ha rotto le uova nel paniere di qualcuno che conta. Questo l’impulso che ha spinto i superiori a promuoverlo, con la nuova mansione si è voluto renderlo inoffensivo.

          Qualcosa però è andato storto: di certo non basta l’irragionevolezza del superiore a frenare la voglia di approfondire di Marco. Sta per iniziare, infatti, una concatenazione di eventi che trascineranno il nuovo assistente capo oltre ogni previsione.

          È il caso a condurre Alfieri nell’abitazione di uno stimato psichiatra (il greco Karamensinis)  e in quella della sua paziente (Letizia Santi).

          È come se Sherlock Holmes si imbattesse in chi da lì a poco sarebbe entrato nell’inchiesta, cosa che gli permette di registrare e archiviare le impressioni ricevute.

          Si tratta di un felice stratagemma narrativo, perché i personaggi vengono introdotti e caratterizzati prima di calarsi negli eventi, quando la narrazione acquisterà velocità. A partire da quel momento il tutto si focalizzerà sul próblema, sull’oggetto dell’indagine, non ci sarà spazio per ulteriori indugi.

          Personaggi di spicco sono Silvia – la compagna di Alfieri, anch’essa nella polizia – Francesco Waldman, un giornalista d’assalto avvezzo a entrare nella notizia in modo pregnante e sfacciato. Silvia e Francesco sono le preziose spalle di Alfieri il quale, per il ruolo ricoperto, non ha gli strumenti di un commissario, né – o almeno non ancora – la pazienza di un Maigret nell’appostarsi, attendere che qualcosa si muova (assimilabile all’intuitivo e geniale fancazzismo di Waldman).

          Alfieri essendo alle volanti non ha, infatti, alcun titolo per indagare sull’assassinio efferato di Letizia Santi, avvenuto al cimitero, davanti alla tomba della madre. È proprio Waldman, jolly della situazione, ad avere il campo sgombro. Ritrova l’arma del delitto, fa le veci di chi avrebbe dovuto sondare il terreno e ricostruire la scena del crimine.

          Non vi è nulla, sulle prime, che si ponga fuori dall’ordinario, tanto che la copia del Vampiro di Munch scorto in casa di Letizia Santi, pur attirando l’attenzione, non esprime nell’immediatezza il suo significato.

          Vera particolarità del romanzo è un’indagine parallela, in apparenza slegata da quella principale. Essa ha inizio nel momento in cui Alfieri entra in possesso del libro di Federico Giorio, Ricordi di Questura (1882[1]). Si tratta del resoconto, o meglio, della denuncia di comportamenti tutt’altro che cristallini della polizia in epoca post-unitaria. Il ritratto che ne emerge suggerisce un conto aperto con la storia, fino a farsi fotografia del tempo presente.

          Il volume che il caso ha posto nelle mani di Marco Alfieri è un coacervo di suggerimenti che illuminano gli indizi via via raccolti.

          Se il libro di Giorio chiarisce il macrocosmo, rileva le insidie ataviche rintanate nelle pieghe del potere, il Vampiro di Munch si addentra nel microcosmo, mostra ciò che si nasconde nelle pulsioni e nelle azioni individuali. Non si tratta di scoperte squisitamente erudite.

          Ne I Ricordi di Questura la società post-unitaria appare decadente sin dall’inizio:

          Mentre in Francia nel 1883 Verlaine dava il via al decadentismo […] in Italia un anno prima Federico Giorio pubblicava il suo Ricordi di Questura, un saggio che è decadente fin dalla prima pagina.

          Il richiamo al dipinto di Munch è fortissimo. Esso è corollario di un’intuizione che parte da lontano e contribuisce a sbrogliare la matassa. Anche il Vampiro raffigura la resa incondizionata al potere, anche se d’altro genere: un potere che assume i contorni del desiderio distruttivo e autodistruttivo incarnato dalla fatale eroina decadente della seconda metà dell’Ottocento.

          Se la società è decadente, lo sono i comportamenti, le istituzioni, gli eventi, la dinamica tutta da scoprire del delitto raccontato tra queste pagine. Prenderne coscienza significa non solo concludere l’inchiesta; significa rendersi conto della necessità di aggrapparsi a qualcosa e smettere di cadere; di alzare il capo, avanzare e non indietreggiare; di resistere all’insieme di forze contrarie che, come un contrappeso senza soluzione, porta avanti un gioco a somma zero. Il paradosso di Peter citato all’inizio ne è un chiarissimo esempio: tutto cambia affinché nulla cambi.

          Ci si domanda allora cosa sarebbe stato dell’indagine se Alfieri non avesse avuto tra le mani il libro di Giorio e se nella casa della Santi non avesse scorto il celebre dipinto di Munch. Da quale altra fonte sarebbe mai giunto il suggerimento decisivo?

          Si pensi solo alla “Donna della domenica” di Fruttero & Lucentini:  la trama inestricabile del delitto è sciolta grazie alla suggestione di un proverbio torinese, il quale conduce a una concatenazione di deduzioni fruttuose: La cativa lavandera a treuva mai la buna pera.

          Ciò apre uno spiraglio contro la rassegnazione del quadro decadente fin qui ricostruito e, di fatto, universale. Si scopre un antidoto efficace contro un nemico invisibile e subdolo: chiunque abbia voluto arginare Marco Alfieri non ha tenuto conto che vi è sempre, da qualche parte, un di più che sfugge, una maglia rotta nella rete che tutto avvolge e delimita. La denuncia di un uomo che ancora respirava l’aria di un risorgimento mai concluso è giunta in buone mani e non è rimasta sterile.

          Davide Dotto

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            Valentina Cucinella

            Valentina Cucinella

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            Valentina Cucinella, giornalista, è nata e vive a Palermo. Ha scritto sulle pagine del magazine Balarm e del mensile Cult, occupandosi di cultura e attualità. Collabora per il quotidiano La Repubblica di Palermo. Tra le sue passioni la pittura e il disegno. Nel 2003 ha partecipato al concorso Ignazio Buttitta, l’espressività tra poetica e grafica. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Difendimi, edito da Coppola editore.

            Con Ciesse Edizioni ha pubblicato il romanzo Il Senatore.

            Sofia ha paura di vivere. Da bambina è stata vittima di una violenza sessuale ed è cresciuta con la convinzione di doversi proteggere dal mondo. Il meccanismo perfetto della sua vita monotona fatta di abitudini rassicuranti viene messo in subbuglio dall’incontro con due uomini: il Senatore, uomo potente e carismatico che le fa da mentore, e Marco, giovane idealista che si nasconde dietro misteriose lettere e con il quale comincia una corrispondenza epistolare, dove due anime, tormentate da inquietudini e incertezze, si raccontano l’uno all’altro senza incontrarsi mai. Ma a cambiare la vita di Sofia è il Senatore che, sullo sfondo di una campagna elettorale dai ritmi serrati, le svela le maschere di una società dominata dall’ego e dalla vanità. Da questo momento la vita di Sofia cambia. Un romanzo sul coraggio di ricominciare, un percorso di crescita, amaro come il sapore della verità. Un viaggio di tutti noi, non eroi ma ricercatori di una salvezza in un mondo dominato dall’egoismo. Non ci sono vincitori né sconfitti, soltanto la tregua dal dolore. Cambiare pelle è impossibile, si può solo ripartire da sé, quel sé martoriato, e rinascere nella stessa forma, ma con maggior consapevolezza.

            È con noi l’autrice, che ha accettato di rispondere a qualche domanda:

            Nel romanzo Il Senatore vi sono alcuni luoghi comuni che vengono rivoltati, approfonditi, interiorizzati. A un certo punto non sono più luoghi comuni. La cosa non è per niente facile. Come hai fatto? 

            Il romanzo nasce da uno sguardo attento, profondo, dei comportamenti umani. Penso che noi siamo il frutto di luoghi comuni. Il nostro stesso modo di vivere è un intenso e a volte doloroso luogo comune. Essendo ritenuto una ovvietà, il luogo comune non viene mai sottoposto a una prova o una verifica. Non si cerca neppure di risalire alla sua fonte. Io ho avvertito il bisogno di raccontare gli uomini, le esigenze della gente, e i luoghi comuni su cui poggiano i valori e le idee: luoghi comuni che alla fine diventano tante piccole verità.

            I personaggi stessi trascendono i facili cliché che si possono appiccicare addosso. A quale realtà ti sei ispirata per costruirli? 

            Non conosco l’origine delle storie che scrivo e neppure dei personaggi. È difficile da spiegare. Tutto inizia con un sentimento, poi il sentimento diventa un volto, un’espressione, e alla fine nasce la storia. C’è sempre qualcosa di personale in ciò che scrivo. In questo senso, i personaggi del libro nascono da un mio travaglio interiore. Sofia rappresenta la proiezione del mio dolore personale: è la mia fragilità, quella che mi trascino dietro da quando sono bambina. Il Senatore, invece, rappresenta la forza interiore. E Marco è l’innocenza, la stupidità. Semplice, ma anche sperduto. Nonostante il titolo, questo non è un romanzo politico. Il libro racconta la forza interiore, e i compromessi che ognuno di noi è disposto a fare con se stesso. La storia è ambientata nel mondo della politica ed è stato quasi un processo naturale perché la politica è la metafora della vita, quella di tutti i giorni. Ovviamente, il fatto di aver lavorato in diverse campagne elettorali mi ha aiutato perché mi ha fornito gli strumenti necessari per scrivere di questo mondo. Come dici tu, i personaggi trascendono i facili cliché perché nel libro non c’è nessuna ambizione di giudicare. Quando si parla di un politico, ad esempio, è facile costruire il personaggio: corrotto, bugiardo, con le mani sporche, e così via. Ma dietro ogni maschera c’è un volto e dietro un volto ci sono mille anime, ognuna con le proprie verità. È questo che mi interessa. 

            A un certo punto si dice: “Noi siamo niente, e per questo possiamo fare tutto”. Quale lezione ne ha tratto Sofia? E il Senatore? 

            Quello di Sofia è un cammino di crescita. Inizia da un dolore intimo, personale, e poi diventa un grido collettivo che coinvolge tutti e tutto. Sofia cresce attraverso la politica, come un fiore piantato in un terreno marcio. Lei ha paura degli altri, ma allo stesso tempo vorrebbe essere diversa. Alla fine, attraverso questo grande e macabro show chiamato politica, comprende la natura degli uomini, gli altri, quelli che le hanno sempre fatto paura, e li vede, con il loro arrancare e il loro desiderio smanioso di acciuffare qualcosa. Impara a riconoscere i volti degli altri. Impara che non si può cambiare pelle, ma che per crescere e andare avanti occorre scontrarsi con i propri demoni e affrontare il passato. Impara anche che i dolori non sono mai unici. Ognuno di noi ha il proprio bagaglio di dolori personali e questo ci lega visceralmente l’uno all’altro. La lezione è che tutti noi cresciamo con ferite. Alzarci e strapparci di dosso le spine che ci trafiggono non è mai troppo semplice, ma non è una scusa per non vivere. La vita ogni attimo finisce e ogni attimo si rigenera. Ogni attimo lo sprechiamo nella nostra gabbia dorata. Ogni attimo ci viene data la possibilità di fuggire, aprire la gabbia, rinnovarci. E provarci. Non ci sono scuse per non provarci. Anche il Senatore sa che non si può cambiare pelle. Paradossalmente i due, Sofia e il Senatore, fanno lo stesso percorso di crescita. La differenza è che Sofia esce dalla sua gabbia, il Senatore, invece, prende coscienza della gabbia in cui si è rinchiuso. Lui ritrova il profumo dell’innocenza, quella che aveva dimenticato e perso, ma sa che non può più tornare indietro. 

            Chi è il Senatore per Sofia Mannino? 

            Il Senatore rappresenta il doppio interiore di Sofia. È una scissione interna. Un po’ come la storia del bianco e del nero, del bene e del male. Ecco, il Senatore rappresenta l’altra Sofia, quella forte, competitiva, che non si autocommisera, ma cerca di guardare sempre avanti. Lui è la seconda possibilità di Sofia. E non importa se il terreno su cui rinascere a volte può essere marcio. 

            Chi è Sofia Mannino per il Senatore?

            Sofia è l’acqua che con gentilezza si insinua nella roccia fino a frantumarla. Il Senatore non teme i suoi elettori corrotti o i finanziatori che pretendono attenzioni e carezze. Lui teme Sofia Mannino perché teme il confronto con l’innocenza. In lei, intravede quel ragazzo ingenuo che un tempo era stato. Intravede il suo passato. E deve farne i conti.

            Nessun personaggio è di contorno, ciascuno emerge a suo modo senza ridursi a mera comparsa. A parte i protagonisti, a quale ti senti più legata?

            Fabrizio Accardi, il clochard che irrompe nel comitato elettorale del Senatore. Lui è un invisibile. Nessuno conosce la sua storia, eppure la sua vita è legata in modo quasi viscerale a quella del politico. Accardi rappresenta l’invisibile che viene sacrificato per il bene collettivo. Una cosa che accade ogni giorno, in ogni parte del mondo. Per costruire la figura di Accardi, mi sono ispirata a una storia vera, quella di un uomo costretto, insieme alla sua famiglia, a vivere all’interno di un capannone, in mezzo alle siringhe e ai tossicodipendenti. Una famiglia che ho conosciuto nel 2008 e la cui storia ho raccontato anche in televisione. Ci sono tanti clochard nel mio libro. Ognuno con la propria filosofia e saggezza. È un omaggio a tutta la gente di strada che ho conosciuto e che conosco. Loro guardano il mondo da un osservatorio speciale, ma non c’è poesia nella vita di strada. E neppure libertà. È l’ultima stazione di una lunga via crucis. Spesso una scelta imposta, forzata. Ho voluto dare voce agli ultimi, quelli veri, mischiare le loro storie con quelle del Senatore e di Sofia. La fragilità, l’emarginazione e il potere. In fondo, ognuno di noi, dentro di sé, indossa l’anima del clochard e del Senatore.

            Sofia ce l’ha fatta, ha superato il limite di uno spazio angusto in cui si era rinchiusa, conquistando una nuova libertà. Quali sono invece i limiti superati dal Senatore?

            Il Senatore agisce senza pensare alle conseguenze. Per lui esiste soltanto l’azione. Ciò che fa è finalizzato al bene collettivo e sa che per perseguirlo, occorre, a volte, macchiarsi le mani di fango. Ma non se ne fa una colpa. Semmai è un’esigenza. Ad un certo punto, però, qualcosa in lui cambia profondamente. Forse il senso di colpa inizia a farsi strada, l’acqua ha cominciato a scalfire la roccia. È l’inizio di un cambiamento. Anche in questo caso, non fa nulla per sottrarsi al mutamento interiore. Lo accetta. E ne subisce le conseguenze.

            Che rapporto c’è tra Sofia e gli altri membri dello staff che segue il Senatore? Alla fine dell’avventura, quale sarà il loro destino?

            Lo staff del Senatore è composto da gente sicura che sa cosa vuole e come muoversi. Sofia non è come loro. Ci prova, ma si sente un bluff. Lo staff è guidato da Francesco, un giovane ambizioso, figlio di questo tempo consumistico, che cerca riparo nei beni materiali. È figlio della generazione cresciuta a pane e Ikea. Il suo destino è quello di inseguire il carro dei vincitori, sempre e comunque. È uno che cerca di vincere le battaglie, avere successo, essere sempre il primo. Ma è infelice perché in realtà ha perso la battaglia più importante, quella spirituale, che è poi la stessa che dovrebbe condurre la mia generazione. Noi siamo figli di un tempo in cui tutto è stato già fatto: le grandi lotte sono ormai pagine di storia, i grandi ideali si sono consumati, ma possiamo fare qualcosa di grande: crescere interiormente e spiritualmente. Se riusciamo a farlo, possiamo ottenere i cambiamenti che chiediamo, perché la forza, il coraggio e la speranza possono aprire le porte dell’impossibile.

            Grazie. 
            Davide Dotto

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              Cover_Augustin_il_nazista-SmallÈ difficile sia scrivere un romanzo sull’Olocausto, sia recensirlo perché si fanno strada il timore e lo scrupolo di non riuscire a trovare un linguaggio o un lessico appropriati.

              Di certe cose possono mancare persino i nomi e gli aggettivi. Il rischio corso in entrambi i casi è di soffrire un diffuso senso di inadeguatezza.

              A proposito di nomi, quelli dei carnefici rimangono spesso ignoti alle vittime. Per costoro ottenere giustizia diventa un’ardua impresa, a meno che non si armino di una determinazione inaudita e non ci metta mano il destino.

              In mancanza i criminali nazisti pongono una pietra sopra a un’orribile pagina di storia, la quale consente loro di rifarsi un’esistenza approfittando del più completo anonimato. Voltano impunemente la faccia a una responsabilità certamente sovrumana, scostandosi però da un Inferno in cui hanno abbandonato gli altri. Vi è, a ben vedere, un legame indissolubile tra vittime e carnefici dell’Olocausto. Si tratta di un Inferno simile a quello dantesco. Il tempo non sarà in grado di scioglierlo.

              Nel romanzo di Cofelice un nome c’è, messo nero su bianco. Tale è la sua importanza da riempire gran parte del titolo. Poco importa se sia quello reale. Se il titolo è di per sé una chiave interpretativa, il nome è il punto di partenza per risalire all’identità che si è tentato di cancellare.

              Nonostante siano trascorsi più di sessant’anni dall’Olocausto, nessuno ha ancora bevuto l’acqua del fiume Lete, e il tempo difficilmente potrà alleviare le sofferenze patite da un intero popolo. Tutt’al più si dovranno capire le ragioni profonde che hanno spinto la storia degli uomini verso certe direzioni, nella speranza di conseguire un superiore livello di saggezza e di non commettere le medesime atrocità. Questa è o dovrebbe essere la funzione delle testimonianze, delle opere letterarie, delle pagine di storia. Sempre che non vengano adulterate da un fenomeno irriguardoso (il Revisionismo) nei confronti di chi è costretto a ricordare, cercare, giustificare, fornire prove di quanto è avvenuto:

              Ci si illude che il tempo possa lenire tutte le ferite, ma ce ne sono alcune che, passassero secoli, non guariscono mai del tutto e basta un niente perché riprendano a sanguinare.

              Insomma, come ho scritto considerando un altro romanzo (Il caso Collini di Ferdinand von Schirach), vi sono colpe che sopravvivono alla morte, pesano come un macigno sia su coloro che hanno vissuto direttamente certi eventi, sia su coloro che, venuti dopo, ne vengono a conoscenza. Fatti accaduti settant’anni prima riaffiorano nel presente in tracce indelebili, magari accidentalmente.

              Il romanzo narra la storia di Abigail, testimone diretta dell’irruzione serale delle guardie, della cattura dei famigliari nascosti nel retro di un fienile. Sulla propria pelle ha vissuto la prigionia a Drancy, la deportazione ad Auschwitz. Vi si narra anche, e soprattutto, la storia di chi è venuto dopo, di chi gli eventi non li ha vissuti.

              C’è Andrea, il nipote che raccoglie il vivido resoconto di nonna Abigail la quale, come un fiume in piena, rivela nei minimi dettagli episodi mai cancellati dalla memoria. Episodi che pesano e peseranno per sempre in chi li ha ascoltati:

              Ho visto persone camminare carponi e prese a calci in faccia senza nessun motivo. Una donna aveva nascosto il suo bambino appena nato nello zaino, ma un vagito la tradì. Un ufficiale se lo fece consegnare, con il sorriso sulle labbra, per un attimo ci illudemmo di aver trovato un briciolo di umanità, e invece, invece quell’uomo gli sparò, e subito dopo sparò alla madre.

              Si racconta di Eléonore, la ragazza di Andrea, del viaggio per trascorrere il Natale a Parigi, conoscere i genitori e incontrare nonno Augustin.

              Augustin è molto anziano ma in perfetta salute. Ha nel volto una vaga somiglianza con Eléonore, tranne che per il sorriso, “poco dolce e velatamente cattivo”.

              Nonna Abigail scorge negli avvenimenti il mistero di una Legge imperscrutabile, oltre la certezza che nulla sia accaduto per caso. Chi percepisce questa rete di enigmi acuisce di suo una sensibilità profonda, è maggiormente ricettivo al mistero che li riassume tutti:

              Mia nonna non era come tutte le altre persone. Lei possedeva una straordinaria capacità di percepire cose che gli altri non potevano sentire, per lei il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti non era così netto.

              Abigail assomiglia a un pesce che pone il muso fuori, a pelo sull’acqua, per intravedere quel che si cela oltre.

              Il nucleo del romanzo è dato dalle propagazioni di un male profondo, strisciante e fuori controllo. Fuori controllo negli effetti, nelle conseguenze. Si riflette nei discendenti degli uni e degli altri (delle vittime e dei carnefici), i quali si scoprono colpevoli di una colpa non commessa. Qual è quella di Eléonore? E quella di Andrea?

              Non ha alcun pregio chiamarsene fuori, prendere le distanze o affermare:

              «Io ho ventiquattro anni. Quando uccidevano gli ebrei non ero ancora nato, mio padre idem e mio nonno era in un altro paese…»

              La responsabilità di Augustin è invece diretta e mostruosa. Né un Kafka, né un Dostoevskij potranno mai sondarne le radici. Di essa non se ne troveranno mai i perché, tanto o poco che se ne scriva (si pensi solo a libri quali La banalità del male di Hannah Arendt, L’enigma del consenso di Ian Kershaw, I volenterosi carnefici di Hitler di Daniel J. Godlhagen).

              Trovarsi davanti Augustin, riconoscere in lui ciò che è stato ed è rimasto, è scioccante per chiunque. Nessun perdono è possibile. Da chi si potrebbe riceverlo se in coscienza nemmeno a domandarlo a se stessi lo si può ottenere? Pretenderlo dagli altri significa porre su costoro un onere più gravoso di quello che la propria coscienza può sopportare.

              Da qui la comoda soluzione di chi preferisce passare sotto silenzio quanto avvenuto (cosa che si chiama revisionismo storico). Il tempo cancellerà le tracce; prima o si affievoliranno le ultime voci di ciò che verrà trasmesso ai posteri, come se si potessero liberare le vittime dei loro ricordi. In altri casi è già avvenuto: chi parla più della strage degli armeni? (Mi si permetta di citare Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh, fonte di ispirazione deI cani e i lupi di Irène Némirovsky).

              La verità bene o male troverà sempre il modo di emergere, sia pure per caso, come il plico scoperto in biblioteca da Andrea, una verità che spalanca su ciascuno una voragine incolmabile, un buco nero che trascina via tutto.

              Il caso fa trovare ad Andrea quello che sembra un carteggio, in realtà un insieme di ritagli di giornali che documentano in maniera inconfutabile i trascorsi di Augustin. Si tratta di documenti che erano alla portata di chiunque: i nipoti e la moglie potevano riesumarli in qualunque momento.

              Loro stessi (e non un estraneo) poteva scoprire che sotto lo stesso tetto viveva un incallito criminale nazista, condannato a morte in contumacia nel Processo di Norimberga, braccato dai servizi segreti da più di cinquant’anni. Se le cose fossero andate in questo modo, avremmo tra le mani un altro romanzo.

              Il male affiorato è radicale, ha dimensioni apocalittiche. Davanti a esso ci si trova, più che impreparati, disarmati: Non si è in grado di contrapporre un bene altrettanto forte. Il rapporto tra Andrea ed Eléonore non trova infatti alcun appiglio,  nessun attracco cui risalire e rinsaldarsi. Eléonore è devastata nell’apprendere di portare in sé la reviviscenza ereditaria di eventi terribili. Non può prendere posizione contro suo nonno senza mettere in discussione se stessa. Nessun perdono è ammesso o possibile, i discendenti sarebbero ben lungi dall’accordarlo persino a loro stessi. Eléonore non potrebbe nemmeno accodarsi agli accusatori, totalmente priva dell’identità che riteneva di possedere. Non è vittima, non è carnefice, è entrambi in quanto portatrice di un sangue adulterato.

              Il primo contro il quale la sua disperazione si avventa non è nonno Augustin ma Andrea, colpevole di aver riscattato dall’oblio una verità ingestibile. La tentazione è quella di negarla, di ricacciarla indietro. I discendenti di vittima e carnefice si trovano a essere colpevoli senza colpa, prigionieri di un limbo inestricabile. Nessun ponte può colmare la voragine aperta tra i due ragazzi. Essa ha la consistenza di una maledizione imperitura che continua a mietere vittime anche se Augustin non è più in grado di nuocere fisicamente. Persino assicurare il criminale nazista alla giustizia è lungi dal cancellare quello che è stato, dal chiudere qualsiasi ferita. Anzi, le riapre e ne provoca di nuove, altrettanto profonde e irreversibili:

              Al pari di Pandora, avevo scoperchiato il vaso e il male era fuoriuscito prepotente, spazzando via le cose belle.

              Perché, qualcuno domanderà, parlare di queste cose?

              Non certo per aprire una pagina da chiudere in tutta fretta. Non se ne parlerà mai abbastanza se in un quiz televisivo i concorrenti mostrano persino difficoltà nel collocare nel tempo gli stessi Hitler e Mussolini. Figuriamoci se si domandasse loro la definizione di Shoah.

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                Cover_RIPScritto da Cinzia Baldini   

                Ciò che scatena il thriller è un errore giudiziario che schiaffa in galera un innocente. Quando, dopo dieci anni, le porte del carcere finalmente si spalancano, Marco può assaporare la libertà negata e arrabattarsi per salvare quel che resta. È comprensibile che vi sia ben poco da ricostruire, la sola cosa che trova intatta è la casa, sua unica e ultima certezza.

                Ci sarà pur qualcuno che riconoscerà, certificherà il torto subito, la grave ingiustizia che ha leso in maniera irreparabile un diritto fondamentale, la sua dignità di persona.

                Dietro una pur legittima pretesa, c’è poco spazio per avere completa soddisfazione del torto. Al massimo potrebbe impegnarsi per arginare quel tipo di negligenza che l’ha sottratto al vivere civile, a tutela delle non tanto improbabili vittime future.

                Marco però non ha modo di pensare al futuro, gli interessa il passato, un conto – a credito – da incassare al più presto, prima che diventi inesigibile.

                Il rovescio della medaglia è una Torino poco sicura, dove le forze dell’ordine stentano a circoscrivere la criminalità. Se non manca la buona volontà, sono carenti le risorse, la coperta è troppo corta perché non scappi qualche cosa.

                Il ritmo è incalzante, si è alle prese subito con il delitto di una giovane prostituta e con l’impellenza di trovare a tutti i costi un colpevole, pur di far tacere la petulanza della stampa e i mal di pancia dei superiori.

                Vi è nello sfondo una esigenza comune di giustizia. Da una parte quella garantita dalla legge, dall’altra quella che si invoca contro e nonostante la legge e i suoi tutori.

                Come si pone, in tale ottica, l’errore giudiziario? Esso si è rivelato causa di tutta una serie di sfortunate circostanze che hanno remato contro un innocente; ma anche Marco, per dirla tutta, ci ha messo del suo, tenendo una condotta malaccorta e foriera di equivoci. Se errore vi è stato, è dovuto al concorso di fattori e persone diverse: del commissario, dell’avvocato difensore, dello stesso imputato che ci ha messo del suo.

                Ragioniamo un attimo: se sei colto con la pistola in pugno nel luogo del delitto, nel 99% dei casi sarai additato come colpevole. Se insegui uno scippatore che ti ha rubato il portafoglio ed entri con lui in una banca, e tieni in pugno la pistola che gli hai sottratto, sarà difficile convincere la polizia, nel frattempo intervenuta, di non c’entrare nulla con una rapina in corso.

                Solo perché un evento è altamente improbabile, non vuol dire tuttavia che non possa accadere. Sennonché per star dietro a quell’1% di probabilità contrarie occorrerebbero mezzi energie e mezzi spropositati. Da questa prospettiva l’1% di errore può sembrare accettabile, un po’ come le controindicazioni di un farmaco, salvo approntare gli appositi rimedi dopo (e farsi uno, due, massimo tre giorni di carcere ma non… dieci anni!).

                Che le macchine siano scassate, che gli straordinari non vengano pagati, non sono e non possono diventare un problema del signor 1%. Certo, con gli accorgimenti del caso la percentuale di errore sarebbe più bassa, mai del tutto assente.

                Ciò che rende delicata la faccenda è che la leggerezza è stata compiuta da un poliziotto navigato, non da un giovane ingenuo che deve ancora imparare il mestiere.

                Si aggiunga che l’ansia di giustizia di Marco non è molto diversa da quella dei questori e degli ispettori di polizia. Anche lui vuole trovare il colpevole, anzi, i colpevoli con altrettanta determinazione.

                Non c’è colpa nel pretendere e nel farsi giustizia. Questa la conclusione alla quale giunge:

                Chi sbaglia paga! Come un vangelo, come un comandamento, come una morale filosofica.

                È una strana dea la giustizia, spesso nelle vesti di una contabilità perversa dalla logica ferrea, che facilmente assume i contorni della vendetta.

                Vendetta è quella di Marco, la quale si manifesta in una serie di esecuzioni capitali che non lasciano spazio ad alcun compromesso.

                Si entra così nel cuore del thriller e di efferati delitti che colpiscono un ex compagno di cella, una guardia, l’avvocato difensore, il testimone, chi ha condotto le indagini.

                Gli inquirenti stentano a comprenderne la logica, che è quella di un immaginifico contrappasso dantesco di cui si ignorano le premesse.

                Un aspetto da tenere conto è la incisiva partecipazione del lettore che è al corrente di come siano andate le cose. La tensione si costruisce intorno alle modalità con le quali gli inquirenti tentano di stanare il colpevole. Il lettore è già giunto al traguardo, conosce tutti i retroscena per risolvere il caso. A tratti è indispettito dalla lentezza con la quale i nodi, già giunti al pettine, vengono ignorati per trarne le conclusioni. Ma qui sta il bello.

                Prevale l’attività frenetica piuttosto che l’analisi attenta e scrupolosa dei dati disponibili, manca un poliziotto che, come Sherlock Holmes, trascorra un’intera nottata accomodato su cinque-sei cuscini, in compagnia di un’oncia di tabacco, in cerca del sospirato denominatore comune.

                Il finale, che non racconterò, esprime drammaticamente lo scontro tra giustizia e vendetta. Posso solo dire che se soluzione vi è, giunge fuori tempo massimo, come una medicina che non è in grado di curare più nessuno.

                Se fosse riassumibile in una partita a scacchi, lo scacco matto non è di quelli che chiudono la partita.

                Link articolo originale

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                  Cover_Mbhali_BYTitolo: Mbhali

                  Autore: Sonia Dal Cason

                  ISBN eBook: 9788866600909

                  Editore: Ciesse Edizioni

                  Collana: Black & Yellow

                  Anno 2013

                  L’Africa esotica e selvaggia meta di turisti ha immense savane, distese desertiche e altopiani attraversati dai fiumi. Leoni, giraffe, elefanti, moltitudini di animali che corrono liberi e uccelli maestosi che sorvolano le nostre teste.  Ma l’Africa ha un’altra faccia,  più oscura, fatta di riti tribali e di superstizioni più forti della ragione, quella che nessun vacanziere ci tiene a conoscere.

                  Lo sa bene Mbhali che ha avuto la sventura di nascere albina come le sue sorelline in un villaggio nel cuore della Tanzania, dove la stregoneria è difficile da estirpare e i bambini albini vengono smembrati per preparare  pozioni magiche.

                  La ragazzina scampa al massacro guidato da uno stregone, è piccola, ha solo dodici anni, e ora deve fuggire insieme a una delle sorelline, viva per miracolo. Nessuno, nella sua tribù, l’aiuterà. Imbrattata del sangue della madre e dei fratelli, con la sorellina in braccio e un machete raccattato in fretta e furia, Mbhali corre senza sapere nemmeno dove, a guidarla la disperazione.

                  A volte gli Angeli si possono presentare sotto inaspettate forme, magari neri e sfregati, alleviando il cammino dei più deboli, e Lumumba, l’Angelo delle fuggitive, non si limita a proteggere lei e la sorellina. Lui le insegna a difendersi, a superare il confine oltre il quale non si è più bambini ma guerrieri, perché lì i bambini devono crescere in fretta, non c’è tempo per l’infanzia. Solo allora sarà pronta a camminare per la sua strada, giacché non ci si può aspettare che ci sia sempre qualcuno a sgombrarla dagli ostacoli.

                  Sonia Dal Cason, con lo stile conciso e senza orpelli che la contraddistingue, ci racconta una storia terribile ma che purtroppo potrebbe essere vera. Mbhali è un nome come un altro e rappresenta quella parte di un continente martoriato e sfruttato dal civile occidente dove poche missioni non bastano a salvare la vita di tanta gente che non ha niente, a volte nemmeno acqua da bere. La vita, lì, ha un altro significato. Sonia non sa raccontare solo storie “per” bambini, questa è una storia “di” bambini in cui non esistono giocattoli e nemmeno draghi che li possano trasportare in un’altra dimensione, qui l’unica dimensione è la persecuzione.

                  Ognuno, alla fine di questo di questo lungo racconto ispirato alla strage degli albini in Africa, può immaginare quello che preferisce, ma l’amaro in bocca resta ed è giusto che sia così, affinché non dimentichiamo.

                   

                  Pia Barletta 

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