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Le recensioni di Art-Litteram: R.I.P. (Riposa In Pace) di Maurizio Blini

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    Cover_RIPScritto da Cinzia Baldini   

    Ciò che scatena il thriller è un errore giudiziario che schiaffa in galera un innocente. Quando, dopo dieci anni, le porte del carcere finalmente si spalancano, Marco può assaporare la libertà negata e arrabattarsi per salvare quel che resta. È comprensibile che vi sia ben poco da ricostruire, la sola cosa che trova intatta è la casa, sua unica e ultima certezza.

    Ci sarà pur qualcuno che riconoscerà, certificherà il torto subito, la grave ingiustizia che ha leso in maniera irreparabile un diritto fondamentale, la sua dignità di persona.

    Dietro una pur legittima pretesa, c’è poco spazio per avere completa soddisfazione del torto. Al massimo potrebbe impegnarsi per arginare quel tipo di negligenza che l’ha sottratto al vivere civile, a tutela delle non tanto improbabili vittime future.

    Marco però non ha modo di pensare al futuro, gli interessa il passato, un conto – a credito – da incassare al più presto, prima che diventi inesigibile.

    Il rovescio della medaglia è una Torino poco sicura, dove le forze dell’ordine stentano a circoscrivere la criminalità. Se non manca la buona volontà, sono carenti le risorse, la coperta è troppo corta perché non scappi qualche cosa.

    Il ritmo è incalzante, si è alle prese subito con il delitto di una giovane prostituta e con l’impellenza di trovare a tutti i costi un colpevole, pur di far tacere la petulanza della stampa e i mal di pancia dei superiori.

    Vi è nello sfondo una esigenza comune di giustizia. Da una parte quella garantita dalla legge, dall’altra quella che si invoca contro e nonostante la legge e i suoi tutori.

    Come si pone, in tale ottica, l’errore giudiziario? Esso si è rivelato causa di tutta una serie di sfortunate circostanze che hanno remato contro un innocente; ma anche Marco, per dirla tutta, ci ha messo del suo, tenendo una condotta malaccorta e foriera di equivoci. Se errore vi è stato, è dovuto al concorso di fattori e persone diverse: del commissario, dell’avvocato difensore, dello stesso imputato che ci ha messo del suo.

    Ragioniamo un attimo: se sei colto con la pistola in pugno nel luogo del delitto, nel 99% dei casi sarai additato come colpevole. Se insegui uno scippatore che ti ha rubato il portafoglio ed entri con lui in una banca, e tieni in pugno la pistola che gli hai sottratto, sarà difficile convincere la polizia, nel frattempo intervenuta, di non c’entrare nulla con una rapina in corso.

    Solo perché un evento è altamente improbabile, non vuol dire tuttavia che non possa accadere. Sennonché per star dietro a quell’1% di probabilità contrarie occorrerebbero mezzi energie e mezzi spropositati. Da questa prospettiva l’1% di errore può sembrare accettabile, un po’ come le controindicazioni di un farmaco, salvo approntare gli appositi rimedi dopo (e farsi uno, due, massimo tre giorni di carcere ma non… dieci anni!).

    Che le macchine siano scassate, che gli straordinari non vengano pagati, non sono e non possono diventare un problema del signor 1%. Certo, con gli accorgimenti del caso la percentuale di errore sarebbe più bassa, mai del tutto assente.

    Ciò che rende delicata la faccenda è che la leggerezza è stata compiuta da un poliziotto navigato, non da un giovane ingenuo che deve ancora imparare il mestiere.

    Si aggiunga che l’ansia di giustizia di Marco non è molto diversa da quella dei questori e degli ispettori di polizia. Anche lui vuole trovare il colpevole, anzi, i colpevoli con altrettanta determinazione.

    Non c’è colpa nel pretendere e nel farsi giustizia. Questa la conclusione alla quale giunge:

    Chi sbaglia paga! Come un vangelo, come un comandamento, come una morale filosofica.

    È una strana dea la giustizia, spesso nelle vesti di una contabilità perversa dalla logica ferrea, che facilmente assume i contorni della vendetta.

    Vendetta è quella di Marco, la quale si manifesta in una serie di esecuzioni capitali che non lasciano spazio ad alcun compromesso.

    Si entra così nel cuore del thriller e di efferati delitti che colpiscono un ex compagno di cella, una guardia, l’avvocato difensore, il testimone, chi ha condotto le indagini.

    Gli inquirenti stentano a comprenderne la logica, che è quella di un immaginifico contrappasso dantesco di cui si ignorano le premesse.

    Un aspetto da tenere conto è la incisiva partecipazione del lettore che è al corrente di come siano andate le cose. La tensione si costruisce intorno alle modalità con le quali gli inquirenti tentano di stanare il colpevole. Il lettore è già giunto al traguardo, conosce tutti i retroscena per risolvere il caso. A tratti è indispettito dalla lentezza con la quale i nodi, già giunti al pettine, vengono ignorati per trarne le conclusioni. Ma qui sta il bello.

    Prevale l’attività frenetica piuttosto che l’analisi attenta e scrupolosa dei dati disponibili, manca un poliziotto che, come Sherlock Holmes, trascorra un’intera nottata accomodato su cinque-sei cuscini, in compagnia di un’oncia di tabacco, in cerca del sospirato denominatore comune.

    Il finale, che non racconterò, esprime drammaticamente lo scontro tra giustizia e vendetta. Posso solo dire che se soluzione vi è, giunge fuori tempo massimo, come una medicina che non è in grado di curare più nessuno.

    Se fosse riassumibile in una partita a scacchi, lo scacco matto non è di quelli che chiudono la partita.

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