Home Recensioni Le recensioni di Scrittevolmente: IL PATTO DELLA VIVERNA

Le recensioni di Scrittevolmente: IL PATTO DELLA VIVERNA

    0 599

    Titolo: Il patto della Viverna
    Autore: Maurizio Vicedomini
    Editore: Ciesse edizioni
    Genere: Fantasy
    Anno: 2012
    ISBN Libro: 978-88-6660-054-1
    ISBN eBook: 978-88-6660-055-8
    Num. Pagine: 304
    Prezzo libro: 16,00 €
    Prezzo eBook: 5,00 €
    Booktrailer: QUI
    Si può acquistare QUI
    Voto: 

    Trama:[dall’intervista dell’autore a True-Fantasy]: «Un’armata scheletrica distrugge il villaggio dei tre protagonisti [Tiros, Khalin e Alannah], mentre questi sono a caccia. Tralasciando ogni ragionevole strategia, mossi solo dalla sete di vendetta, i cacciatori cominciano l’inseguimento, ritrovandosi però in cose molto più grandi di loro. La setta responsabile della distruzione del villaggio domina la negromanzia, forte del legame con una creatura antica [la Viverna]. Inermi davanti ai negromanti e ai poteri druidici, i protagonisti dovranno cercare di sopravvivere, perpetrare la loro vendetta e risolvere il dubbio che li assilla: perché la loro gente è stata sterminata?»

    Recensione: Il patto della Viverna è scritto in modo rigoroso, maturo, è un romanzo che non lascia niente al caso. Colpisce l’età dell’autore, classe 1990.

    Tutto inizia con l’apparizione di guerrieri rivestiti di un’armatura d’ossa. Essi marciano devastando i villaggi della tundra, verso una meta forse ignota a loro stessi. Chi li muova e perché, quali siano le ragioni della mattanza, nessuno sembra saperlo. Il lettore, da subito, ha in comune con i protagonisti lo smarrimento e lo sconcerto. Essi hanno perduto ogni cosa, il loro villaggio è stato depredato, la tribù sterminata senza che abbia avuto possibilità di difendersi.

    Sulle prime gli unici sopravvissuti sembrano riuscire ad arginare la disperazione, anche se in modo piuttosto strano, inconsueto, sospetto. Trattandosi di un romanzo Sword & Sorcery, lo spazio per l’introspezione e la caratterizzazione dei personaggi va dosato con oculatezza, per non appesantire o rallentare l’azione con descrizioni e dettagli superflui. Alcuni personaggi assumono consistenza ed emergono, altri rimangono in sottofondo. Per esempio: tra i tre compagni quello più complesso è Alannah. Tiros sembra il più schematico, perché succube del suo ruolo e del proposito di vendetta, oltre che ansioso di rispettare alla perfezione un codice di comportamento. Credo che per questo motivo Alannah, divenuta ingombrante, è destinata a eclissarsi, per dar modo a Tiros di riprendere la scena.

    Attraverso i dialoghi, a tratti serrati, si intravede una latente ostilità: i tre si studiano con circospezione, mantengono le distanze. Le cose importanti le tengono per sé, non le dicono, se non quando la tensione si allenta.  Dopo l’assalto al villaggio dubitano e diffidano. Le premesse non sono buone. Dovranno appianare presto i dissidi.

    Presto il cerchio di chiude, comprendiamo i motivi del loro strano comportamento, la necessità di ciascuno di tenere gli occhi aperti. Finché la foschia non si dipana, manca il tempo di scaricare l’angoscia.

    Cogliamo presto una differenza fondamentale tra Tiros e Alannah: Tiros è un guerriero irruente, tendenzialmente irriflessivo. Inizia un inseguimento senza avere le idee chiare su chi dovrà affrontare e in questo trascina gli altri due, più cauti; Alannah ha bisogno di comprendere; Khalin, il mentore di Tiros, fra i tre è il più ambiguo, quasi un terzo incomodo, la sua apparizione è stata troppo improvvisa.

    Nel romanzo è assente la distinzione manichea tra bene e male, cosa che ritengo importante. Ciò impedisce frettolose schedature tra bianco e nero. In entrambe le fazioni in campo prevalgono le sfumature del grigio. Al massimo ci sentiamo autorizzati a tracciare una mediana, un confine puramente geometrico, nulla più che una scacchiera sulla quale riporre e muovere i pezzi.

    Sono i giochi della sorte a soggiogare i vari personaggi stanziati nei rispettivi campi di battaglia (i superstiti del villaggio depredato e l’esercito scheletrico). Vi è chi se ne approfitta, chi rimane a guardare, chi trama.

    A conti fatti nemmeno Sezarius, l’eminenza grigia del romanzo, ha l’onore di rappresentare il male assoluto. Certo è un potente negromante, ha stretto un patto con una creatura misteriosa, la Viverna. Tuttavia è un personaggio meschino, si rende artefice (o crede di esserlo) di un meccanismo di cui non ha l’assoluto controllo, provoca sofferenze inaudite al suo stesso popolo per un tornaconto personale che difficilmente potrà incassare.

    Non ha nemmeno l’onore di appartenere al genere di Macbeth, ai malvagi per modo di dire, che il male lo perseguono per proprio interesse. Macbeth, almeno, è personaggio da tragedia, di tale complessità che ne siamo irretiti. Giungiamo persino, non senza angoscia, a riconoscerci in lui.

    Ebbene a nessuno verrà mai in mente di immedesimarsi con Sezarius. Sezarius è tanto potente quanto folle, o molto stupido. Oserei dire è una pedina del gioco che, a differenza di altre, è ignara di essere tale, cosa che è al di fuori di qualsiasi cliché.

    Vorrei insistere su questo punto. Il bene e il male prendono forma nella cultura e nella mente degli uomini e in esse stanziano, si sviluppano, si nutrono. Di là dell’umano i loro confini perdono consistenza, sbiadiscono, si fanno assai vaghi, assumono il contorno del fato, del destino. Ciascuno sa che il fato e il destino più che buoni o cattivi sono ciechi, non prendono la mira: oggi a te, domani a me.

    Interessante infine è la domanda che l’autore pone nella postfazione, e cioè se il fantasy e il fantastico in generale possano parlare della realtà:

    [il fantasy] affronta i problemi della nostra società, dell’interiorità: li mette in gioco su campi di battaglia immaginari, ma non per questo esuli dalla quotidianità. Ne cambia solo l’approccio, facendoli danzare secondo una linea allegorica. E il bello è che – per una volta – la storia può avere un lieto fine.

    Secondo me il discorso travalica il genere del fantasy, si fa universale.  A ben vedere qualunque romanzo dovrebbe avere un legame con la realtà, fosse anche quella della nostra anima. In mancanza si corre il rischio di scrivere e di leggere storie distanti, lontane, estranee. A conclusione del viaggio ci ritroveremmo a mani vuote. Non dico altro, anche perché la questione è molto ben argomentata in un saggio di Orhan Pamuk cui rimando i più volenterosi (recensito qui).

    Pagine consultate:
    1.http://www.bluedragon.it/bestiario/viverna.htm
    2.http://truefantasyitaly.blogspot.it/2012/10/il-patto-della-viverna-intervista.html

    Link all’articolo originale

    NO COMMENTS