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Le recensioni di Bruno – “Ballerine di carta” di Laura Rico

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    Bruno Elpis

    Bianca Moro, la protagonista del romanzo d’esordio di Laura Rico, ha un nome che è un ossimoro. Lei stessa è una contraddizione vivente. Su di lei pesa una nemesi oscura: “Sono maledetta o qualcosa del genere. Tutte le persone che amo e che mi amano sono destinate a morire giovani.”

    Figlia di una madre debole (“Pensavo che avrebbe potuto ribellarsi al suo destino … e invece continuava a farsi trasportare dalla marea, dalla fatalità …”) e di padre sconosciuto (un circense? Uno zingaro?), vive nel casale del dispotico zio, fascista fervente, intorno al quale ruota un’intera famiglia di stampo patriarcale della quale fa parte anche un tenero cugino disabile, nella Abano che già dagli anni venti comincia a conoscere lo sviluppo come centro termale. Bianca cova il germe della ribellione già nella sua mente acerba di bambina: “No, la vita non avrebbe scelto per me. Di questo ero sicura.”

    L’arrivo del circo in paese, anziché essere festoso, rappresenta per la famiglia di Bianca una sorta di nefasta concomitanza (“Il circo è una maledizione per la nostra famiglia – sentii dire a zio Italo – ogni volta che arriva ci distrugge.”): dopo aver portato la misteriosa gravidanza a sua madre, ha segnato la tragica, prematura scomparsa del cugino Lorenzo. Alla quale Bianca assiste impotente: il trauma subito le cagiona una grave afasia (“Scoprii presto la forza del silenzio. Più potente di tante parole e giustificazioni. Il silenzio mi difese dal doloroso ricordo di ciò che era successo …”)  L’ennesimo ritorno del circo, dunque, non promette nulla di buono e richiama alla mente sinistri presagi di nuovi lutti.

    Secondo la tecnica dell’alternanza, la lettura di ogni singola pagina del diario ritrovato dell’amica d’infanzia, l’eterea Dora figlia di un professore dedito alla propaganda anti regime, è l’occasione per infilare sullo spiedo dei ricordi la rappresentazione di una saga familiare  ove l’intreccio si snoda fino alla fine della seconda guerra mondiale: alla quale Bianca assiste con sgomento, nella tenuta francese di Cabris, ove si è rifugiata con l’amato padre dei suoi figli, mentre le persecuzioni razziali divampano.

    La prima parte del romanzo è trasposta attraverso gli occhi infantili delle due amiche, che imparano a conoscersi anche nei nascondigli ove si rifugiano a leggere “Alice nel paese delle meraviglie”. La narrazione sembra figlia e apparentata con “la letteratura femminile, per le poesie della Browning e di Christina Rossetti, che Dora traduceva per me in italiano, o ancora per i romanzi delle sorelle Bronte e di jane Austen.”

    Le pagine qui sono pervase dalle eco della cultura popolare veneta: si tratti – negli aspetti deteriori – di una religione ipocrita fatta di minacce e connivenze con il potere, incarnata dalla repressiva insegnante suor Alberta, o della visione della donna relegata al ruolo di contenitore per sfornare figli. Si tratti dei sapori di fritole e galani, dei pevarini, dei pezzi di fugazza e dei colori di “manciate di caramelle all’orzo”: in mezzo a questi aromi, le due bambine – sfidando le maldicenze – coltivano l’amicizia con Coco, una francese che nella mentalità infarcita di pregiudizi è una strega, perché in sé coagula la diffidenza per il diverso e lo sconosciuto.

    Poi le “piccole italiane crescono”. E si destreggiano con amori incipienti, sognando e partecipando a feste e balli.

    Quando la storia esplode e l’intreccio si sfilaccia per le violenze della vita e del regime, Bianca si ritrova pressoché sola a combattere contro il tentativo che anche la famiglia attua per domare la sua rivolta. E le “piccole donne” appaiono per quel che sono: “Eravamo ballerine di carta … innamorate della vita e forse anche dell’amore; avremmo voluto cambiare il mondo e le sue regole, ma eravamo diverse, inadeguate o, per meglio dire, non conformi …” Come nella fiaba del soldatino di stagno.

    Il romanzo è composito: romantico, nostalgico (il campanon! Chi non ci ha giocato, magari chiamandolo con un altro nome?), arrabbiato, addolorato, speranzoso. Trapassa un trentennio senza momenti di stanchezza e senza cali di tensione. Ci fa vivere l’animo femminile e la condizione della donna, la provincia, la tradizione, la mentalità preconcetta e il suo opposto.

    All’autrice Laura Rico, raffinata creatrice di Bianca e Dora “in posa come fragili ballerine di carta … pronte per il ballo della vita … i fili … retti da un burattinaio invisibile, il pensiero fascista”, per assonanza propongo:

    la ballerina di Rénoir 

    le “ballerine alla sbarra” di Dégas

    Gliele dedica …

    … Bruno Elpis

    (che nei prossimi giorni pubblicherà l’intervista a Laura Rico).

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