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    Simpatica intervista doppia all’autrice Antonella Zucchini e alla sua editor Pia Barletta.

    TUTTO IL RESTO VIEN DA SE', un romanzo di Antonella Zucchini

    TUTTO IL RESTO VIEN DA SE’, un romanzo di Antonella Zucchini

    Antonella Zucchini è un’ex attrice di teatro e apprezzata autrice di commedie teatrali in lingua fiorentina.

    Ma è anche una abile scrittrice, nel 2013 pubblica il romanzo ‘Fiore di cappero’ (Giovane Holden Edizioni), che si è classificato terzo ex-aequo per la narrativa edita alla XXXII edizione del ‘Premio Firenze 2014’.

    Poi approda alla CIESSE Edizioni che a settembre pubblica il suo secondo romanzo Tutto il resto vien da sé, titolo che fin dalla sua uscita ha fatto registrare un record di vendite e di ordini per la casa editrice.

    Antonella Zucchini (Foto: © by Mehran Falsafi)

    Antonella Zucchini (Foto: © by Mehran Falsafi)

    Merito soprattutto dell’autrice che racconta una storia temporale che ricalca fascismo, seconda guerra mondiale e si affaccia nel presente, dove l’amore è un fattore determinante. Merito della bella copertina, accuratamente scelta dall’autrice assieme all’editore, un’immagine che racchiude in sé il senso dell’intero romanzo (e non guasta nemmeno la bellissima foto dell’autrice, posta in primo piano sulla quarta di copertina e che vi riproponiamo a lato).

    Ma una buona parte del merito, e questo vale per tutti i nostri libri, va all’editor che ha ‘adottato’ il romanzo migliorando la qualità dell’opera con la sua attività di revisione attenta e puntigliosa. In questo caso stiamo parlando dell’editor Pia Barletta.

    La foto profilo usata da Pia Barletta su Facebook

    La foto profilo usata da Pia Barletta su Facebook

    Di lei si dice di tutto, che è simpatica ma burbera, severa ma amorevole, puntigliosa e ossessivamente scrupolosa (la foto che Pia usa per il profilo di Facebook sintetizza il concetto 🙂 – ndr). Con lei non si scherza, non le sfugge niente, a Pia Barletta non importa l’autore o l’editore, lei pensa solo all’opera, nient’altro. Pia si prende cura di ogni testo, lo analizza, lo scruta, lo stropiccia e a volte lo ‘massacra’ fino a farlo diventare Opera con la O maiuscola.

    Gli autori normalmente ne sono terrorizzati, eppure inspiegabilmente Antonella Zucchini, alla fine della fase di revisione del romanzo, ha dichiarato “adoro Pia Barletta”, e già questa cosa è una novità che incuriosisce.

    Cosa può essere successo?

    Cerchiamo di scoprirlo in questa simpatica intervista alle due bischere protagoniste.

    Pia Barletta, noi ti conosciamo come editor puntigliosa e austera, ma esiste anche un lato buono in te o sei stata ammaliata dal ‘lato oscuro’ e cerchi di non sottrarti a esso per nessuna ragione?

    Una specie di lato buono c’è, latente, molto latente, ma a costo di prenderlo a martellate cerco di non farlo emergere, altrimenti ne approfittano.

    Antonella Zucchini: scrittrice, attrice, autrice di commedie teatrali. Che altro ancora?

    Aggiungiamoci anche che, da quando non recito più, tengo corsi di teatro in lingua fiorentina per ragazzi adolescenti ed è bellissimo vedere come questi ragazzi, ipertecnologici e superaccessoriati, riconquistino piano piano una terminologia legata alla nostra cultura, alla nostra storia e alle nostre tradizioni.

    Comunque – forse può non sembrare – ma sono una donna semplice che ama fare cose semplici.  Adoro camminare nella bellezza della campagna toscana e mi diletto a coltivare un orto per cui zappo, pianto, semino e combatto perennemente contro le erbacce. E a tutti quelli che, vedendomi con la vanga in mano, scuotono il capo e dicono che la terra è troppo bassa, rispondo “Lo so, altrimenti si chiamerebbe cielo”.

    Come fate a conciliare le vostre innumerevoli attività?

    Pia – Conciliare è una parola grossa, mi arrabatto, per esempio quando un testo mi prende in maniera particolare mio marito si rassegna a cene a base di panini.

    Antonella – Da sempre per me il mattino ha l’oro in bocca. Mi alzo prestissimo e inizio: tutto il resto vien da sé.

    Pia, com’è stato il primo approccio con il romanzo e la sua autrice Antonella?

    Al romanzo mi sono approcciata come al solito, in maniera molto critica: Oddio, tre piani narrativi! E tutti ‘sti cambi di tempi verbali non stancheranno il lettore? Però poi due piani confluiranno in uno solo e quindi… ok, è avvincente, credibile, si può fare, vediamo che dice il Gran Capo (Carlo Santi).

    Con Antonella avevo già avuto un approccio ai tempi di Fiore di cappero, poi sfociato in un nulla di fatto, e ritrovarla per caso e addirittura in dirittura (bello addirittura in dirittura, eh?) d’arrivo con Tutto il resto vien da sé mi è parso quasi un segno del destino, doveva andare così: noi due a lavorare insieme. Ci siamo intese subito, ci siamo divertite un sacco ed è nata anche una bella amicizia, abbiamo diverse cose in comune e sono certa che lavoreremo presto di nuovo insieme, e chi ci divide? Che accoppiata di matte!

    Antonella, com’è stato il primo approccio con la tua editor Pia?

    Non credevo che collaborare alla revisione del romanzo fosse tanto divertente. Pia mi aveva corteggiato anche ai tempi di “Fiore di cappero” ma io, scioccamente, non avevo voluto darle retta. Il destino ci ha fatto poi ritrovare ed è scattata subito una sintonia stupenda.

    Che risate ci siamo fatte tra un capitolo e un altro!

    Pia, parlando del libro durante la revisione, quali sono state le difficoltà, sempre che ve ne fossero, per rendere il romanzo che è oggi.

    Antonella!

    L’unica difficoltà, se così si può chiamare, che ho incontrato è stato il dialetto toscano su cui non mi sono azzardata a intervenire mai. Dialetto che peraltro amo e quindi mi sono fatta volentieri una cultura. Poi, Tutto il resto è venuto da sé.

    Antonella, durante la revisione hai incontrato difficoltà a intervenire sul testo seguendo i consigli di Pia?

    Niente affatto. Tutti i suggerimenti, correzioni o consigli che Pia proponeva dall’alto della sua esperienza, li ho sempre trovati volti a valorizzare al massimo il mio testo. E lei ha sempre accettato le mie modifiche e le mie proposte. Meglio di così!

    Chi è ‘bischera’ e chi ‘sputacchio di diavolo’, e perché vi siete date questi due nomignoli?

    Pia Io sono lo sputacchio, adoro questa espressione e credo che mi calzi a pennello, considerato la mia nomea. Lei è bischera perché mi sono divertita a prenderla in giro per tutto il tempo dell’editing (e anche dopo) giacché le invidio le doti di scrittrice e “quindi me la tiravo” con l’editing, un po’ di sana vendetta non fa mai male.

    Antonella – La bischera, per ovvi motivi, sono io (d’altronde, sono fiorentina!) mentre lo sputacchio di’ diavolo è Pia. Nel romanzo questo ameno epiteto viene pronunciato dall’anziano parroco contro un soldato tedesco.

    Pia ci ha riso per due giorni interi. “Ma come ti è venuta in mente una cosa simile” e rideva, rideva. Alla fine le ho detto, in fiorentino “La sai una cosa? Qui i’ vero sputacchio di’ diavolo tu se’ te!”. E da allora l’ho sempre chiamata così (e lei ha continuato a ridere).

    Antonella, qual è stato l’impulso principale che ti ha indotto a scrivere TUTTO IL RESTO VIEN DA SÉ, e cosa c’è prima del ‘resto’?

    La storia mi è stata raccontata e subito l’ho trovata bellissima. Certo, l’ho molto romanzata, arricchendola di personaggi che sono unicamente il frutto della mia fantasia ma è stato veramente entusiasmante vedere come questi ultimi si amalgamavano perfettamente ai personaggi realmente esistiti.

    Cosa c’è prima del resto? C’è il tutto. C’è la volontà, il libero arbitrio, la libertà di scelta. C’è l’incitamento a compiere il primo passo, a spezzare la pesante cortina dell’incapacità, dell’inadeguatezza, dell’impotenza. Come a dire che poi qualcosa di buono verrà, non disperiamo.

    Antonella, in cosa si differenzia questo nuovo romanzo da ‘Fiore di cappero’?

    Fiore di cappero” è nato casualmente dal desiderio di ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia. Dalle ricerche d’archivio e dai racconti dei parenti erano emerse figure così avvincenti che ho pensato di inserirle in una storia.

    Tutto il resto vien da sé” invece è un romanzo più completo, più strutturato, a tratti epico, frutto anche di studi e di approfondimenti storici, nel quale però, la mia fantasia si è sentita libera di spaziare a più non posso.

    Che valutazione date al libro prima e dopo la revisione?

    Pia – Che domanda tendenziosa! il libro aveva bisogno solo di quegli aggiustamenti che solo un occhio esterno può vedere, quindi 9 prima e 10 dopo… o era 10 prima e 9 dopo? Mi sorge il dubbio…

    Antonella – Pia è stata impareggiabile: con tocchi leggiadri e sapienti ha trasformato il mio romanzo da bello a bellissimo.

    Pia, dai un voto, motivandolo, ad Antonella come scrittrice.

    Antonella riesce a tratteggiare i personaggi fin nella loro intima essenza, te li fa amare o odiare, come è successo a me con uno di essi, tant’è che le ho chiesto di farlo morire (indovinate quale). Detto fatto, la bischera Antonella mi ha accontentata e l’ha accoppato con mio sommo gaudio. In più sa come strapparti un sorriso anche nei passaggi drammatici. E poi è precisa, la storia deve filare liscia come l’olio, non sono ammesse incongruenze, nemmeno minime.

    Un voto? Eh sì, eh già :-).

    Antonella, dai un voto, motivandolo, a Pia come editor.

    Adoro Pia Barletta, l’ho detto e lo ripeto. Nei mesi estivi abbiamo lavorato alacremente per far uscire il libro a settembre, sentendoci tutti i giorni al telefono, per mail o con messaggi e ho potuto toccare con mano tutta la professionalità che la contraddistingue, la bravura e la passione immensa per il suo lavoro, il tutto condito con quello humor e quella fine ironia che ci accomuna.

    Un voto da uno a dieci? Undici.

    Perché è consigliabile leggere TUTTO IL RESTO VIEN DA SE’?

    Pia Perché così diventeremo ricche e famose.

    Perché è un testo pregno di umanità, e per non dimenticare certi orrori. Mai.

    Antonella – Per molteplici ragioni: perché è una storia vera che ci conduce attraverso i sentieri della nostra memoria, perché in essa si riflette la vastità e la complessità della Storia, perché racconta di una donna – e allo stesso tempo di tutte le donne – che non hanno avuto paura di amare, lottando per affermare il loro diritto di scelta.

    Infine, che ne pensate della CIESSE e del suo editore (domanda trabocchetto 🙂)?

    Pia Posso avvalermi della facoltà di non rispondere?

    La Ciesse è coraggiosa, sta facendo un bellissimo lavoro dando possibilità a tanti esordienti di pubblicare, è attenta e dinamica nella promozione ed è sempre disponibile alle idee e alle esigenze dei propri autori. Tutto questo è ammirevole se si pensa allo stato pietoso in cui versa l’editoria.

    Carlo Santi, a parte tutto il suddetto, è prima di tutto un amico e ha la capacità di farmi sentire parte integrante dello staff, anche se da esterna, e mi ha sempre dato massima fiducia sia quando mi affida un testo sia quando io gliene propongo uno. Per questo lo ringrazio pubblicamente.

    E poi, cosa che non guasta, è simpatico, cosa chiedere di più?

    Antonella La Ciesse è una casa editrice piccola ma dinamica, desiderosa di far conoscere nuovi autori e impegnata a valorizzarli al massimo. Il cervello, l’anima e il cuore di tutto questo è il mitico Carlo Santi, da me soprannominato Cappellaio Matto.

    E che diamine, un nomignolo gli ci voleva anche a lui. Ovvia!

    divisoreGrazie ad Antonella e Pia per la loro gentile disponibilità e simpatia e un grande ‘in bocca al lupo’ a noi per Tutto il resto vien da sé.

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      L'avvocato Marina Lenti, esperta in materia di diritto d'autore in campo editoriale, musicale e di intrattenimento, intervista Carlo Santi, editore CIESSE Edizioni

      intervistaQuesta intervista è pubblicata sul Blog: logoEditoriaLegge


      Questa volta, ospite della rubrica sugli editori No EAP è il Dott. Carlo Santi, titolare di Ciesse Edizioni.

      Ed ecco le sue risposte alle consuete domande…

      La Vostra storia in breve

      Sono autore di thriller e mi piace leggere. Questa passione è diventata un lavoro fin dal 2010, da quando ho creato la CIESSE Edizioni, piccola ma dinamica realtà che tenta di ricavarsi il suo spazio nel mondo editoriale.

      Com’è il Vs rapporto coi media?

      La stampa e la TV che contano per davvero snobbano spesso e volentieri la piccola e media editoria, per cui il nostro rapporto è di scarsa influenza. Invero, se per media ci si riferisce al pubblico, cioè i lettori, rispondo alla domanda relativa che segue.

      Quali sono le difficoltà operative più frequenti in cui vi imbattete quotidianamente?

      La maggior difficoltà è la distribuzione. Non è facile, per un piccolo editore, affrontare una buona distribuzione editoriale, tra l’altro fornendo volumi in conto deposito applicando il 65% di sconto e che non sai se e quando saranno venduti. Inoltre, molti librai puntano su autori famosi e ai libri di sicuro successo e non vogliono occupare scaffali con volumi di autori sconosciuti pubblicati con case editrici medio-piccole. Infine, il conto deposito è un’arma a doppio taglio: se non lo prevedi nessuno ti ordina i libri perché librai e distributori non vogliono rischiare nulla; di contro, se usi questa formula, vedrai il ricavo delle vendite in media non prima di un anno dalla fornitura. Tu, nel frattempo, hai già sostenuto il costo di stampa, spedizione, gestione del magazzino, pagato i collaboratori e le bollette, etc. Questo è il problema maggiore, ma non credo di essere l’unico a soffrirne.

      E le difficoltà legali?

      Sono un ex sindacalista, conosco l’arte del compromesso. Questo aspetto aiuta molto al fine di evitare problemi dal punto di vista legale. L’unica difficoltà legale, caso mai, è agire nei confronti delle molte librerie insolventi, a volte le cifre sono così minime che solo il pensiero dei costi di avvocato e decreto ingiuntivo ne sconsiglia l’uso, per cui consideri persi quei soldi.

      Le soddisfazioni più grosse ottenute sinora?

      Vivere di questo lavoro pur nel bel mezzo di una crisi globale, soprattutto quella riferita all’editoria. Da quasi sei anni a questa parte si riesce ad arrivare alla cosiddetta ‘fine del mese’. Nella situazione attuale, anche queste sono soddisfazioni.

      Avete in mente un Vostro ideale di editoria?

      Sì, quella della pari dignità. Si può essere piccoli e coesistere con i grandi garantendo spazio per tutti. In Italia non è così, il sistema monopolizzante delle Big dell’editoria ti pone ai margini e puoi solo sopravvivere in un ambito ristretto e ghettizzato. Le piccole case editrici, che sono riuscite a crescere a fatica, sovente sono state poi assorbite da qualche Big, non tanto per ampliare il loro successo, bensì per eliminare un pericoloso concorrente che stava per crescere troppo. Oggi le librerie rischiano di chiudere per mancanza di clienti mentre aumentano le vendite online di portali importanti come Amazon, IBS, etc. Anche in quel caso, però, le Big dell’editoria si sono organizzate per farla da padrone: pagano per far inserire i loro titoli nelle prime pagine e sui banner pubblicitari dei vari Store online. I relativi costi, per noi, sono proibitivi. In pratica, è il sistema che non funziona, la ‘Legge Levi’ sul prezzo dei libri doveva risolvere il problema, ma c’è chi se ne frega e, comunque sia, è del tutto insufficiente.

      Le modalità per sottoporVi un manoscritto?

      Piuttosto che il manoscritto, noi preferiamo che l’autore ci presenti il suo progetto editoriale. Deve convincerci del perché dovremmo pubblicarlo. Se un autore riesce a incuriosirci, allora si passa alla fase successiva: il manoscritto. L’autore deve prima convincere noi della bontà della sua opera o non sarà in grado di farlo successivamente con i suoi futuri e probabili lettori. Inoltre, il 90% degli autori non sa nemmeno presentarsi, sovente ti inviano una mail vuota con il solo allegato che si ‘presuppone’ contenga i dati e il manoscritto. Però nessuno apre allegati ricevuti tramite una mail, ancora peggio se risulta anonima, perciò si cancella automaticamente. Questo garantisce un certo filtraggio automatizzato.

      Con quali criteri scegliete di pubblicare un libro e quali sono i difetti che riscontrate più spesso in un manoscritto?

      Bella storia, scritta bene, che trasmetta emozioni e faccia riflettere. In pratica, chi legge il manoscritto, di un aspirante autore CIESSE, è un attento ed esperto lettore, editor e, per quanto riguarda alcuni dei nostri collaboratori, è pure un abile scrittore. Se il manoscritto piace a costoro, che leggono di tutto e di più, allora significa che è un buon inizio e si può prendere in considerazione la sua opera per la pubblicazione. Da qui inizia una seconda fase. Dopo il buon testo ci vuole un altrettanto buon autore, anche se il binomio opera/autore non sempre funziona come dovrebbe e, a volte, si sbaglia.
      I maggiori difetti dei manoscritti, a parte quelli scritti in modo riprovevole, che è anche il peggiore di tutti i mali, sono: storia debole, incongruenze gravi, ridondanze, eccessi di specificazione, ripetizioni. Se uno scrive e non ha mai letto un libro in vita sua, si nota subito perché avrà una scrittura infantile e ingenua. In tal caso, anche fosse stato scritto correttamente, il testo farà registrare altri problemi e difetti.

      Accettate elaborati da chiunque o solo tramite agenti?

      Accettiamo opere proposte da chiunque e, qualche rara volta, anche da agenzie letterarie. Non sempre le agenzie propongono belle opere, soprattutto perché rappresentano autori che hanno pagato il servizio, a volte a scapito della qualità. Serve sempre una selezione, ma se uno paga senza problemi sarebbe da stupidi scartarlo perché ha scritto una schifezza, basterà limare un po’ qua e là per farlo apparire quantomeno presentabile. Ecco, in breve, l’attività della maggior parte degli agenti letterari italiani. Ci sono le rarità, con cui collaboriamo volentieri, ma tutto il resto è solo un comprensibile ma non condivisibile business.

      Due consigli agli scrittori: cosa fare e cosa non fare assolutamente quando si rivolgono a voi…

      Scrivere bene e belle storie. Di contro, non inviare mai il manoscritto consigliandoci di pubblicarlo asserendo che sarà un successo planetario. In questo modo l’autore non assicurerà alcun risultato se non quello di farsi inserire nella categoria ‘spam’. Se avesse ragione, allora avremmo perso un’occasione, però sbagliare ci rende umani.

      Promozione e marketing: la vostra ricetta?

      La promozione la fa l’autore. Molti autori sono convinti che sia l’editore a vendere, ma questa è una leggenda illusoria di tutti gli autori inesperti. Nel nostro caso ci sono libri che vendono migliaia di copie mentre altri nemmeno una, eppure l’editore è sempre lo stesso. La Mondadori ha 12mila autori, c’è chi vende copie a milioni (al massimo saranno 4/5), chi centinaia di migliaia (una ventina) e chi qualche migliaia, ma la maggior parte non arriva alle mille copie nemmeno con una simile Big. Per un piccolo editore, che pubblica un autore sconosciuto, vendere mille copie è già un successo, ma per riuscire a farlo serve un autore d’assalto, uno che sappia darsi da fare a promuovere quello che, tra l’altro, è la SUA opera. A noi il compito di non fargli mancare il sostegno organizzativo ed economico per fornire le centinaia di volumi in conto vendita, che poi incasseremo a un anno di distanza accollandoci il rischio d’impresa.

      Sotto quest’ultimo profilo, i Vs autori sono attivi o potrebbero fare meglio?

      Come precisato sopra, l’autore fa la differenza. Non serve essere un autore famoso per vendere, è necessario che si muova, esca di casa e vada a dire al mondo che ha scritto un bel libro. Se piacerà ai lettori, costoro lo promuoveranno a loro volta con il famoso ‘passa parola’, la migliore delle promozioni. Abbiamo libri che non hanno venduto neppure una copia, ciò significa che quegli autori non sono riusciti a convincere nemmeno mamma e papà a comprarlo. Il titolo viene distribuito comunque, ma resta sempre un libro ‘orfano’ perché il suo ‘creatore’ non se ne cura e non lo fa crescere. È dura per l’editore impegnarsi in ulteriori rischi, oltre a quello già affrontato anche solo per stampare 3/400 copie di un volume che, tra l’altro, rimarrà a marcire in magazzino. Per cui l’editore seguirà sempre quell’autore che si impegna sul serio e che farà del suo meglio mentre dovrà limitare il danno per coloro che si dimenticano della loro opera.

      C’è un’interazione diretta fra la Vs casa editrice e i Vs lettori?

      Siamo presenti in rete, sia attraverso i Social Network, sia con il nostro sito di e-commerce. Gestiamo persino un Blog dove pubblichiamo articoli di interesse letterario, recensioni e interviste riferite ai nostri titoli e autori. Per quanto mi riguarda, cerco sempre di partecipare personalmente, almeno alla prima presentazione del libro da parte dell’autore. Oltre a sostenere l’autore e il libro, presento la casa editrice e la realtà dell’editoria dal mio punto di vista. In quelle occasioni cerco di convincere i lettori a leggere di più e meglio e di incentivare alla lettura i ragazzi. Naturalmente, avendo autori provenienti da tutta Italia, posso permettermi la presenza in un ambito territoriale ristretto, ma dove posso la mia presenza non manca mai.

      (Si ringrazia l’editor Pia Barletta per la gentile collaborazione)


      L'avv. Marina Lenti

      L’avv. Marina Lenti

      L’avv. Marina Lenti ha una decennale esperienza nelle problematiche e nella contrattualistica relative all’intrattenimento musicale e all’editoria cartacea e online. Inoltre, svolge attività seminariale insegnando ad autori ed editori le principali questioni giuridiche del settore e le conseguenze, sul piano legale, delle principali attività da loro poste in essere più frequentemente.

      E’ stata co-fondatrice dell’Agenzia stampa & PR Mediavideo, che è stata l’organo portavoce dello SNAV (Sindacato Autonomo Videonoleggiatori) e dell’ASMI (Associazione Italiana Produttori Supporti Magnetici).

      www.avvocatomarinalenti.it

       

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        A cura di Bianca Fasano, scrittrice

        ASTUR - La spada della sorte (romanzo storico per ragazzi di Loredana Saetta)

        ASTUR – La spada della sorte (romanzo storico per ragazzi di Loredana Saetta)

        Come nasce la sua passione per la scrittura, in particolare dedicata ai giovani? Una sensazione vivida di vicinanza con quella stagione della vita?

        Ho iniziato a scrivere per me stessa, per divertimento. Fin da ragazzina ho amato leggere e una parte di me ha sempre accarezzato il desiderio di scrivere. Quando avevo 9 anni scrissi un racconto, in seguito delle poesie, come tutti gli adolescenti. Con gli anni sono stata distratta da altre cose, lo studio, il lavoro, il matrimonio, la nascita dei figli; non so neanche che fine ha fatto quel primo racconto, si è perso insieme a tante altre cose che hanno fatto parte della mia vita. Quando ho avuto più tempo per me, ho iniziato, quasi per gioco, a scrivere un romanzo per ragazzi, ambientato nel medioevo, dal titolo Astur, La spada della sorte.

        Dopo tre anni l’ho completato, (mi piace portare a termine le cose che inizio) e l’entusiasmo di mia figlia e le sue insistenze, mi hanno indotto a vincere il riserbo e l’imbarazzo di un possibile rifiuto e a presentare il libro a qualche casa editrice. Dopo parecchi mesi mi ha contattato la Ciesse Edizioni, comunicandomi che erano interessati a pubblicare il mio romanzo nella collana Rainbow.

        Loredana Saetta

        Loredana Saetta

        C’è uno scrittore preferito nella sua vita “da lettrice”? Un libro che le è restato impresso in modo più vivo e palpabile?

        Sono sempre stata un’accanita lettrice, e molti, moltissimi autori hanno lasciato tracce indelebili in me, ma qualcuno lo amo particolarmente come Ken Follet, Michael Crichton, Andrea Freidiani. Come romanzi credo che “I pilastri della terra” e “Mondo senza fine” di Follet siano imperdibili, come pure “Timeline” di Crichton, ma da ragazza ho amato anche “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, un “mattone” davvero favoloso.

        Ammettendo, come alcuni credono, che in ciascuna delle storie scritte si inserisca qualcosa di noi, vale lo stesso anche per questo suo romanzo? Quanto è vera storia e quanto invenzione?

        Nello scrivere un romanzo storico ritengo sia opportuno essere fedeli alla storia, è poco corretto verso il lettore cambiare il corso degli eventi, solo per rendere la trama coinvolgente e l’intreccio più scorrevole. Gli avvenimenti storici che fanno da sfondo al romanzo corrispondono quindi alla realtà storica; su di essa poi ho inserito le vicende dei giovani protagonisti che, naturalmente, sono personaggi di fantasia. Ho cercato di non annoiare il lettore, trasportandolo da un lato all’altro dell’Europa medievale (dalla Normandia alla Terrasanta), di immaginare l’ambiente dell’epoca, l’abbigliamento, i conflitti e le battaglie, ma soprattutto di condividere le aspettative, le emozioni e gli stati d’animo dei personaggi, affinché il lettore fosse coinvolto.

        Oggi, anche per personale esperienza, noi scrittori ci troviamo nella possibilità di scegliere tra il libro in cartaceo e quello in ebook: cosa pensa del libro in formato elettronico?

        Ritengo che il passaggio dal libro stampato all’ebook sia un cambiamento positivo, soprattutto se si pensa che le nuove generazioni amano la tecnologia. Comunque non credo che il libro tradizionale possa mai scomparire, penso invece che sarà affiancato da questi nuovi strumenti che, è inutile negarlo, hanno grosse potenzialità.

        Grazie per la disponibilità e auguri per il suo lavoro letterario!

        Bianca Fasano


        SINOSSI

        All’alba dell’anno Mille nella vecchia Europa, si scatenano lotte intestine tra i figli del Re d’Inghilterra, mentre su invito di Urbano II la nobiltà decide di rivolgere le armi contro i “nemici della fede” e riconquistare il Santo Sepolcro.

        In questa epoca di gesta eroiche e brutali saccheggi, tra sanguinose battaglie, tradimenti e misteriosi sortilegi, si svolgono le vicende di una nobile famiglia Normanna. Le storie dei giovani protagonisti si intrecciano alle vicende politiche del tempo, tra l’Europa e l’Oriente.

        Sullo sfondo del Mediterraneo, “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori” nascono e si intrecciano, mentre una nuova epoca ha inizio.

        SCHEDA TECNICA

        Titolo: ASTUR – La spada della sorte

        Autore: Loredana Saetta | Editore: CIESSE Edizioni 

        Genere: Romanzo storico per ragazzi | Pagine: 352

        Collana: Rainbow | Mese/Anno di pubblicazione: maggio 2015

        ISBN Libro: 978-88-6660-158-6 | ISBN eBook: 978-88-6660-159-3acquista_on_line

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          “L’Arca dell’Alleanza”, un Thriller Storico di Carlo Santi

          L’Arca dell’Alleanza

          di Carlo Santi

          Intervista all’autore

          di Iannozzi Giuseppe

          La Recensione di Beppe

          Fonte: Blog di Beppe Iannozzi

           Leggi l'anteprima del libroLeggi l'anteprima del libro
          1. Carlo Santi, “L’Arca dell’Alleanza” (Ciesse edizioni) è il tuo ultimo lavoro, un romanzo storico. Al centro del tuo romanzo c’è la cosiddetta Arca dell’Alleanza, ovvero una costruzione che sarebbe stata ordinata da Dio a Mosè. Si parla dell’Arca nella Bibbia, ma essa è una leggenda. Carlo Santi, com’è possibile scrivere un romanzo storico basandosi su un fatto meraviglioso?

          L’Arca dell’Alleanza è un manufatto certamente “meraviglioso”, ma anche reale. L’Arca viene citata in molti documenti storici rilevanti, primo fra tutti un’autentica Torah (la legge ebraica) risalente al VII secolo a.C. e conservata, ancora oggi, presso un museo inglese. L’Antico Testamento, La Bibbia, i Vangeli più o meno apocrifi, la Torah ebraica e persino il Corano parlano dell’esistenza dell’Arca dell’Alleanza con dovizia di particolari che coincidono fra loro e che ne indicano con chiarezza caratteristiche e poteri. Anche alcuni documenti rinvenuti nei luoghi che un tempo corrispondevano alla splendida Babilonia citano l’Arca come un’arma potentissima, capace di uccidere migliaia di persone. Il potere dell’Arca lo conoscevano pure i Filistei, per averlo sperimentato direttamente dopo averla sottratta agli Ebrei, tanto da essere costretti a restituirla perché li stava sterminando a uno a uno.

          Non a caso nel libro ho inserito le note a piè di pagina per dare al lettore la possibilità di verificare che non tutto è frutto della fantasia dell’Autore. Dopodiché possiamo discutere su quanto siano storicamente validi i testi religiosi, che siano essi canonici, apocrifi o agnostici.

          Va chiarito che il termine “Storia” corrisponde alla “memoria cronologica di fatti e avvenimenti passati, pubblici o di grande rilievo”. In altre parole la Storia è il ricordo degli avvenimenti, non gli avvenimenti in loro stessi. Molti dati storici derivano da scritti religiosi, magari perché in epoche antiche solo gli uomini appartenenti alle organizzazioni religiose possedevano la cultura sufficiente per testimoniare gli eventi. Che sia esistito Ponzio Pilato al tempo di Gesù lo sappiamo dai Vangeli, non esistono documenti romani che citano tale personaggio. Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici, quindi non vedo perché dare per certa la sua esistenza e mettere in dubbio altri personaggi biblici o un manufatto come l’Arca che viene citato da diverse fonti, anche di matrice non religiosa.

          Possiamo dibattere sull’esistenza di Gesù, di Mosè o di qualsiasi altra figura biblica, ma allora dovremmo dubitare anche di Abramo, Davide, dello stesso Salomone o di Giosia, tanto per citarne alcuni.

          Ma chi possiede una conoscenza così profonda per dire che tutti costoro non sono mai esistiti? E che prove portano a dimostrazione e a sostegno del loro scetticismo?

          Giuseppe (Beppe) Iannozzi

          Uno storico dovrebbe mettere in relazione vari documenti, valutare coincidenze e ottenere risposte certe, senza tralasciare nulla. Noi siamo arroganti, pretendiamo di sapere tutto e invece non sappiamo nulla, se non quello che c’è poco più in là del nostro naso. In quest’ottica si inserisce l’Arca: non la vediamo, per cui non esiste. Questo modo di approcciare le questioni non è né scientifico né storico. Ci sono troppe cose che non vediamo, eppure esistono mentre altre non le comprendiamo e, forse, non le comprenderemo mai a causa della nostra arroganza o chiusura mentale.

          Gesù, rivolgendosi ai suoi fratelli con cui condivideva il sapere, disse loro:

          “In verità vi dico, sulla cima della curva del sapere c’è ancora molto spazio. Così tanto da accogliere tutti coloro che solo abbiano il desiderio di raggiungere davvero la verità di tutti, non quella che viene reputata migliore per pochi”.

          Dio ha precluso l’Arca alla vista dell’uomo perché quest’ultimo ne ha fatto un uso improprio di violenza e distruzione, ma ciò non significa che sia leggenda o che non sia mai esistita. Anzi, considerando che è stata costruita per volere divino, di certo esiste tutt’ora.

          Un esempio lampante di leggenda riguarda invero il Santo Graal, da tutti sempre agognato e dato per vero, eppure non vi sono documenti di rilevanza storica che ne provino l’esistenza, al contrario dell’Arca.

          1. Ogni popolo ha il suo proprio Dio. Di Gesù Cristo non v’è però prova storica alcuna che sia mai esistito. Eppure sono tanti i romanzi che, ieri come oggi, si scrivono sulla figura di Cristo, su Dio e persino sulla morte di Dio. Qualcuno dice che Gesù avesse in realtà un fratello gemello (Il buon Gesù e il cattivo Cristo – Philp Pullman); il professore canadese di studi religiosi Barrie Wilson e lo scrittore israelo-canadese Simcha Jacobovici hanno da poco dato alle stampe “Il Vangelo perduto”, secondo cui Gesù avrebbe sposato Maddalena e da lei avrebbe avuto ben due figli; c’è poi Dan Brown che lavorando di fantasia, già prima di Wilson e Jacobovici, aveva ipotizzato che Gesù avesse avuto dei figli. Enumerare tutti gli studi e i romanzi scritti su Cristo e Dio sarebbe impossibile e, in ogni caso, non conveniente. Carlo Santi, “L’Arca dell’Alleanza”, in che filone letterario rientra? Siamo di fronte a un semplice romanzo, o è invece più giusto dire che il tuo lavoro contiene delle comprovate verità storiche?

          La sacra Sindone, custodita a Torino

          Chi sono io per dire che Dio o Gesù esistono o meno? E chi può affermare con certezza assoluta il contrario?

          Sarei supponente se dicessi che il mio libro contiene verità nascoste ai più. L’Arca dell’Alleanza è un romanzo basato su fatti storici, anche se mai compresi fino in fondo e tutt’ora avvolti da un alone di mistero. Poi è condito da un pizzico di thriller ed è anche un po’ un saggio, visto che cito fonti e documenti. Ho tentato di mettere ordine negli avvenimenti storici e teologici, che siano essi appurati o controversi, senza però tralasciare un’approfondita ricerca scientifica affrontando anche argomenti ostici, come l’esoterismo e la geometria sacra. Ma è pur sempre un’opera di fantasia, mai e poi mai mi permetterei di dire che ho la verità in tasca.

          Per la cronaca: l’esistenza di Gesù è stata documentata da una fonte pagana nel II secolo d.C., poi sono stati scoperti i Vangeli che testimoniano gli ultimi istanti della sua vita. Che Gesù fosse sposato è quasi un dato certo o, almeno, dovremmo fare un ragionamento logico e coerente che sosterrebbe la tesi del suo matrimonio. Gesù era ebreo e predicava la religione. A quel tempo la legge ebraica imponeva che coloro che predicavano fossero sposati. È pleonastico pensare, a questo punto, che Gesù fosse effettivamente sposato. In molti Vangeli, anche se non riconosciuti dalla Chiesa, si cita l’amore incondizionato che Gesù provava per Maria Maddalena che, peraltro, aveva una grande influenza anche nei confronti degli Apostoli (vedi IL QUINTO VANGELO).

          Infine, che Gesù fosse sposato con Maria Maddalena non lo dicono Dan Brown o Wilson e Jacobovici, costoro non hanno inventato nulla, bensì tale notizia è citata nel Vangelo agnostico di Filippo Apostolo. Il versetto 55 del Vangelo secondo Filippo recita: “La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli allora dissero: ‘Perché ami lei più di tutti noi?’ Il Salvatore rispose chiedendo loro: ‘Perché? Non amo voi tutti come lei?’”.

          Gesù e Maria Maddalena

          Perché la Chiesa ripudia l’idea che Gesù fosse sposato e avesse dei figli?

          La risposta è scontata: perché la Chiesa vuole Gesù “divino” e non un semplice uomo “terreno”, con tanto di moglie devota e figli al seguito. Eppure Filippo è sempre stato considerato il quinto Apostolo per importanza. Caso strano i Vangeli canonici sono quattro, compreso quello di Marco Evangelista che, tra le altre cose, non era nemmeno un Apostolo, bensì un discepolo di Paolo e, in seguito, anche di Pietro. Quello di Filippo sarebbe stato troppo deviante rispetto all’impostazione che la Chiesa si è sempre data da due millenni a questa parte.

          Possiamo affermare, quindi, che l’argomento merita ancora parecchia attenzione e che la verità in tasca non è detenuta da nessuno, almeno finora.

          1. Il Caos. Prima di Dio c’era il Caos. Ne “L’Arca dell’Alleanza” il Caos ricopre un ruolo non poco importante. Carlo Santi, ma quale Dio avrebbe creato Dio? E tu, Carlo Santi, sei un uomo di fede, o sei invece un darwinista-razionalista convinto?

          «C’è un fatto, o se volete una legge, che governa i fenomeni naturali sinora noti. Non ci sono eccezioni a questa legge, per quanto ne sappiamo è esatta. La legge si chiama “conservazione dell’energia”, ed è veramente una idea molto astratta, perché è un principio matematico». (Citazione tratta da “La fisica di Feynman” Volume I di Richard Feynman.)

          Il principio di conservazione dell’energia, corretto in principio della conservazione di massa- energia dopo la comparsa della teoria di relatività di Einstein, può essere parafrasato più o meno così: “Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

          Quindi sulla base di questa legge fisica e matematica la domanda scontata è: cosa esisteva prima del Big Bang?

          Se qualcuno me lo sa dire con precisione, allora potrei anche azzardare qualche ipotesi sull’esistenza di Dio.

          Sono per la libera circolazione delle idee, non per la dissacrazione del credo altrui, altresì sono un credente “non praticante”. Questo mia impostazione mi consente di credere senza limiti ma anche senza ostacoli dettati da regole o norme religiose. Io vivo da credente, chi non lo è vive secondo i suoi principi, ma penso lo faccia con qualche convinzione in meno che potrebbe condizionarlo a non riflettere oltre certi schemi preconfezionati.

          Infine io ricerco la mia Fede ogni giorno, a volte scrivo i miei libri per tentare di dare risposte alle domande che inseguo da anni.

          1. Tommaso Santini è a capo del Sanctum Consilium Solutionum, ovvero dei Servizi segreti vaticani. Questi Servizi segreti, stando a quanto tu, Carlo Santi, asserisci nel tuo romanzo storico, esisterebbero da centinaia di anni. Parrebbe che sia stato Pio V, nel 1566, a fondare il primo Servizio segreto, dal quale, ben presto, sorse la corrente ideologica della Santa Alleanza. Esistono o non esistono gli 007 del Vaticano? E se esistono, in quali missioni sono impegnati? Giovanni XXIII, Papa che ricercava il dialogo, fermò le attività dei Servizi segreti vaticani. Perché?

          Tommaso Santini, il personaggio principale della saga legata al “Risolutore” Tommaso Santini

          Il personaggio di Tommaso Santini e il “Sanctum Consilium Solutionum” sono chiaramente una mia invenzione, ma il tutto ha la sua logica. Io considero la Città del Vaticano uno Stato, e lo è senza dubbio visto che cura la sua diplomazia in oltre 160 Paesi che lo riconoscono come tale e non solo come sede del Pontefice e fulcro della Religione Cattolica. Anzi, direi che rappresenta un “popolo” formato da quasi due miliardi di persone nel mondo. E come ogni Stato ha il sacrosanto diritto di difendersi e di tutelare i propri interessi, ivi compreso mantenere per sé i propri segreti. La Chiesa Cattolica ha molti nemici, ne sono la prova le dichiarazioni dell’Isis di questi ultimi tempi, per cui va difesa anche attraverso la “prevenzione” e, per prevenire al meglio, è necessario conoscere in anticipo le mosse e le intenzioni di chi vuole danneggiare lo Stato e i suoi rappresentanti.

          Chi ha il compito di prevenire, come lo vogliamo chiamare?

          Agenti segreti o servizi d’intelligence che siano, servono uomini addestrati, determinati, e d’azione per poter prevenire qualsiasi fenomeno volto a minare la stabilità dello Stato del Vaticano. Quindi sono convinto che ci sia un organismo deputato allo scopo e, visto che il Vaticano custodisce con cura i suoi segreti due volte millenari, direi che tale organismo, sempre se esistente, riesce a svolgere il proprio lavoro in modo assolutamente ottimale.

          1. Tommaso Santini, essendo una sorta di 007, ha licenza di uccidere. Un uomo di Dio, che crede in Dio, che crede in Gesù Cristo, come può uccidere un suo simile, anche se poi i suoi peccati li confessa, chiede perdono a Dio e viene assolto dal Papa in persona?

          A questa domanda rispondo citando un passaggio del libro in cui il protagonista Tommaso Santini giustifica il suo modus operandi asserendo che: “…ci sono segreti che non possono e non devono essere divulgati, ci sono Stati che vanno tutelati dai nemici, religioni che vanno difese e interessi che non possono essere condivisi. Infine, il Papa è il successore di Pietro, l’emanazione di Cristo in terra. È uno degli uomini più importanti del mondo e rappresenta la Chiesa Cattolica. È giusto preservare a ogni costo ciò in cui crediamo. E questi interessi non possono essere difesi porgendo l’altra guancia, l’uomo è troppo malvagio per usare solo atti di misericordia, a volte serve essere punitori e, nell’applicare tale alternativa, non si può lesinare nell’uso dei mezzi più appropriati, al pari dei nostri nemici.”

          ‘Il quinto Vangelo’ (II Edizione 2013), un Thriller Storico di Carlo Santi

          Santini, nell’espletamento dei suoi doveri, è protetto dalla ‘Indulgenti Arum Doctrina’ o Manuale delle indulgenze. Questa pratica esiste ancora oggi e può essere totale o parziale, viene riconosciuta dal Diritto Canonico ed è normalmente concessa dal Romano Pontefice. Un tempo gli uomini d’armi della Santa Sede, come i Templari o gli Ospitalieri (o l’odierna Guardia Pontificia), sovente ricorrevano ad atti di violenza per tutelare gli interessi del Papa, della Chiesa o dei Cristiani, contravvenendo così a uno dei Comandamenti più Sacri: non uccidere. Per questo motivo era tradizione che il Papa assicurasse la Indulgenti Arum all’intera crociata, o ai singoli condottieri che si erano distinti in battaglia, annullando in toto ogni peccato, anche il peggiore che potesse essere stato commesso. In periodi successivi all’epoca dei Templari, cioè dopo il XIV secolo d.C., l’indulgenza plenaria o parziale veniva discutibilmente garantita ai regnanti o ai nobili previo versamento di ingenti somme di denaro. Ben presto, però, questa usanza venne meno per le forti opposizioni interne alla Chiesa. A molti sarà forse sfuggito, ma nel 2013, in occasione della sua elezione a Pontefice, Papa Francesco ha concesso l’Indulgenza plenaria a tutti coloro che hanno seguito il Conclave, anche attraverso l’utilizzo di mezzi di comunicazione quali: Tv, radio e persino social network.

          Quindi perché non garantirla anche a uno come Tommaso Santini che difende il Papa e la Chiesa dai malvagi? Per questo a Santini viene riservata una particolare indulgenza plenaria, totale e perpetua affinché possa espletare i suoi doveri senza alcuna limitazione, se non la propria coscienza che viene “purificata” attraverso la preghiera incessante e, a volte, anche con la punizione corporale tramite autoflagellazione (vedi IL QUINTO VANGELO).

          1. Santini, volente o nolente, si trova in una situazione non poco difficile, che, forse, lo condurrà fra le braccia della morte. Il suo compito prevede infatti di fermare la forza distruttrice dell’Arca dell’Alleanza. L’Arca ha un potere distruttivo enorme, divino, atomico. Dopo non poche traversie e battibecchi con vecchi e nuovi compagni, Santini, ottenuto il nulla osta dal nuovo Papa, decide di recuperare l’Arca, affinché la vita sulla Terra, così come noi la conosciamo, non finisca. Tuttavia non immagina che proprio all’interno del Vaticano, una persona molto vicina al Papa, sta tramando contro, per degli scopi tutt’altro che nobili. Se dunque esistono sul serio i Servizi segreti del Vaticano, è giusto sospettare che alcune figure all’interno di questa organizzazione siano dei personaggi deviati che si adoperano affinché progrediscano sempre di più le guerre fratricide nel mondo?

          Domanda ostica, a cui rispondo con il mio pensiero personale. Come in ogni comunità complessa, e la Chiesa cattolica ne è la somma rappresentazione, gli intrighi di palazzo e le alleanze venivano sempre gestite dai Cardinali di opposte fazioni. Molto spesso le politiche della Chiesa non venivano discusse all’interno delle sedi opportune, bensì nei meandri dei corridoi della Santa Sede e, a volte, imponevano scelte non condivise dal Papa che, pur essendo il monarca assoluto, le assumeva per convenienza e per non rompere l’equilibrio e l’armonia faticosamente conquistate dal precedente Pontefice.

          Il potere di un Papa è illimitato e la legge dello Stato Vaticano gli garantisce l’autonomia decisionale e legislativa che, però, va ponderata sulla base della forza di cui dispone e, per ottenere un simile risultato, servono tempo e uomini fidati da inserire nei posti chiave. Fino ad allora anche il Papa dovrà fare i conti con le resistenze opposte, o minoranze che dir si voglia.

          Così ha sempre funzionato la Chiesa Cattolica, non vedo perché oggi debba essere diverso.

          1. Perché proprio l’Arca dovrebbe rappresentare il “sapere universale” e non la Pietra Nera (al-ḥajar al-aswad), ad esempio? Carlo Santi, come giustifichi il fatto che ogni religione ha i suoi simboli e che tutti si sentano in diritto di essere loro e solo loro i custodi del “sapere universale”?

          Rischiando di essere considerato blasfemo dagli islamici, la Pietra Nera sembra essere un meteorite, anche se a nessuno è mai stato permesso di esaminarla.

          Parliamoci chiaro, l’Islam è una religione “giovane”, nata nel VII secolo d.C. e il Corano si è ispirato alla Torah, l’antica Bibbia ebraica di epoca mosaica, inserendo qualche piccolo accorgimento per differenziarlo, seppur di poco.

          Per questo penso che mettere l’Arca a confronto con un “meteorite”, seppur “calato dal cielo”, sia un paragone esageratamente deviante.

          Non lo dico io, ma le Sacre Scritture: “l’Arca è il Nous, chi conosce i suoi segreti può governare il motore originario dell’universo. Essa interviene a mettere ordine nel caos ed è responsabile della creazione e della differenziazione degli elementi. Non si mescola alla materia, ma la domina e la dirige creando un cosmo nel quale si dispiegano la bellezza e l’ordine della natura. Solo chi ha ricevuto in dono quel sapere potrà controllarla e trarne giovamento, altrimenti sarà sempre e solo uno strumento di distruzione e di morte.”

          L’Arca è, infine, la Testimonianza dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico. Essa è stata costruita secondo uno specifico obiettivo e la sua matrice è di duemila anni prima della Pietra Nera islamica. A questo punto, che ogni religione faccia riferimento a simboli specifici non garantisce la detenzione del “sapere universale”.

          Uno dei principali Comandamenti dice di non “idolatrare” nessun oggetto e nemmeno di dargli un significato che possa, in alcun modo, sostituire o rappresentare Dio e, in questo contesto, nemmeno l’Arca può esserlo.

          1. Nei Servizi segreti vaticani opererebbero anche laici e donne, persone insospettabili e di grande cultura umanistica e scientifica, che hanno anche dei legami sentimentali, una famiglia e dei figli. Dobbiamo forse temere che questi (fantomatici) Servizi segreti vaticani, un giorno o l’altro, potrebbero sovvertire l’ordine del mondo e della Chiesa cattolica?

          Se il riferimento è nei confronti del personaggio Tommaso Santini e del suo SCS, va precisato che “Il Risolutore” è tenuto alla totale dedizione e all’assoluta obbedienza al Papa. Il rituale di nomina del “Risolutore” prevede un giuramento solenne, una prova di lealtà e il riconoscimento del potere di vita e di morte esercitato dal Papa nei suoi confronti e degli uomini e donne della sua squadra.

          Comunque sia, dubito che un’agenzia d’intelligence possa essere più forte e influente di chi la governa.

          1. Potrebbe essere “L’Arca dell’Alleanza” un libro scomodo a una certa frangia di cattolici? “L’Arca dell’Alleanza” è un romanzo storico che affronta temi importanti seppur contestualizzati in un thriller storico. Si parla difatti di spionaggio e di controspionaggio anche nei paesi esteri, e non solo in quelli che hanno stretti rapporti con il Vaticano e con il cattolicesimo. Non è un libro innocuo come quello di Tullio Avoledo, che, lavorando di fantasia, colloca l’Arca in uno scantinato. Il tuo lavoro è molto più articolato, molto più prezioso e quindi, per certi versi, pericoloso per quanti vorrebbero che certi segreti rimanessero tali. Non temi la censura o la rabbia di qualche cattolico fondamentalista?

          Non credo di dissacrare alcunché con i miei libri, anzi, testimonio la Fede incrollabile dei personaggi, seppur condita da atti di violenza estrema che però, il più delle volte, sono giustificabili dal compito e dal ruolo imposto alla squadra dell’SCS.

          Certo, tocco temi che molti cattolici ortodossi non vorrebbero affrontare, ma è un passaggio obbligato quando si deve interpretare la Storia dal punto di vista della coerenza documentale. Ogni scritto è legato a uno scrittore in carne e ossa, con le sue limitazioni e debolezze. Per cui chi scrive la SUA verità a volte la devia, più o meno artatamente, secondo la propria convenienza. Che Hitler fosse cattivo lo hanno scritto i vincitori della guerra, non i tedeschi o gli sconfitti. A quel punto la Storia sarà quella raccontata da una parte. Per carità, è pur sempre una parte importante della Storia, ma non rappresenta tutti e tutto.

          Quello che tento di fare con i miei scritti è di analizzare vari punti di vista per poi metterli insieme con coerenza e correttezza storica. Per fare ciò mi baso su fatti ineccepibili e documentati, facendo ipotesi corrette e logiche per dare una risposta coerente alle tante domande rimaste irrisolte o ancora poco chiare.

          Mi sono chiesto perché l’Arca sia stata creata e, soprattutto, a quale scopo. In quattro anni ho trovato molte delle risposte che cercavo, quelle serie e non fantasiose, per questo mi sono dovuto cimentare con le arti magiche, esoteriche, religiose e ho voluto avventurarmi nella storia della massoneria, o affrontare argomenti come la geometria e la musica sacra. In più, non si può parlare e comprendere l’Arca se non si conoscono le basi fondanti di materie come la chimica o la fisica nucleare, oppure la fisica quantistica e la matematica. Con l’Arca si è aperto un mondo che per me era assolutamente sconosciuto, si parla di teletrasporto, di auto levitazione, di energia elettrica e sonica, si parla di campi elettromagnetici, di vibrazioni della Terra, dei campi magnetici e degli elementi naturali. In pratica per conoscere l’Arca si deve andare oltre la comprensione umana perché questo particolare manufatto, creato per volere di Dio, racchiude in sé il mistero della Creazione. Ma non solo: è la testimonianza dell’esistenza di Dio, non a caso la vera denominazione biblica del manufatto è “Arca della Testimonianza”.

          Come avrai capito, ho rispetto per gli argomenti trattati, per questo dico che non ho timore di alcun fondamentalismo. Cosa questa che, tra l’altro, aborro in modo assoluto.

          1. Nei primi mesi del 2012 esplode lo scandalo Vatileaks. Il 30 maggio 2012, Benedetto XVI dichiara: “Gli eventi degli ultimi giorni riguardo alla Curia e ai miei collaboratori hanno portato tristezza nel mio cuore… Desidero rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che ogni giorno, con lealtà e spirito di sacrificio e in silenzio, mi aiutano nel compimento del mio ministero”. Se ne può forse dedurre che Ratzinger, così come i suoi predecessori, abbia sostenuto con volontà di ferro gli 007 del Vaticano! Quello che Vatileaks ha evidenziato è che la Curia sarebbe interessata in giri sporchi, un paese potenzialmente interessato nel riciclaggio di denaro. Forse a metter fine al mondo cristiano non sarà il potere dell’Arca dell’Alleanza, bensì quello degli scandali interni alla Chiesa, che, solo oggi con Papa Francesco, si stanno risolvendo. Qual è la tua opinione in merito, Carlo Santi?

          La Chiesa Cattolica esiste da più duemila anni e ne ha fatte di cotte e di crude. Papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa più volte per gli errori perpetrati dalla Chiesa in passato e Papa Francesco sta ponendo in essere molti cambiamenti che porteranno di sicuro a una modernizzazione del pensiero Cattolico.

          Questo modo di “armonizzare” nel tempo il concetto della Chiesa garantirà ancora molti anni di assoluto e incontrastato governo dei Cattolici.

          Permettimi una battuta: c’è Tommaso Santini che tutela gli interessi del Papa e della Chiesa. Finché c’è lui, possiamo stare tranquilli.

          1. Carlo Santi, su quali fonti storiche ti sei documentato per scrivere “L’Arca dell’Alleanza”? E sono queste fonti accessibili a tutti, o sono invece, per così dire, materiale che solo certi eruditi sanno e vogliono scovare tra vecchi e polverosi incunaboli?

          Ho passato quattro anni a documentarmi al meglio, volevo sapere tutto quello che era possibile conoscere dell’Arca. Non solo testi religiosi, ma anche ipotesi più o meno scientifiche. Non ho disdegnato neppure argomenti mistici e misteriosi che ben si legano all’arcano manufatto. Questi quattro anni sono passati così, fra lavoro, scrivere altri libri e, nel contempo, studiare i tantissimi documenti che parlano dell’Arca, le Sacre Scritture o leggere libri sull’argomento oppure guardare decine di documentari. Per giungere infine a elaborare una storia credibile, basata su fatti ineccepibili e documentati, facendo ipotesi logiche per rendere reale anche le ipotesi più fantasiose. Credo di essere abbastanza abile nel creare storie basate su fatti reali fino al punto che non si distingue facilmente dove finisce la realtà e comincia la fantasia. C’è un detto a cui mi ispiro: “una mezza bugia contiene comunque una mezza verità.”

          Il libro, come ho già detto, è quasi un saggio. Forse non è per tutti ed è stata una scelta voluta. È soprattutto per chi non si ferma all’apparenza, ma va oltre o, almeno, cerca di farlo.

          1. “L’Arca dell’Alleanza” fa parte di una trilogia, ma è un romanzo che può essere letto in tutta tranquillità anche se, eventualmente, il lettore si fosse perso i precedenti due libri, “Il Quinto Vangelo” (Ciesse edizioni, 2013) e “La Bibbia oscura” (Ciesse edizioni, 2010). Carlo Santi, con questa trilogia storica (di fantareligione), oltre a portare piacere letterario ai tuoi lettori, ti sei forse anche prefisso di illuminare il popolo su certi aspetti della Chiesa e della figura di Cristo sconosciuti ai più?

          I miei libri sono e vogliono essere principalmente di intrattenimento. La saga legata a Tommaso Santini è un po’ la mia coscienza critica nei confronti di alcuni aspetti della mia Religione. Mi piace pensare che le mie riflessioni siano uno spunto per i lettori. Leggendo IL QUINTO VANGELO o LA BIBBIA OSCURA o L’ARCA DELL’ALLEANZA ognuno può condividere o meno i pensieri e le riflessioni proposte, ma ciò non toglie che questi romanzi possano far discutere e pensare.

          Se sono riuscito in questo intento, allora ne sono felice e l’obiettivo è stato raggiunto.

          1. Carlo Santi, tu oltre ad essere un valente scrittore, sei anche un editore: che cosa ne pensi dell’attuale panorama editoriale italiano? Non mi pare goda di buona salute. E la colpa non è (tutta) da imputare ai lettori, seppur pochi. Grandi e piccoli/medi editori faticano non poco a piazzare le nuove proposte. Sono però sempre reperibili, in quantità esagerate, certi libelli scritti da starlette dell’ultimo minuto e showgirl, da calciatori e pseudo cantanti, oltre ai soliti quattro autori (che non nominiamo onde evitare di fargli della pubblicità gratuita) che scrivono romanzetti qualitativamente al di sotto di una qualsiasi Liala.

          Premesso che l’Italia è all’ultimo posto come lettori in Europa e viene subito dopo la Korea del Nord nel Mondo, all’editoria manca innanzitutto la qualità delle opere pubblicate.

          Poi esiste il problema della distribuzione. I grandi distributori editoriali sono tutti di proprietà delle grandi case editrici che detengono il monopolio letterario. Queste ultime hanno cartiere, centri stampa, librerie, riviste, quotidiani e, cosa non di poco conto, finanziamenti statali. Il che le porta ad affrontare costi minimi, quasi 4/5 volte meno di un editore piccolo o medio costringendo quest’ultimo ad affrontare la distribuzione con alti costi di gestione, oltre a molte altre difficoltà dettate dall’anonimato mediatico in cui è relegato.

          È dura, pressoché impossibile, che un libro di un esordiente pubblicato da una casa editrice minuscola possa arrivare a essere “letto” dal grande pubblico (relativamente parlando). Nota che non ho detto che possa arrivare sugli scaffali di una libreria, all’epoca di internet un libro scritto da chiunque può arrivare a tutti, basta far sapere che esiste.

          E qui arriviamo alla nota dolente: la qualità, appunto. In Italia si pubblicano circa 90mila titoli all’anno. Se facciamo un calcolo, non ci stanno 90mila libri in una libreria, per cui emergeranno solo coloro che hanno una certa visibilità, cioè i soliti noti. Per cui solo il 9% dei 90mila libri vedranno gli scaffali di una libreria. È strategico, da parte dei grandi gruppi, continuare a monopolizzare il mercato, noi piccoli editori siamo così costretti a farci spazio a fatica, arrancando in un mercato di oligopolio, convinti che la qualità possa fare la differenza, prima o poi.

          Servirebbe incentivare la lettura, quella di qualità, e chi lo può fare sono le scuole, le biblioteche civiche, le associazioni culturali, lo Stato e non solo ed esclusivamente le librerie che, tra l’altro, stanno chiudendo una dietro l’altra. Serve incentivare la lettura in ogni sua forma, anche quella digitale. Il 3% del PIL della Francia è determinato dalla cultura, un valore addirittura più alto dell’industria automobilistica. In Italia la cultura è all’ 1,1%, risultando ultimi in Europa, peggio perfino della Grecia che investe l’1,2% della propria ricchezza. Se non si cambia registro, non si andrà da nessuna parte e se non si estirpa il fenomeno dell’editoria a pagamento, siamo perduti.

          Ma non demordo, spero solo che si cambi rotta. Per adesso io mi “limito” a pubblicare opere e autori di qualità che non farebbero brutta figura nemmeno con il più blasonato degli editori.

          Come si sa, “la speranza è l’ultima a morire”. (Tralascio quel detto che dice: “chi vive sperando…”).


          Giuseppe (Beppe) Iannozzi

          Iannozzi Giuseppe, detto Beppe o anche King Lear, è un giornalista, scrittore e critico letterario.

          E’ famoso per non fare sconti a nessuno.

          Il suo motto è: “la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.”

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            Lo scrittore e critico letterario Iannozzi Giuseppe, detto Beppe, intervista il nostro autore Gianni Fontana

            Cover_LeParoleFonte: Il Blog di “Beppe” Iannozzi

            Le parole non dormono maiGianni Fontana

            Pagine: 224 – Ciesse edizioni – Collana: BLACK & YELLOW

            ISBN Libro: 978-88-6660-088-6 – ISBN eBook: 978-88-6660-089-3

            1. Gianni Fontana, Le parole non dormono mai (Ciesse edizioni), è il tuo ultimo parto letterario. Reca una dedica atipica: “A Umberto Eco che mi ha fatto scoprire quale potente magia si nascondesse nelle parole”. Prima che Eco ti facesse scoprire la “magia”, che cos’erano per te le parole?

            Gianni Fontana

            Gianni Fontana

            Nel 1973 avevo deciso di dare una tesi sullo strutturalismo, argomento astruso ai più, professori compresi. Forse per questo non avevano battuto ciglio quando l’avevo presentata, tantomeno quando l’avevo discussa due anni dopo. Tra gli autori che in quel periodo avevano scritto sull’argomento, c’era anche Umberto Eco con il suo “La struttura assente” pubblicato nel 1968. Prima di quella lettura le parole per me erano pietre, intese come solido materiale da costruzione per teorie. Con il tempo sono diventate elementi giocosi da maneggiare con cura poiché la loro efficacia sta nel contesto in cui vengono usati. “Una risata ci seppellirà”.

            2. Il tuo romanzo è basato perlopiù su tanti trabocchetti, su giochi di parole, sulla semantica. Diego Morra, giornalista, ha da tempo dimenticato il piacere sublime di correre dietro una notizia e di “essere la notizia”. La notte di Capodanno un omicidio: un vigilante, Carrisi, viene fatto fuori, il suo cranio viene letteralmente fracassato, forse con un martello. Ha forse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e per questo motivo è stato ‘punito’. Diego, che lavora in qualità di addetto stampa presso la Securomnia, un Istituto di Vigilanza Privato, per la prima volta dopo tanti anni, è costretto ad arginare i danni di immagine che la Securomnia potrebbe subire.Gianni Fontana, tu sei anche un giornalista: è vero che se senti l’odore dell’inchiostro, della carta stampata, quando sei bambino, non te potrai più liberare? Per quale (assurdo) motivo?

            Chi non è mai stato vicino a una rotativa quando arrivava l’ordine “si stampi”non potrà mai capire il gusto dell’inchiostro. Era la nemesi di una fatica. Non soltanto occorreva scovare la notizia, ma la si doveva scrivere rispettando scrupolosamente la lunghezza del testo, un’abilità che si è persa dopo l’avvento del computer. All’epoca il foglio di un giornale era come la superficie di un orto da suddividere accuratamente per le diverse coltivazioni di ortaggi. A volte, per soddisfare le priorità dell’ultimo momento, si era obbligati ad ampliare la notizia oppure a ridurla notevolmente in pochissimo tempo. “E’ la stampa bellezza!”. Peccato che sia soltanto un bel ricordo.

            3. L’agente Carrisi viene trovato esamine nel parcheggio del Palaservice, là dove prestava servizio. Carrisi sembrava essere una persona affidabile, nonostante non fosse mistero per quasi nessuno che era un donnaiolo impenitente. Sulle prime, si pensa a un omicidio passionale. Però, più le ore passano e più la storia si fa ingarbugliata: la Securomnia rischia non solo di fare una figuraccia, ma anche di perdere importanti clienti. Diego torna così a essere un giornalista, o forse sarebbe più giusto dire che, finalmente, si cala nei panni del giornalista che investiga. Oggi, molto più di ieri, i giornalisti cercano anche di essere degli investigatori, non a caso, in tivù, a quasi tutte le ore, imperversano tanti programmi di approfondimento su omicidi irrisolti. Tu, Gianni Fontana, pensi che certi programmi televisivi possano essere di qualche utilità alle indagini ufficiali in corso? Anche Diego Morra, nonostante non ami granché la tivù, è costretto a seguire i notiziari su un vecchio televisore, che gli restituisce delle immagini tendenti al rosa. Questo particolare mi ha incuriosito: avresti voglia di approfondire?

            Ho vissuto a lungo con un televisore del genere. Come il protagonista anch’io non gradisco un certo tipo di consumismo che fa degli oggetti non già la soddisfazione di un bisogno bensì l’estensione della propria vanità. Penso che i programmi che seguono queste vicende, qualora non vendano fuffa, servano a risvegliare la memoria di qualche spettatore o ad ampliare la rete degli informatori. In fondo la deontologia di un giornalista lo fa somigliare a un sacerdote legato al segreto del confessionale. Peccato che questa garanzia sia stata sfruttata per costruire quella che è stata definita la macchina del fango. A che cosa serve seguire i notiziari? Ad allenare l’attenzione, ovvero a ripulire il nocciolo della notizia dalla ridondanza gossippara o dalla semplificazione della propaganda.

            4. Diego Morra potrebbe essere Gianni Fontana? Quanta della tua esperienza è confluita nel personaggio principale de “Le parole non dormono mai”?

            Molta esperienza e una manciata di fantasia. Come dice il direttore editoriale di Adelphi Roberto Calasso chi scrive deve conoscere le cose di cui parla per accompagnare il lettore in ambienti o in situazioni di cui ignora l’esistenza. Io ho voluto portare i lettori nel mondo pressoché sconosciuto dei giornalisti (sovente considerati di serie B) che curano le relazioni esterne di una società, di un’associazione o di un partito politico. Non faccio per vantarmi, ma lo faccio, l’archivio KGB di Diego Morra è stato portato ad esempio in un corso per aspiranti giornalisti.

            5. In “Le parole non dormono mai”, protagonista a tutto campo è l’informazione, l’informazione massificata e pianificata, ma anche quella gossippara… Par quasi che i protagonisti siano tutti, nessuno escluso, vittime di un feedback informativo non poco sgangherato. E’ forse questo il secolo che più di altri sta producendo una mole impressionante di notizie! L’informazione dovrebbe renderci tutti più liberi; e però, più si guarda ai mass media con occhio critico e più si ha netta l’impressione che in realtà così non sia. Qual è la tua opinione? E, soprattutto, Diego Morra è un bravo giornalista, o è soltanto un mestierante che cerca, in tutti i modi, di scoprire chi ha assassinato Carrisi per sopravvivere a sé stesso?

            Troppa informazione crea confusione poiché riduce la memoria degli avvenimenti a una marmellata dove tutto diventa senza sapore, quasi quanto un piatto privo di gusti decisi. Diego Morra è un giornalista di vecchio stampo, cresciuto con la schiena dritta e dritta la vuole mantenere. Per cui definirei il personaggio un giocoliere costretto dagli avvenimenti a equilibrismi e a piccoli sotterfugi pur di arrivare al risultato che si è prefisso senza farsi troppo male.

            6. E’ questa una domanda che rivolgo a un po’ tutti: “Le parole non dormono mai” è semplicemente un giallo o vuole anche essere qualcosa di più, che so, magari un’investigazione intorno al mondo del giornalismo?

            Qualcosa in più. Un bel giro dentro alla comunicazione e i suoi meccanismi.

            7. In “Le parole non dormono mai” le vicende si svolgono tutte, o quasi, in orari impossibili, intorno al crepuscolo o nel corso della notte più fonda. I protagonisti, loro malgrado, sono costretti a fare le ore piccole. Gianni Fontana, il titolo del romanzo lo hai scelto tu in prima persona o è stato deciso da qualcun altro? Potresti spiegare qual è il suo significato?

            Il mondo dell’informazione è notturno perché i crimini prediligono l’oscurità. Il titolo è la parafrasi di una celebre frase del film Wall Street pronunciata da Gordon Gekko: “Il denaro non dorme mai”. Sono le parole rimaste impigliate tra le sinapsi del protagonista che lo porteranno infatti a scoprire l’autore di un femminicidio. Il titolo l’ho proposto io. L’editore l’ha accettato. Secondo me ha fatto bene. Quelli di riserva erano. “Tre trentenni” oppure “Il colore delle parole”.

            8. Con J. Assange ed E. Snowden il modo di fare informazione, in rete e sulla carta stampata, sta cambiando in maniera radicale: si parla di giornalismo scientifico. Tuttavia Diego Morra e i personaggi che gli ruotano attorno seguono ancora il vecchio metodo; in particolare, Diego ha proprio sotto gli occhi la soluzione per scoprire l’assassino e il suo movente, eppure non la vede se non all’ultimo minuto. Che cosa ci insegna questo?

            J. Assange ed E. Snowden sono degli ottimi ladri, dei moderni Robin Hood che rubano le informazioni ai potenti per restituirle ai noi, poveri ignari, costretti a vedere soltanto la superficie del mare dell’informazione. Diego Morra invece ha di fronte dei fenomeni cui deve fornire una spiegazione. Anche se le parole non dormono mai, hanno bisogno di qualche evento che le inanelli nel filo appropriato per diventare significanti e quindi comprensibili. In questo caso l’elemento scatenante è la filastrocca di un libro per ragazzi e, in seguito, una frase sentita durante una discussione semi seria sul Manzoni.

            9. Le tue donne, siano esse dark lady o vittime innocenti, sono fragili, insicure, votate alla distruzione della loro femminilità: perché?

            Ho conosciuto e frequentato molte donne. Alcune erano così e altre tutt’altro. Quelle del romanzo mi sembravano le più indicate a giustificare la nascita e il seguito della storia.

            10. “Le parole non dormono mai” è ambientato in una Torino notturna, a tratti crepuscolare, in bilico fra la tradizione e la tecnologia. A tuo avviso, Gianni Fontana, Torino è ancora un capoluogo che possa offrire qualcosa ai suoi abitanti, nonostante l’assenza della Fiat e di tutte quelle aziende che le facevano da corollario?

            Ogni epoca ha le sue pecche e i suoi fascini. La Torino operaia era noiosamente concreta ma possedeva un senso dell’ironia invidiabile. L’attuale sembra vivace, sicuramente più interessante ma a volte ammantata di troppa fuffa.

            11. Domanda banale ma necessaria, Gianni Fontana: quali sono stati i tuoi autori di riferimento scrivendo “Le parole non dormono mai”? Per quali motivi?

            I giallisti di riferimento sono tre. Il piatto base è Rex Stout, poi un pizzico di Umberto Eco e una spolverina di Conan Doyle. Quello che cercato di costruire è un personaggio in cui convivono sia Nero Wolfe sia Archie Goodwin. Un giallo di parole e di gambe, insomma. Poco sangue e molti duelli verbali. Sono quelli che prediligo perché sono i più cruenti poiché provocano squarci indicibili nelle anime.

            12. Tra i tanti autori contemporanei che oggi scrivono un po’ di tutto, passando con nonchalance dal romanzetto rosa al romanzo storico, quali sono quelli che apprezzi di più.

            Credo che soltanto i grandi scrittori siano in grado di farlo. Sugli altri preferisco non esprimere giudizi.

            13. Leggendo il tuo lavoro, non ho potuto fare a meno di accostarlo a certi classici di Georges Simenon. Sbaglio?

            Non posso rispondere a questa domanda. Anche a costo di dire un’eresia, non ho mai letto Simenon. Mentre ricordo il personaggio televisivo, un uomo armato soltanto di pipa, di buona memoria e di parole feroci.

            14. Gianni, te la sentiresti di offrire ai lettori un motivo valido per leggere “Le parole non dormono mai” piuttosto che un altro libro?

            Uno solo. Ho sempre voluto scrivere per far divertire il lettore, senza mai annoiarlo, neppure per un istante. Per questo non mi reputo uno scrittore, bensì un buon narratore.


            Gianni Fontana è nato in provincia di Torino il 7 aprile del 1951.

            Laureato in Psicologia Sociale, ha insegnato nei corsi di lingua italiana per stranieri. Come giornalista ha collaborato con le riviste nazionali “Percorsi” e “Studi e Ricerche”. Coordinatore redazionale in diversi settimanali locali, per qualche anno ha diretto le testate del periodico “Il giornale del Comune” e del mensile “Oltre”. Ha gestito inoltre gli uffici stampa di alcune aziende della cintura torinese. Attualmente lavora come consulente di comunicazione e organizzazione aziendale.

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              Intervista a cura dell'Autore a Monica Bortignon, lettrice di ENFER

              Cover_Enfer-SmallQuali sono i sentimenti e le emozioni provate durante la lettura di Enfer?

              Sicuramente un forte senso di angoscia, di destabilizzazione, di immolazione carnale e  spirituale, di efferatezza, macchiati da una dolcezza che, seppure dosata con il contagocce, esprime l’impossibilità di sottrarsi a questo binomio, rendendo succube una componente all’altra e ammaliando il lettore, che diventa partecipe e complice delle vicende dei protagonisti.

              Quale la parte che ti è piaciuta di più?

              Dilemma quasi impossibile da risolvere, poiché ho amato ogni singolo verso. Mi è piaciuta molto la parte in cui Alexandre si dichiara “fabbro” del corpo di Hélène, all’inizio. In queste parole si colloca l’essenza dell’opera stessa, i versi possiedono le qualità del principio d’immanenza. Esiste uno scambio penna poetica/carne femminile: il testo diventa tutt’uno con il corpo, è vivo perché scelto con accuratezza, nasce da esso, vive e muore in esso. Enfer è come un fiume che rompe gli argini delle convenzioni per straripare nei moti dell’animo umano. I versi diventano in questo modo il fine, non il mezzo espressivo per raggiungere qualcosa all’esterno da sé. Da non dimenticare l’incipit, troppo spesso tralasciato: “Pian piano, Madeleine poggiò le proprie dita sulle dure sbarre di una cella stia all’interno della prigione di Stato della Conciergerie, laddove giaceva, in un angolo, un individuo dall’aspetto lacero che guardava la giovane con occhio indiscreto e torvo; pur essendo la sua mimica coperta da una visibile maschera veneziana, lo sguardo di quel misterioso individuo la trafisse più volte come una lancia”. L’uso dell’avverbio connota la titubanza propria dell’innocenza di Madeleine, ancora pura. Nel momento in cui appoggia le mani alle sbarre, è già prigioniera del suo destino, catturato dallo sguardo predatore di Alexandre e in antitesi alla sua ingenuità di fanciulla.

              Fabrizio Corselli

              Fabrizio Corselli

              Quale parte, invece, ti è piaciuta di meno o che ti ha disturbato di più? Perché?

              Ahimè, non c’è una parte che mi sia piaciuta di meno. Ho letto e riletto il testo per trovarla ma non ci sono riuscita.

              Tre aggettivi che definiscano l’essenza dell’opera.

              Ascetica

              Carnale

              Onnipotente

              Perché, secondo te, molto spesso l’Eros richiama la presenza del sangue? Un connubio imprescindibile o altro?

              Un’attrazione fatale determina il legame tra Eros e Thanatos, tra la pulsione di vita e quella di morte. La morale ha eretto fortezze di pregiudizi, luoghi comuni difficilmente espugnabili dalla mente umana, per i quali è possibile un solo modo d’amare, un unico amore, scissi da ogni sofferenza fisica e spirituale. Freud parlava invece di “formazione di compromesso”, in cui due tendenze opposte trovano espressione in un unico atto. La volontà di sfuggire la sofferenza non supera l’istinto di volerla abbracciare. Così nascono molti atteggiamenti sadomasochistici, in cui, alla componente del piacere, si unisce quella della violenza. Basti citare Georges Bataille: “Quei momenti di ebrezza in cui sfidiamo tutto, in cui, levata l’ancora, salpiamo gioiosamente verso l’abisso, senza curarci della caduta inevitabile più che dei limiti fissati all’origine, quei momenti sono i soli in cui siamo completamente liberi dal suolo (dalle leggi)”; o ancora: “…il desiderio che ci domina di osare sempre più di quanto il cuore non consenta, il bisogno di soffrire di uno strazio incessante…”. Senza un grande dolore, non si arriva a provare un grande piacere.

              Anche Klossowski, nel suo saggio Il Bagno di Diana, introduce il tema di morte che la dea, fattasi donna, procura a chiunque la ammiri, in contraddizione con la sua bramosia di essere desiderata. Lo spirito della cacciatrice incontra lo sguardo della preda caduta nella rete del suo gioco sensuale: “Volendosi riposare dalla corsa, vuol vedersi mentre riposa immersa nell’onda, ma resta nondimeno aggressiva. E’ per uccidere che accetta di essere vista, ma nell’uccidere si concede. Ucciderà se uno sguardo la insozza, ma esalterà colui che, morente, l’avrà scorta”. L’impulso della violenza è presente da sempre nell’essere umano. Esso è stato placato e assopito per omologare le persone al buonismo e al perbenismo dilagante nella società contemporanea.

              Da qui, Eros e Thanatos sono due facce della stessa medaglia, che, considerate singolarmente, perdono la loro naturalezza, per sfociare nella banalità dei luoghi comuni. Inoltre il più intenso dei piaceri si prova dopo una grande sofferenza.

              Può, secondo te, uscirne offesa una donna dalla lettura di Enfer; e perché?

              La conoscenza spalanca le porte della libertà. Questa mi sembra una risposta esauriente e concisa per dire assolutamente no. La donna accetta la sua posizione sacrificale nel momento in cui si concede. Per giungere all’estasi, si vuole preda dei voleri del libertino. Lei necessita di lui come lui di lei, sono in simbiosi.

              In campo editoriale, molte case editrici optano per la pubblicazione di un Eros scritto da una donna. Secondo te, quali sono i difetti o i pregi di un Eros scritto da un uomo?

              Personalmente prediligo l’Eros scritto da mani maschili. Naturalmente mi riferisco alla mia esperienza di lettrice di questo genere. La penna maschile è più sfacciata, credo riesca a far rivivere l’Eros nel lettore in modo naturale, annientando ogni tabù e coinvolgendo maggiormente.

              Oggi, in Italia, come viene vissuto l’Eros a livello letterario secondo la tua visione ed esperienza di lettrice?

              Penso alle tante trilogie presenti negli scaffali delle librerie, degli ipermercati, sicuramente allettanti dal punto di vista del contenuto ma lontane da ciò che l’arte vuole esprimere con la parola. L’arte deve suscitare emozione e per raggiungere questo difficile compito bisogna essere in grado di rendere il testo coprotagonista dell’opera, tanto quanto il suo contenuto e i suoi personaggi.

              Grazie Monica per aver dedicato il tuo tempo a questa intervista.

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                A cura del Blog Letterario 'Lande Incantate'

                Fonte: Lande incantate

                L’Editore Carlo Santi ha risposto alle domande postegli dalla redazione del Blog Letterario “Lande incantate” pubblicato in un post curiosamente intitolato: “Manuale di sopravvivenza alla Giungla Editoriale, la parola alla Ciesse Edizioni”. Titolo azzeccatissimo se si pensa al variegato, quanto impossibile, mondo dell’editoria italiana.

                Riportiamo di seguito l’intervista integrale e ringraziamo il giovanissimo ma super attivo Mattia Insolia, redattore dell’articolo.


                Giungla-Editoriale

                Il sogno nel cassetto della Ciesse Edizioni è diventare grandi e noi non possiamo far altro che augurar loro di crescere quanto più possibile. Assumendo che, per diventare grandi, la Ciesse voglia intendere crescere in numero di copie vendute, crescere nella capillarizzazione del proprio mercato, crescere come un alberello che si trova a dover fare i conti con imponenti querce che fanno trapassare appena qualche raggio di luce attraverso le loro chiome fitte.

                E sì, perché la Ciesse Edizioni deve crescere solo sotto questi punti di vista, indubbiamente non necessita di crescere sotto altri aspetti perché si dimostra più matura e aperta di certe altre case editrici già belle e famose. I consigli datici dalla Ciesse sono molto utili, utili perché ci fanno capire senza troppi giri di parole – cosa rara, come potrete notare dalle altre interviste fatte – di cosa ha bisogno un’opera per essere quantomeno appetibile a una casa editrice degna di tale nome e quali qualità servono a uno scrittore per attirare l’attenzione di cui necessita.

                Una casa editrice piccola, la Ciesse Edizioni, che però sa mettersi in gioco e in mostra in un modo particolare che mira al contenuto tagliando i fronzoli che paiono annebbiare la vista di molti editori. Una casa editrice aperta al dialogo e soprattutto ai giovani esordienti, una casa editrice che merita d’essere inserita nella lista delle papabili per una speranza di pubblicazione.

                • Descriva la Ciesse Edizioni in poche parole.

                La Ciesse Edizioni è una piccola casa editrice che si è posta l’obiettivo di pubblicare opere di qualità.

                • Quando è nata la Ciesse Edizioni? Per opera di quanti e quanti la gestiscono oggi?

                Nata nel 2010 per volere di cinque amici scrittori, inizialmente per pubblicare solo i nostri libri. Poi a qualcuno di noi è venuta l’idea di aprirci a qualche altro autore di qualità e ne è nata la Ciesse Edizioni di oggi, piccola ma che si fa notare comunque. Purtroppo per la strada si sono persi tre dei cinque “fondatori”, ma sempre cinque sono gli attuali collaboratori della nostra redazione, più un’impiegata amministrativa e un grafico che collabora saltuariamente.

                • Quali sono i traguardi raggiunti?

                Beh, principalmente il traguardo raggiunto è la qualità di molte delle nostre opere e autori. Per carità, non tutti i nostri titoli sono delle opere d’arte del secolo, ma alcuni si distinguono in modo particolare e non farebbero brutta figura ad apparire nei cataloghi di case editrici anche molto più blasonate della nostra. Il nostro obiettivo rimane quello: buone opere e, se possibile, altrettanto buoni autori.

                • Di quale genere vi occupate principalmente? Perchè?

                Narrativa molta, poesia e saggistica solo in qualche occasione. A noi piacciono i romanzi articolati e complessi, niente racconti, niente romanzi brevi, solo roba tosta perché un lettore deve immergersi nella storia e immedesimarsi nei personaggi. Per fare ciò, deve passare più di qualche giorno con gli occhi incollati al libro e non solo per poche ore.

                • Nella disputa letteraria del ventunesimo secolo, da che parte si schiera la Ciesse Edizioni? Digitale o cartaceo?

                Digitale e cartaceo, senza precludere uno rispetto all’altro. Noi pubblichiamo tutto nelle due versioni, anche le poesie. Entrambi sono mercati che vanno considerati. Il cartaceo oggi fa da padrone, ma il digitale sta prendendo sempre più piede, se un editore non entra in questa mentalità rischia di scomparire nel giro di qualche anno. Purtroppo la legge italiana non recepisce l’eBook come prodotto editoriale, bensì come fosse un software (anche dal punto fiscale), per cui il cartaceo è l’unico prodotto editoriale che, allo stato attuale, determina lo status giuridico di “opera letteraria” che andrà registrata e depositata legalmente presso le Biblioteche Nazionali. Il solo eBook non basta per far sì che un’opera esista. Questo lo dico per quegli editori (e autori) che pubblicano solo in digitale. È conveniente, non ha grandi costi economici, ma non è un prodotto editoriale giuridicamente riconosciuto tale.

                • Siete alla caccia di chi e che cosa, in particolare?

                Qui devo ripetermi: cerchiamo opere e autori di qualità. Non sempre troviamo uno o l’altro oppure entrambi, ma è questo il nostro unico obiettivo. E ripeto ancora: opere complesse, complete, che facciano riflettere il lettore.

                • Nella valutazione di un testo che viene sottoposto alla Vostra attenzione per una possibile pubblicazione, cosa guardate immediatamente?

                Se un autore si presenta bene è già quasi sicuro che sa scrivere altrettanto bene. Molti autori non sanno presentarsi o lo fanno in modo goffo e assurdo. Cosa mai avranno scritto costoro? Per questo la lettera di presentazione è importante, a noi serve capire chi è l’autore e quali obiettivi si pone prima di passare successivamente all’opera. Io firmo il contratto con l’autore, non con l’opera. Un libro bellissimo con un autore egocentrico e arrogante, non mi interessa nemmeno un po’. Altresì, un autore sconosciuto che vuole essere presente in tutte le librerie del mondo con il suo libro altrettanto sconosciuto, mi interessa ancora meno. Da qui la selezione diventa automatica, praticamente tagliamo così il 70% dei manoscritti che ci arrivano. Io, in tutte le librerie del mondo, non ci arrivo nemmeno con i miei di libri, figuriamoci se ci riesco con il suo.

                • In Italia il mestiere dello scrittore sembra un sogno irrealizzabile, qualche consiglio ai coraggiosi che non demordono?

                In Italia ci sono più scrittori che lettori, a noi arrivano circa mille manoscritti al mese e raramente è roba leggibile. Il sogno diventa irrealizzabile quando si scrive il niente, il nulla e il volgare. Purtroppo ci lasciamo condizionare dalla TV e dalla fame di gloria, oggi sono di moda il sesso sfrenato e il sadomaso, ieri era il momento topico dei vampiri, con annessi demoni e licantropi. Molti scrivono di zombi nel momento che in TV c’è la serie evento sui morti viventi, e via così. Ogni autore, se ritiene di percorrere la via della scrittura, deve sentirsi dentro quel che vuole far leggere agli altri e redigere l’opera con capacità cognitiva, prima di tutto scrivendo bene e poi narrando una storia credibile, anche se di fantasia. Scrivere è più difficile di leggere, se uno legge tanto non significa che debba per forza saper scrivere, ma se uno non ha mai letto un libro in vita sua, è matematico che non saprà scrivere. Quindi il consiglio sta nel leggere tanto, avere l’idea giusta e originale e scrivere impegnandosi come fosse una questione di vita o di morte. Poi faccia la giusta gavetta, parta dal basso e, con umiltà, si faccia apprezzare dal lettore. Mi viene da ridere quando vedo arrivare nella nostra posta elettronica un manoscritto di uno sconosciuto che, oltre a noi, ha mandato il testo a Mondadori, Rizzoli, Giunti, Feltrinelli, Einaudi. A parte che la cosa appare bizzarra, Ciesse e Mondadori sono case editrici leggermente diverse per fisionomia tecnica, ma è assurdo pensare che Mondadori ti pubblichi solo perché gli hai mandato il manoscritto. E non è nemmeno vero che se un autore è famoso è tutto più semplice. Aldo Busi è uno scrittore sopraffino e noto, eppure non vende come Fabio Volo che, parliamoci chiaro, non scrive certo meglio di Busi, anzi.

                • Accettate anche romanzi incompleti? Magari anche solo pochi capitoli attraverso cui possiate valutare il potenziale di un romanzo? E se sì, nel caso in cui il lavoro pervenuto sia qualcosa su cui puntare in futuro, accompagnate l’autore passo per passo fino all’ultima pagina?

                Il nostro metodo di selezione va per gradi. Un autore deve prima presentarci il suo progetto editoriale, qualche capitolo, spiegarci il perché dovremmo interessarci a lui e alla sua opera e quali obiettivi si pone. Se il progetto incontra il nostro interesse chiediamo sempre l’opera completa. Io non punto su nessuno se l’opera non è ben congegnata, non faccio il coautore dell’autore, bensì l’editore. La legge sul diritto d’autore è chiara: la proprietà intellettuale dell’opera spetta all’autore, per cui chi “accompagna” troppo rischia di diventare automaticamente il coautore per diritto. Una volta selezionata l’opera l’autore viene affiancato da uno dei nostri editor, assieme dovranno migliorare il testo fino a farlo diventare un’opera pubblicabile, un prodotto editoriale professionale. L’editor deve saper guidare l’autore, non sovrastarlo o riscrivere per lui il testo, altrimenti si rischia quello che ho precisato sopra. E qui si entra nella terza fase: non tutti gli autori “gradiscono” l’editing, a quel punto io non pubblico quell’autore e recedo dal contratto. È una casistica nemmeno tanto rara.

                • Il ricorso a case editrici compiacenti, che pubblicano qualsiasi testo purchè pagati, è un’erbaccia dura a morire che dilaga in ogni ramo dell’editoria. Cosa direste a chi, scoraggiato dai rifiuti, tenta quella strada?

                Se un testo è buono, prima o poi un editore lo si trova. Chi si scoraggia dei rifiuti e si affida a un editore a pagamento non fa un buon servizio a se stesso e nemmeno alla letteratura italiana. Purtroppo è l’egocentrismo che fa pagare un autore per farsi pubblicare e, basandosi su questo ampio fenomeno, le case editrici a pagamento sono sempre più aggressive. Sono contrario all’EAP (editoria a pagamento), ma è un fenomeno che continua a infliggere danni alla letteratura indipendentemente.

                • Spuntano come funghi siti web che propongono il self-publishing con l’aiuto di una piattaforma sociale che dia agli scrittori visibilità immediata. Pensate sia il modo giusto di scalare la vetta?

                Io ho una filosofia: lo scrittore scrive, l’editore edita. Un prodotto letterario deve avere un editore, altrimenti è un far da sé, un autoprodotto che non ha ricevuto alcun filtro o una qualsivoglia selezione. Tutto si può fare, ci mancherebbe altro, ma la professionalità si vede anche attraverso queste piccole cose. Poi ognuno faccia quel che crede, ma non lamentiamoci se la letteratura italiana è scadente.

                • Avete concorsi o eventi in programma nel prossimo futuro? Qualcosa da segnalare?

                Credo ci siano anche troppi concorsi, il più delle volte servono a gran poco e solo agli organizzatori per farsi pagare la quota di iscrizione. L’unico nostro programma è sopravvivere nel panorama letterario italiano, il che non è poco. Per farlo, sappiamo bene che dobbiamo differenziarci offrendo sempre più opere di maggior spessore letterario. Su questo si basa tutto il nostro impegno.

                • La Ciesse Edizioni ha un sogno nel cassetto?

                Diventare grandi.

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