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“Interviste d’Autore” – Emiliano Grisostolo intervista Carlo Carere

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    Emiliano Grisostolo

    Ho avuto modo di conoscere virtualmente Carlo Carere in questi ultimi mesi, in quanto pubblicherà con Ciesse Edizioni il suo romanzo dal titolo “Acque letali”. Un romanzo che trae ispirazione da una storia vera, non ancora conclusa, e quindi per questo romanzata dall’ex Capitano dei Carabinieri Carere, ora apprezzato sceneggiatore e attore, e dal Maggiore Ruzzu attualmente in servizio, che conoscono bene le indagini su una storia attualmente “affossata” sullo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi. Qui oggi incontriamo Carlo Carere che si è reso disponibile a rispondere alle mie domande, in questa intervista che anticipa l’uscita del suo romanzo.

    Ciao Carlo, iniziamo con qualche domanda che permetterà ai lettori di conoscerti meglio.

    Con tre aggettivi, come ti descriveresti?

    Determinato, generoso, contraddittorio … qualche volta.

    Sei uno sportivo?

    Carlo Carere

    Assolutamente sì. Pratico sport, in modo continuativo, da quando ho imparato a camminare. O quasi. Calcio e atletica leggera sono state le due attività preponderanti. Ma ho avuto momenti della vita in cui mi sono intensamente dedicato ad altri sport, quali il tennis, la pallacanestro, il nuoto, la scherma, l’equitazione e perfino lo sci per mantenere le buone tradizioni napoletane :-). Ora mi “limito” ad andare in palestra ed esercitarmi nelle arti marziali.

    Qual è la tua più grande passione?

    La mia passione più grande è il lavoro. Come per un pittore, che non può vivere senza l’idea di dare qualche pennellata sulla tela ogni giorno, la mia linfa vitale è  il cinema, in senso lato. Raccontare storie, in senso più specifico. Attraverso la scrittura e la recitazione che mi consentono di essere me stesso senza barriere, senza condizioni, senza maschere. E di esprimere il mio amore.

    E la tua più grande fobia?

    C’ho pensato un bel po’ prima di rispondere a questa domanda e mi sono detto “possibile mai che non abbia una fobia? Neanche piccola?” Mi sento quasi in colpa perché credo che averne una arricchisca per certi versi. Ma ecco qui, forse la mia fobia è il senso di colpa…

    Ho diverse paure però. Ogni giorno. Non mi disturba affatto. Più ho paura di qualcosa più mi convinco che debba affrontarla. Se mi fa paura vuol dire che è al limite delle mie capacità. Amo le sfide.

    Quali sono le due “cose” che porteresti con te su un’isola deserta?

    Dire carta e penna é scontato vero? Credo un libro di Osho e una persona con cui parlarne… se possibile, dell’altro sesso :-).

    E i due ambienti naturali che più ti affascinano?

    Presto vorrei prendermi una casa sulle dolomiti e una sulle immense e bianche spiagge di Malibu. Alta montagna e mare.

    Ma entriamo nel personaggio che sei stato. Chi era Carlo Carere, che ha frequentato la scuola militare “Nunziatella” di Napoli, l’Accademia di Modena, laureato in Giurisprudenza, in “Scienze della Sicurezza Interna ed Esterna” ed ex Capitano dei Carabinieri?  

    Il Carlo di allora era una persona che a 14 anni decise di andare via di casa e abbandonare la sicurezza del calore familiare per una vita dura, impegnata, che appagasse il suo inesauribile desiderio di non fermarsi mai e fare sempre qualcosa di più, qualcosa d’importante. Per se stesso e possibilmente per gli altri.

    Il Carlo di oggi è la stessa persona. Con la differenza che i suoi strumenti di espressione stanno maturando ed espandendo i propri orizzonti.

    Hai prestato servizio a Lula in Sardegna, qui sei venuto a contatto con una realtà criminale che spesso la gente non vuole vedere. Volutamente sommersa come le scorie di cui il tuo romanzo parla. Cosa ti porti dentro?

    Vorrei che chi odia o diffida delle forze dell’ordine per partito preso avesse la possibilità di trascorrere un giorno in una compagnia carabinieri. Da spettatore. Si renderebbe conto della gravità dell’aria che si respira, della frenesia del lavoro, delle emozioni che l’accompagnano, dei timori e dei rischi. E che esse hanno un comune denominatore che si può descrivere con una sola parola: sacrificio. Gli anni da ufficiale sono stati per me molto intensi. In particolar modo quando ho comandato la compagnia di Bitti, in Sardegna, e nelle missioni di peacekeeping all’estero. Ho avuto tante soddisfazioni e ho visto cose molto brutte. Entrare a contatto con ciò che di peggio l’umanità è in grado di fare ti lascia dei marchi indelebili. Non ti rende più forte, ma più consapevole della finitezza di ogni cosa.

    Qual è stata la molla che ti ha spinto a scrivere un romanzo basato su fatti realmente accaduti, come “Acque letali”? E quali gli obiettivi che questo tuo nuovo romanzo vorrebbe ottenere?

    Non ho mai diretto personalmente indagini sul traffico internazionale di scorie radioattive. Nel 2005, in un rapporto ecomafia, lessi una storia denunciata da un settimanale locale calabrese. Raccapricciante, sconvolgente, della quale nessuno seppe più nulla. I media non ne diedero più notizia.

    Due pescatori in alto mare, di fronte alle coste della Calabria, dopo aver tirato in barca la rete, ci avevano trovato, oltre ai pesci, una strana palla di fango. Entrambi avvertirono un malore improvviso, escoriazioni dal naso, reazioni allergiche. Qualsiasi cosa fosse, stava alterando la loro struttura molecolare. Con tutta probabilità si trattava di materiale altamente radioattivo. La gettarono a mare e si sentirono meglio. Dopo due mesi fu loro riscontrata una forma di leucemia fulminate. Uno morì, l’altro si salvò grazie a un miracoloso trapianto di midollo osseo.

    E’ un meccanismo perverso in cui figuri senza scrupoli devastano l’ambiente per arricchirsi e tanta gente si ammala e muore senza sapere il perché. La storia dei due pescatori, una favola all’incontrario, diabolica, una delle tante che fanno da sfondo al mio testo pur non costituendone la trama principale, mi fece venire la voglia di scrivere un romanzo e una sceneggiatura che trattassero l’abbandono illegale di scorie nei mari, laghi e terre d’Italia e del mondo. Un thriller che nonostante il tema trattato fosse di facile lettura, accattivante, altamente adrenalinico, con una struttura americana che potesse prestarsi alla lettura anche dei più giovani. Era importante per me che non fosse un romanzo di nicchia. Vorrei che raggiungesse tutti affinché tutti prendano coscienza dello scempio perpetrato in Italia negli ultimi trent’anni.

    L’argomento è complesso, ma nel romanzo viene spiegato in tutte le sue sfaccettature, in modo semplice, analitico e avvincente.

    Mi preme sottolineare che ogni ricavato della vendita verrà devoluto all’AIRC – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

    La sceneggiatura è tuttora opzionata dal produttore\regista Fabio Segatori, della Baby Films, il quale, a causa del tema trattato, sta avendo non poche difficoltà nella realizzazione del film.

    Questa tua nuova pubblicazione per CIESSE Edizioni, “Acque letali”, è il tuo secondo romanzo. Il primo, “Al di là del vento” pubblicato nel 2004, è stato segnalato speciale  al concorso “Jaques Prevert”. Ci racconti com’è stata la prima esperienza con l’editoria?

    Devo dire non eccelsa. Ebbi innumerevoli proposte di pubblicazione a pagamento. Allora ero scrittore imberbe, del tutto assorbito dal mio vecchio lavoro, non mi resi conto di trovarmi davanti alla piaga dell’editoria italiana. Perdonami i  toni caustici ma se fossi un legislatore, vieterei l’editoria a pagamento. A mio giudizio è una prassi deleteria per la cultura. Una licenza amorale di sfruttare i sogni delle persone. Per fortuna, la mia casa editrice mi trattò bene, il libro riuscì a vendere un numero soddisfacente di copie. E fu apprezzato oltre le mie aspettative.

    Chi è oggi Carlo Carere, stimato attore che ha recitato anche nella serie di Don Matteo, e sceneggiatore vincitore all’Endas International Screenplay Competition 2008?  Questa vittoria ti ha aperto nuove strade?

    Don Matteo fu una bella esperienza. Partecipai a una serie completa. Un ruolo piccolo ma presente in ogni puntata. E indovina quale? Appuntato dei cc. Da capitano compunto, come in molti mi definivano, fui degradato ad appuntato un po’ grossolano e non molto colto. Il bello della recitazione e della vita. Qui in America sto studiando recitazione all’Actors Studio. Per essere pronto, il livello della competizione è davvero alta. Due mie sceneggiature sono in pre-produzione e in entrambe c’é un ruolo che ho scritto per me. Di tutt’altro rilievo, ovviamente.

    L’Endas è una competizione seria, per quanto ne sappia chiusa ai nepotismi e favoritismi tipici del malcostume italiano. Dopo avervi partecipato, sono stato anche membro della giuria. Punta al merito delle sceneggiature e averla vinta mi ha dato visibilità. La sceneggiatura è stata poi opzionata dalla Baby Films e tuttora c’è in ballo il discorso del film.

    Ci racconti il tuo percorso, le difficoltà incontrate, la passione per la recitazione e la scrittura? In quale momento ti sei reso conto che la scelta di cambiare vita era quella giusta?

    Ho pubblicato il mio primo romanzo quando ero capitano in servizio. Si dice che un militare non possa essere un buon artista o viceversa. Non sono mai stato d’accordo. Tutti siamo artisti, nella misura in cui torniamo ad ascoltare noi stessi.

    Da carabiniere ho sempre fatto il mio dovere fino in fondo, ottenendo risultati davvero buoni. Purtroppo  insufficienti a proteggersi dalla logica della raccomandazione che da diversi anni avevo cominciato ad aborrire. Mi trovavo in un’istituzione specchio della nazione, che ne rappresenta pregi e difetti. Io vi ero entrato accettando le regole ma  il tempo e le esperienze ti cambiano, ciò che un giorno è realtà può non esserlo quello seguente. La mia anima artistica che aveva sempre coesistito, perfettamente bilanciata, ha finito per prevalere assieme alla volontà di libertà, autonomia di pensiero e la certezza di potere da artista operare per gli altri, anche meglio  di come avessi fatto da carabiniere. Nel 2005, presi la solenne decisione tra il dispiacere, comprensibile, dei mie genitori e le “grida” di tanti conoscenti (ancora rimbombano nella testa), che mi davano del pazzo, dicendo che non ce l’avrei mai fatta, era troppo tardi, non avevo quel talento. Sapevo che non era così, ma ero l’unico. Avevo paura, certo, ma come ho anticipato amo le sfide. Era il 01 marzo. Il 20 aprile mi trovavo sul palcoscenico dell’Agorà di Roma a recitare come co-protagonista in uno spettacolo basato tutto sull’improvvisazione. Gli spalti erano pieni. Non sfigurai. Tutt’altro. In parecchi mi dissero che ero stato bravo. Da allora è cominciato un cammino costante, fatto di ostacoli, lavoro duro e perseveranza che mi ha portato fin qui a Los Angeles. Le difficoltà sono ancora tante. Il cammino è ancora lungo. Ma dalla mia, ora, ho una certezza: tutto si può fare.

    Quali sono gli obiettivi, o i sogni, che stai inseguendo a Hollywood?

    Credo che i sogni siano tali perché non si avverano mai. Il senso è in ciò che raccogli lungo la strada per raggiungerli. Sono venuto qui due anni fa per proporre il mio talento e rimettermi in gioco in una realtà meritocratica. Per fare delle mie passioni un lavoro e poter vivere di esso.  In Italia avevo mandato in giro le mie sceneggiature per anni e nessuno mi aveva mai degnato neanche di una risposta. Qui, dopo appena sette mesi, ho firmato il mio primo contratto. Ai posteri l’ardua sentenza.

    Grazie Carlo, sono impaziente di leggere “Acque letali”, sono sicuro che sarà un romanzo che farà discutere e riflettere.

    Ne sono sicuro anch’io. Grazie a te Emiliano.

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