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Le recensioni di “Art-Litteram”: AUGUSTIN IL NAZISTA di Giancarlo Cofelice

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    Cover_Augustin_il_nazista-SmallÈ difficile sia scrivere un romanzo sull’Olocausto, sia recensirlo perché si fanno strada il timore e lo scrupolo di non riuscire a trovare un linguaggio o un lessico appropriati.

    Di certe cose possono mancare persino i nomi e gli aggettivi. Il rischio corso in entrambi i casi è di soffrire un diffuso senso di inadeguatezza.

    A proposito di nomi, quelli dei carnefici rimangono spesso ignoti alle vittime. Per costoro ottenere giustizia diventa un’ardua impresa, a meno che non si armino di una determinazione inaudita e non ci metta mano il destino.

    In mancanza i criminali nazisti pongono una pietra sopra a un’orribile pagina di storia, la quale consente loro di rifarsi un’esistenza approfittando del più completo anonimato. Voltano impunemente la faccia a una responsabilità certamente sovrumana, scostandosi però da un Inferno in cui hanno abbandonato gli altri. Vi è, a ben vedere, un legame indissolubile tra vittime e carnefici dell’Olocausto. Si tratta di un Inferno simile a quello dantesco. Il tempo non sarà in grado di scioglierlo.

    Nel romanzo di Cofelice un nome c’è, messo nero su bianco. Tale è la sua importanza da riempire gran parte del titolo. Poco importa se sia quello reale. Se il titolo è di per sé una chiave interpretativa, il nome è il punto di partenza per risalire all’identità che si è tentato di cancellare.

    Nonostante siano trascorsi più di sessant’anni dall’Olocausto, nessuno ha ancora bevuto l’acqua del fiume Lete, e il tempo difficilmente potrà alleviare le sofferenze patite da un intero popolo. Tutt’al più si dovranno capire le ragioni profonde che hanno spinto la storia degli uomini verso certe direzioni, nella speranza di conseguire un superiore livello di saggezza e di non commettere le medesime atrocità. Questa è o dovrebbe essere la funzione delle testimonianze, delle opere letterarie, delle pagine di storia. Sempre che non vengano adulterate da un fenomeno irriguardoso (il Revisionismo) nei confronti di chi è costretto a ricordare, cercare, giustificare, fornire prove di quanto è avvenuto:

    Ci si illude che il tempo possa lenire tutte le ferite, ma ce ne sono alcune che, passassero secoli, non guariscono mai del tutto e basta un niente perché riprendano a sanguinare.

    Insomma, come ho scritto considerando un altro romanzo (Il caso Collini di Ferdinand von Schirach), vi sono colpe che sopravvivono alla morte, pesano come un macigno sia su coloro che hanno vissuto direttamente certi eventi, sia su coloro che, venuti dopo, ne vengono a conoscenza. Fatti accaduti settant’anni prima riaffiorano nel presente in tracce indelebili, magari accidentalmente.

    Il romanzo narra la storia di Abigail, testimone diretta dell’irruzione serale delle guardie, della cattura dei famigliari nascosti nel retro di un fienile. Sulla propria pelle ha vissuto la prigionia a Drancy, la deportazione ad Auschwitz. Vi si narra anche, e soprattutto, la storia di chi è venuto dopo, di chi gli eventi non li ha vissuti.

    C’è Andrea, il nipote che raccoglie il vivido resoconto di nonna Abigail la quale, come un fiume in piena, rivela nei minimi dettagli episodi mai cancellati dalla memoria. Episodi che pesano e peseranno per sempre in chi li ha ascoltati:

    Ho visto persone camminare carponi e prese a calci in faccia senza nessun motivo. Una donna aveva nascosto il suo bambino appena nato nello zaino, ma un vagito la tradì. Un ufficiale se lo fece consegnare, con il sorriso sulle labbra, per un attimo ci illudemmo di aver trovato un briciolo di umanità, e invece, invece quell’uomo gli sparò, e subito dopo sparò alla madre.

    Si racconta di Eléonore, la ragazza di Andrea, del viaggio per trascorrere il Natale a Parigi, conoscere i genitori e incontrare nonno Augustin.

    Augustin è molto anziano ma in perfetta salute. Ha nel volto una vaga somiglianza con Eléonore, tranne che per il sorriso, “poco dolce e velatamente cattivo”.

    Nonna Abigail scorge negli avvenimenti il mistero di una Legge imperscrutabile, oltre la certezza che nulla sia accaduto per caso. Chi percepisce questa rete di enigmi acuisce di suo una sensibilità profonda, è maggiormente ricettivo al mistero che li riassume tutti:

    Mia nonna non era come tutte le altre persone. Lei possedeva una straordinaria capacità di percepire cose che gli altri non potevano sentire, per lei il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti non era così netto.

    Abigail assomiglia a un pesce che pone il muso fuori, a pelo sull’acqua, per intravedere quel che si cela oltre.

    Il nucleo del romanzo è dato dalle propagazioni di un male profondo, strisciante e fuori controllo. Fuori controllo negli effetti, nelle conseguenze. Si riflette nei discendenti degli uni e degli altri (delle vittime e dei carnefici), i quali si scoprono colpevoli di una colpa non commessa. Qual è quella di Eléonore? E quella di Andrea?

    Non ha alcun pregio chiamarsene fuori, prendere le distanze o affermare:

    «Io ho ventiquattro anni. Quando uccidevano gli ebrei non ero ancora nato, mio padre idem e mio nonno era in un altro paese…»

    La responsabilità di Augustin è invece diretta e mostruosa. Né un Kafka, né un Dostoevskij potranno mai sondarne le radici. Di essa non se ne troveranno mai i perché, tanto o poco che se ne scriva (si pensi solo a libri quali La banalità del male di Hannah Arendt, L’enigma del consenso di Ian Kershaw, I volenterosi carnefici di Hitler di Daniel J. Godlhagen).

    Trovarsi davanti Augustin, riconoscere in lui ciò che è stato ed è rimasto, è scioccante per chiunque. Nessun perdono è possibile. Da chi si potrebbe riceverlo se in coscienza nemmeno a domandarlo a se stessi lo si può ottenere? Pretenderlo dagli altri significa porre su costoro un onere più gravoso di quello che la propria coscienza può sopportare.

    Da qui la comoda soluzione di chi preferisce passare sotto silenzio quanto avvenuto (cosa che si chiama revisionismo storico). Il tempo cancellerà le tracce; prima o si affievoliranno le ultime voci di ciò che verrà trasmesso ai posteri, come se si potessero liberare le vittime dei loro ricordi. In altri casi è già avvenuto: chi parla più della strage degli armeni? (Mi si permetta di citare Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh, fonte di ispirazione deI cani e i lupi di Irène Némirovsky).

    La verità bene o male troverà sempre il modo di emergere, sia pure per caso, come il plico scoperto in biblioteca da Andrea, una verità che spalanca su ciascuno una voragine incolmabile, un buco nero che trascina via tutto.

    Il caso fa trovare ad Andrea quello che sembra un carteggio, in realtà un insieme di ritagli di giornali che documentano in maniera inconfutabile i trascorsi di Augustin. Si tratta di documenti che erano alla portata di chiunque: i nipoti e la moglie potevano riesumarli in qualunque momento.

    Loro stessi (e non un estraneo) poteva scoprire che sotto lo stesso tetto viveva un incallito criminale nazista, condannato a morte in contumacia nel Processo di Norimberga, braccato dai servizi segreti da più di cinquant’anni. Se le cose fossero andate in questo modo, avremmo tra le mani un altro romanzo.

    Il male affiorato è radicale, ha dimensioni apocalittiche. Davanti a esso ci si trova, più che impreparati, disarmati: Non si è in grado di contrapporre un bene altrettanto forte. Il rapporto tra Andrea ed Eléonore non trova infatti alcun appiglio,  nessun attracco cui risalire e rinsaldarsi. Eléonore è devastata nell’apprendere di portare in sé la reviviscenza ereditaria di eventi terribili. Non può prendere posizione contro suo nonno senza mettere in discussione se stessa. Nessun perdono è ammesso o possibile, i discendenti sarebbero ben lungi dall’accordarlo persino a loro stessi. Eléonore non potrebbe nemmeno accodarsi agli accusatori, totalmente priva dell’identità che riteneva di possedere. Non è vittima, non è carnefice, è entrambi in quanto portatrice di un sangue adulterato.

    Il primo contro il quale la sua disperazione si avventa non è nonno Augustin ma Andrea, colpevole di aver riscattato dall’oblio una verità ingestibile. La tentazione è quella di negarla, di ricacciarla indietro. I discendenti di vittima e carnefice si trovano a essere colpevoli senza colpa, prigionieri di un limbo inestricabile. Nessun ponte può colmare la voragine aperta tra i due ragazzi. Essa ha la consistenza di una maledizione imperitura che continua a mietere vittime anche se Augustin non è più in grado di nuocere fisicamente. Persino assicurare il criminale nazista alla giustizia è lungi dal cancellare quello che è stato, dal chiudere qualsiasi ferita. Anzi, le riapre e ne provoca di nuove, altrettanto profonde e irreversibili:

    Al pari di Pandora, avevo scoperchiato il vaso e il male era fuoriuscito prepotente, spazzando via le cose belle.

    Perché, qualcuno domanderà, parlare di queste cose?

    Non certo per aprire una pagina da chiudere in tutta fretta. Non se ne parlerà mai abbastanza se in un quiz televisivo i concorrenti mostrano persino difficoltà nel collocare nel tempo gli stessi Hitler e Mussolini. Figuriamoci se si domandasse loro la definizione di Shoah.

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